Coscienza di classe, una graphic novel per ribadirne l’importanza

Di recente pubblicazione da parte di Tuné è la graphic novel “Nemici del popolo”, scritta da Emiliano Pagani, noto ai più per essere il padre dell’irriverente personaggio Don Zauker, e illustrata da Vincenzo Bizzarri. Il fumetto racconta di una lotta operaia, esprimendo la necessità di ripensare al nostro presente e al nostro futuro in termini collettivi e non più individualistici. Un processo, quello che porta dalla disgregata società dell’io alla solidaristica società del noi, che non può che poggiare sulla coscienza di classe, la cui importanza è la vera protagonista della storia.

Fabio Bartoli

In una delle sue prime canzoni, La città vecchia, Fabrizio De André descriveva i “quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi” perché impegnato a “scaldar la gente d’altri paraggi”. Ed è proprio con una suggestione simile che si apre la graphic novel Nemici del popolo, scritta da Emiliano Pagani e illustrato da Vincenzo Bizzarri, in cui l’operaio di vecchio corso Annibale spiega a suo modo la distinzione in classi sociali al figlio Fabio: da una parte ci sono quelli che abitano all’interno della tangenziale e che si alzano con il sole; dall’altra ci sono gli operai, i quali non hanno il privilegio di abitare al centro e la cui vita è scandita dai turni massacranti in fabbrica, che spesso costringono a levatacce quando è ancora buio. I turni di lavoro sono già diventati quelli di sciopero quando di quella fabbrica, spesso odiata e maledetta però garanzia se non altro di uno stipendio, viene stabilita la chiusura – nessuno sa da chi, se da un capo in carne e ossa o da qualche impersonale fondo d’investimento. Una scelta dettata dalla voglia di delocalizzare la produzione e che rischia di lasciare per strada Annibale, che si sente ormai troppo vecchio per trovare un’altra occupazione, e anche suo figlio Fabio, che però non sembra comprendere la drammaticità della situazione, essendo da principio più interessato agli allenamenti con la sua squadra di calcio che agli estenuanti picchetti. Ma sarebbe fin troppo facile stigmatizzare il solo Fabio: quasi tutti i colleghi e compagni di Annibale, anche quelli ben più adulti ed esperti, sembrano ormai aver mollato, pronti a gettare la spugna del tutto dopo aver già chinato il capo tante, troppe volte.
Nonostante una lotta comune, infatti, gli operai della fabbrica – che richiama la TRW chiusa nel 2014 e dove ha lavorato lo stesso Pagani ma che oggi ci appare fin troppo simile alla GKN – sono privi di quella che, personaggi a parte, è la vera protagonista del fumetto, ovvero la presenza/assenza della coscienza di classe. Una coscienza di classe che un tempo dava forza agli operai, che si sentivano orgogliosi di essere uniti, forti e di contribuire con il loro lavoro al progresso della propria comunità. Questo lo spiega a Fabio Mirco, non solo operaio ma anche fumettista “tipo Gipi, tipo Zerocalcare”, alter ego dello stesso Pagani e che si fa portavoce della sua visione della società attuale. Una società in cui nessuno vuole più sentirsi parte di un collettivo che sommi le esistenze individuali traghettandole verso un bene più grande perché condiviso, bensì semplicemente raccattare quanti più follower ostentando dei lavori futili, apparentemente cool ma fatti di precariato e solitudine, come fanno gli stessi operai della fabbrica che sui loro social recano tutte le informazioni professionali possibili fuorché quella. Mirco sa quanto è importante unirsi per rivendicare i propri diritti perché vive una condizione precaria e frustrante non solo in fabbrica ma anche quando si confronta con il suo editore, il quale non vede di buon occhio il fumetto fantasy a cui sta lavorando, metafora della lotta tra operai e padroni e quindi intriso di una critica sociale che risulterebbe indigesta alla nicchia di mercato a cui il genere è destinato. La critica è quindi frontale anche nei confronti dell’industria culturale, che non si propone più lo scopo di educare le classi popolari ma di soddisfare bisogni di puro intrattenimento o di perseguire il profitto andando incontro alle velleità della sinistra borghese, ormai dimentica dell’importanza delle lotte operaie: “Ora come ora le battaglie sociali che interessano al pubblico delle librerie sono quelle sul genere sessuale o sull’ambiente e noi dobbiamo puntare a quel pubblico dato che gli operai non vorranno spendere diciotto euro per un fumetto”, afferma senza nessuna remora l’editore.
Di una sinistra snob e velleitaria farebbe parte anche Chiara, almeno secondo il suo compagno Alessandro, poliziotto che non vede di buon occhio il suo impegno al centro di accoglienza per immigrati, poiché l’accusa di favorire un fenomeno che poi deve gestire la sua categoria professionale, lasciata sola dalle istituzioni. Una sinistra da cui si sentono abbandonati anche gli operai, traditi in nome di cause più nobilitanti. E in questo vuoto il confine tra la sinistra e la destra, i cui militanti accorrono al centro per protestare contro l’arrivo di nuovi immigrati, si fa molto più labile, poiché quando nessuno ti tutela più da chi ha molto più potere di te la frustrazione e il senso di smarrimento possono farti scagliare contro di chi di potere ne ha infinitamente meno, gli ultimi tra gli ultimi. E di questo Annibale, nonostante le sue fissazioni e i suoi rimbrotti lo rendano spesso indigesto, cerca di mettere in guardia Fabio, sedotto invece da scorciatoie individualistiche e velleitarie a danno dei più deboli, che visivamente si traducono nella pistola che appare all’inizio e che determinerà il finale della storia. Annibale può risultare spesso pesante anche al lettore contemporaneo non solo per i suoi modi ma anche perché la sua è la coscienza di una classe operaia percepita come fuori dal nostro tempo e di cui invece abbiamo bisogno poiché l’individualismo, la disgregazione sociale e la disperata solitudine che ne consegue ci portano a essere ricattabili, indifesi, smarriti. E, nonostante il loro rapporto non regga più, è questo stato di prostrazione che Fabio e Chiara condividono e che potrebbe porre le basi per il loro riavvicinamento – anche più del figlio concepito quando erano ancora insieme – se solo Fabio fosse in grado di comprendere davvero l’altro da sé liberandosi dalla prigione della sua disperazione.
Nemici del popolo si rivela quindi essere non solo la somma delle storie dei suoi personaggi e degli intrecci che la compongono, non limitandosi per giunta a descrivere una singola e contingente lotta operaia: l’opera di Pagani e Bizzarri è un’esortazione a lasciarci alle spalle il presente dell’io per ripensare al futuro del noi, un futuro che deve poggiare sulle basi solide del lavoro, dei diritti, della solidarietà e della coscienza di classe. E pazienza se questi concetti ci sembrano inattuali; anzi, è proprio per questo che debbono tornare più presenti che mai.

 

 

 

 

 

 



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