Così andarono le cose nell’editoria italiana

Cosa ha funzionato e cosa non ha funzionato nel complesso ingranaggio dell'editoria italiana? Gian Arturo Ferrari si addentra nei risvolti che per molti di noi resterebbero misteri, spesso con le sue risposte ben chiare: chi «crede che il testo sia tutto, non capisce che è metà del libro».

Marilù Oliva

“Storia confidenziale dell’editoria italiana”, edita da Marsilio, ripercorre le vicende del mondo editoriale dalla fine dell’Ottocento ai tempi recenti. Si tratta di una kermesse che guarda soprattutto alla grande produzione e racconta con acribia retroscena, protagonisti, fallimenti e successi di un mondo che ha proprie regole, ma per certi versi ancora imprevedibile.

L’autore, Gian Arturo Ferrari, è un grande conoscitore della materia: tra le altre cose, ha lavorato per Bollati Boringhieri, è stato direttore dei Libri Rizzoli e direttore generale della divisione Libri Mondadori. Ha presieduto il Centro per il libro e la lettura, presso il ministero dei Beni e delle attività culturali, è stato vicepresidente di Mondadori Libri ed è lui stesso scrittore (“Ragazzo italiano”, uscito per Feltrinelli nel 2020, è stato finalista al premio Strega).

Questo è un libro che gli addetti ai lavori o gli appassionati come me divoreranno. Chi è fuori dal sistema ne sarà comunque incuriosito, anche perché lo stile è scorrevole e sembra quasi di fare una piacevole chiacchierata con l’autore, che racconta parte della sua vita con una sincerità ammirevole, ammettendo anche gli errori (inevitabili, quando, come in questo settore, si procede per tentativi).

Mondadori, Rizzoli, Einaudi e le altre: imprenditori che hanno creato imperi, che hanno decretato tendenze culturali e che hanno privilegiato i gusti del mercato, talvolta cercando di captarne le esigenze (non sempre edificanti). I nomi di chi sta dietro le quinte, in posizioni autorevoli (e rischiose) sono tanti, oltre ai sopracitati Mondadori e Rizzoli: Mauri, Spagnol, Colli, Calasso, Feltrinelli etc. Per chi si occupa di studi di genere balza agli occhi che, ai suoi esordi, la storia dell’editoria è fatta soprattutto da uomini. Non solo, i bestseller citati, i libri che trainano, sono in prevalenza scritti da autori, spesso descritti con efficaci pennellate.

L’inafferrabile Le Carré, l’inseguitore della verità Roth, l’esuberante Lapierre, ma anche i nostri Gadda, Saviano, Ammaniti, Baricco e via dicendo. Uomini, dicevo, tranne sporadiche eccezioni, come la Ginzburg, la Fallaci o la Ferrante (che, si sa, sono esse stesse eccezioni ed eccezionalmente brave). Questo, almeno, fino a tempi più attuali, in cui le donne cominciano a farsi strada e infatti Ferrari nomina colleghe di spicco dell’editoria – Beatrice Masini, Elisabetta Sgarbi, ad esempio – che non ricoprono solo incarichi come quello di ufficio stampa (ruolo importantissimo e delicatissimo).

Cosa ha funzionato e cosa non ha funzionato in questo complesso ingranaggio, dove l’imprevedibile gioca come un folletto sfuggente? Come si sono intersecate la politica, l’industria e la finanza a questa realtà fatta di progetti, idee, tempi morti? Che ruolo ha l’oggetto di carta nel definire i destini? Pagina dopo pagina, l’autore si addentra anche nei risvolti che per molti di noi resterebbero misteri, spesso con le sue risposte ben chiare: chi «crede che il testo sia tutto, non capisce che è metà del libro».

Le forze centrifughe che spingono sono diverse e non tutte nobili: passione, dedizione, cura, attenzione, desiderio di trovare la “pepita d’oro”, ma anche arroganza, cocciutaggine, temerarietà. Vi è poi una parte dedicata alla figura degli “editoriali”:  «Gente che nelle case editrici ci sta o ci ruota attorno, esce da una, entra nell’altra, suggerisce, traduce, bazzica, fa editing, curatele, prefazioni, introduzioni. Personale di cucina di quel grande ristorante dei libri che è Milano».

La metafora del giardino è azzeccatissima: chi si occupa della realizzazione di libri coltiva un giardino, ma prima che i semi germoglino, prima che i fiori sboccino, l’esito dei girotondi della natura è ancora ineffabile. Ed è proprio nello spazio immaginario incluso tra la semina e la fioritura che risiede la magia:

«Ma la cultura non sta mai ferma, è un perpetuo movimento in avanti. Ora, in questo perenne movimento, la casa editrice deve precederlo, anticiparlo, se non in larga misura determinarlo. Proprio in questo stare protesa sulla linea del fronte, là dove prende forma il nuovo, consiste la sua irriducibile autonomia».

 

 



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