Costruzione della realtà: via americana al dominio

Dalla comparazione di questi due saggi ricaviamo una puntuale conferma: la svalutazione in corso del principio illuministico di verità (l’antica parresia greca che Michel Foucault propugnava come “il dire la verità che funge da antidoto ai giochi di potere” ), da parte dell’Occidente americanizzato, quale ci giunge dal recentissimo saggio di Ganser.

Pierfranco Pellizzetti

I termini della politica vanno considerati non solo strumenti ma poste in gioco. Quando nel Settecento Voltaire e Diderot si impossessarono della luce (si definirono illuministi) e relegarono gli avversari nell’oscurità, avevano già vinto[1].
Marco D’Eramo

Una caratteristica duratura della politica americana ha spesso visto politici appartenenti alle classi superiori sfruttare l’energia dei ceti inferiori per perseguire i propri scopi[2].
Howard Zinn

 

George Lakoff, Non pensare all’elefante! Chiarelettere, Milano 2022

Daniele Ganser, Le guerre illegali della Nato, Fazi, Roma 2022

 

Dove tutto inizia

Quale punto di contatto può esserci tra uno spiritoso pamphlet, datato 2004, sull’uso imbonitorio del linguaggio di partito (il sottotitolo reca la dicitura “come riprendersi il discorso politico”)), opera del linguista Lakoff che vive e insegna in California, e un recentissimo saggio storico, serio e rigoroso quanto può esserlo un accademico svizzero quale Ganser, docente dell’università di San Gallo? Anticipiamo un embrione di risposta osservando che entrambi i testi hanno a che fare con il potere, in base a modalità largamente influenzate da un proto-paradigma settecentesco escogitato tra “le maestose sequoie del New England”. Insomma, roba americana.
Con le parole di Howard Zinn, storico radicale dell’Università di Boston, “intorno al 1776 alcuni personaggi eminenti delle colonie inglesi fecero una scoperta che si sarebbe dimostrata enormemente utile per i successivi duecento anni. Capirono che creando una nazione, un’unità di diritto chiamata Stati Uniti, potevano impadronirsi della terra, dei profitti e del potere politico sottraendolo ai favoriti dell’Impero. Nel contempo avrebbero potuto prevenire una serie di rivolte potenziali e creare un consenso, un sostegno popolare intorno al governo di un nuovo gruppo dirigente privilegiato”[3]. Ossia il sistema di controllo più efficace della modernità, a dimostrazione dei vantaggi che si ottengono associando il paternalismo al comando. E la scoperta di cui si parla è la malleabilità delle scelte collettive attraverso un abile utilizzo delle metafore a scopo di consenso. Ciò significa, creando “codici mentali che determinano la nostra visione del mondo e di conseguenza i nostri obiettivi” (G.L. pag. 6); Lakoff li chiama frame.
Il metodo messo a punto due secoli e mezzo fa è quello del dirottamento dei risentimenti popolari verso bersagli diversivi (i nativi, le giubbe rosse di re Giorgio…) da virare a guerre tra poveri (proletari bianchi vs. schiavi negri, poi immigrati latinos).
Nate durante la guerra di liberazione coloniale chiamata “rivoluzione americana”, queste pratiche manipolative verranno recepite nel secolo successivo dalla nascente business community. L’obiettivo era quello di orientare al consumo il comportamento di massa. E convertire gli americani dalla psicologia della sobrietà a quella della spesa non fu un compito facile, come osservava il presidente della Foundation on Economic Trends di Washington Jeremy Rifkin: “l’etica protestante del lavoro, che dominava lo spirito della frontiera americana, aveva radici molto profonde. La parsimonia e il risparmio erano le chiavi di volta dello stile di vita americano, elementi fondanti della tradizione yankee. […] La comunità degli affari si diede il compito di cambiare radicalmente la psicologia che aveva costruito la nazione, con l’obiettivo di trasformare gli americani da investitori nel futuro a consumatori nel presente”[4]. Anni prima John Kenneth Galbraith aveva sintetizzato la faccenda osservando che la nuova missione dell’attività d’impresa sarebbe “creare i bisogni che vuole soddisfare”.[5]

Ma sono le guerre novecentesche a dare un’accelerazione parossistica alle ricerche sulla manipolazione delle mentalità, fino a trasformarla in lavaggio del cervello di massa attraverso una serie di programmi pensati per predire, controllare e modificare il comportamento umano. Opera in cui si distinse la CIA diretta da Allen Dulles. Come ricostruisce la sociologa di Harvard Soshana Zuboff: “Dulles fece in modo che la CIA si affrettasse a studiare e sviluppare sistemi di ‘controllo della mente’, dalla de-programmazione alla riscrittura della psiche di un individuo, per poter dare forma a mentalità e azioni di un’intera nazione. […] Gran parte del lavoro fu parte del progetto segretissimo MKUltra della CIA, incaricato di ‘ricercare e sviluppare materiali chimici, biologici e radiologici che possano essere impiegati in operazioni segrete di controllo del comportamento umano’”[6]. Ispiratore di queste ricerche, manipolative all’ennesima potenza, viene unanimemente indicato lo psicologo comportamentista Burrhus Frederic Skinner; seguace di Ivan Pavlov, l’etologo russo scopritore del riflesso condizionato. La sua utopia era quella di un ordine sociale le cui leggi derivano dalla scienza del comportamento. L’ipnotica disciplina sociale dell’alveare.

Studi liquidati senza esitazioni da Noam Chomsky: “la scienza del comportamento umano di Skinner, per la sua vaghezza, va a genio tanto ai liberisti quanto ai fascisti”[7]. Ciò nonostante, costituiscono le linee guida di quanto la Zuboff definisce “capitalismo della sorveglianza: l’uso di tecniche mentaliste come potere strumentalizzante per orientare le scelte; sia in materia di propensioni d’acquisto, sia in politica.

La metafora del padre severo e quella del genitore premuroso
Questa idea di una società popolata da moltitudini di manipolabili a piacere – simil-zombi, resi tali mediante l’asportazione della capacità critica – giustifica la presunzione di indurne le scelte pigiando i giusti “tasti mentali” che attivano pavloviani riflessi condizionati. Assunto che Lakoff teorizza, seppure in maniera soft, applicandolo al caso americano: in politica i suoi compatrioti sarebbero rigorosamente (sconfortantemente) eterodiretti, secondo tendenze di chiara natura etologica che riducono a pura velleità ogni impegno per favorire processi di civilizzazione, di evoluzione della coscienza civica attraverso l’educazione democratica; secoli di lavorio illuministico di “rischiaramento delle coscienze”: la liberazione della ragione Propugnatore di una ingegneria del comportamento, Skinner sosteneva “che la conoscenza non ci rende liberi, bensì ci consente di privarci dell’illusione della libertà. In realtà, libertà e ignoranza sono sinonimi”[8]. E il potere strumentalizzante opererebbe per ridurre gli umani a una condizione animalesca – tipo formicaio o alveare – nella quale il comportamento viene privato di significato riflessivo.
Dunque, saremmo prigionieri di un mito illuministico che recita: “la verità rende liberi […] Ma le scienze cognitive ci hanno dimostrato che gli individui non ragionano così. Ragionano tramite frame” (G.L. pag. 35) Sicché, le visioni del mondo sono “determinate da circuiti neuronali all’interno del cervello” (G.L. pag. 87); per cui il problema delle organizzazioni di partito è quello di mettere all’incasso in termine di voti tali tendenze innate, attivandone il giusto frame e incassandone il feedback, il riflesso condizionato. Altrimenti risulterebbe inspiegabile la ragione per cui “molte persone meno abbienti spesso votano misure che peggiorano la loro vita anziché migliorarla, e ciò accade perché l’incessante framing conservatore ha attivato una visione del mondo conservatrice anche in coloro le cui vite possono essere sostanzialmente rovinate da questi ideali” (G.L. pag. 104).
Operazione comunicativa per sfruttare a scopo di potere il condizionamento subliminale che – secondo Lakoff – i Repubblicani contemporanei padroneggerebbero assai meglio dei Democratici: “le neuroscienze e le scienze cognitive hanno cambiato radicalmente la nostra idea di cosa sia la ragione e di cosa significhi essere razionali. Sfortunatamente fin troppi progressisti si sono formati su una teoria della ragione falsa e obsoleta, in base alla quale il framing, il pensiero metaforico e l’emotività non influirebbero in alcun modo sulla razionalità” (G.L. pag. 10). Nella competizione tra due schemi mentali – come dire? – innati: quello repubblicano/conservatore del “padre severo” e quello democratico/progressista del “genitore premuroso”. Il primo familismo esprime un’idea educativa, fondata sui presupposti che il mondo è un posto pericoloso perché fuori c’è il male, ci saranno sempre vincitori e vinti, esiste un bene assoluto (la tua famiglia-Patria) e un male assoluto (il nemico/canaglia). Dunque, “ben consapevole del legame che intercorre tra questo modello, la politica di destra, la religione evangelica, il liberismo economico e la politica neoconservatrice” (G.L. pag. 20). Invece il format “premuroso” promuove l’assunto che “il mondo è un posto migliorabile ed è nostro dovere impegnarci a tale scopo” (G.L. pag. 28). Sicché i neuro-scienziati americani che studiano il discorso pubblico ci spiegano che la mentalità di destra ha come modello politico di riferimento il “padre severo”, che insegna ai propri figli a curare esclusivamente i propri interessi e mirare al successo; tenendosi lontani dai pietosi benefattori che con i loro programmi sociali “immorali”, in quanto rendono le persone dipendenti dagli aiuti, mandano letteralmente a rotoli il sistema. La metafora del capitalismo fatta persona; con allegata gerarchia: Dio al di sopra dell’uomo, l’uomo al di sopra della natura, gli uomini al di sopra delle donne, i cristiani al di sopra dei non cristiani, i bianchi al di sopra dei non bianchi, gli eterosessuali al di sopra degli omosessuali, la cultura occidentale al di sopra di quelle non occidentali, il nostro Paese al di sopra di tutti gli altri (G.L. Pag. 27).
Dopo lo choc dell’11 settembre e il crollo della Torri Gemelle, Lakoff analizza l’utilizzo dei codici repubblicani come framing metaforico anche in politica estera: “l’amministrazione Bush ha reagito agli attentati in perfetto stile conservatore, ovvero applicando rigidamente la morale del padre severo: se il mondo è pieno di malvagi a piede libero, il nostro compito è di mostrare i muscoli e farli fuori tutti” (pag. 165). D’altro canto – commenta il linguista di Berkeley – “bombardare civili innocenti e distruggere le infrastrutture di un Paese è controproducente, oltre che immorale” (pag. 170); giungendo così alla conclusione fatidica: “se gli Stati Uniti vogliono mettere fine al terrore, devono mettere fine anche al loro contributo al terrore” (pag. 175).

Chi è la vera canaglia?
La conclusione che ne discende è la puntuale conferma della svalutazione in corso del principio illuministico di verità (l’antica parresia greca che Michel Foucault propugnava come “il dire la verità che funge da antidoto ai giochi di potere”[9]), da parte dell’Occidente americanizzato, quale ci giunge dal recentissimo saggio di Ganser. Come ha scritto nella sua efficace prefazione il saggista Carlo Rovelli: “l’umanità ha fatto uno sforzo per fondare una legalità internazionale che riduca la catastrofe delle guerre, e chi maggiormente ha calpestato questa legalità internazionale è l’Occidente, dominato dagli Stati Uniti, che si è arrogato e si arroga oggi con la forza il diritto all’illegalità e all’impunità. […] È importante riconoscerlo e considerarne la rilevanza e le implicazioni, per due motivi, entrambi seri. Il primo è che in Occidente siamo quotidianamente immersi in una narrazione basata su un’impressionante ipocrisia. Usiamo l’espressione “comunità internazionale” per designare i nostri interessi di parte, e ci raccontiamo l’un l’altro che noi occidentali siamo fautori della giustizia e della legalità, mentre qualunque Stato o organizzazione si venga a trovare in conflitto con l’Occidente, qualunque sia la sua politica o la sua ideologia, è comunque designato come “rogue state” (‘Stato criminale’) e accusato dal coro quasi unanime dei politici e dei media di essere illegale e delinquente. La realtà, alla fredda prova dei fatti, è il contrario: è l’Occidente, con il suo strapotere militare, a essere il più delle volte dalla parte dell’illegalità internazionale” (D.G. pag. 14).
Lo ribadisce il nostro autore, lo storico pacifista creatore e direttore dell’Istituto svizzero per la ricerca sulla pace e l’energia con sede a Basilea: con la fondazione dell’ONU è entrato in vigore il divieto mondiale della guerra, eppure “negli ultimi settant’anni sono stati in massima parte i paesi Nato, la maggiore alleanza militare del mondo, guidata dagli Stati Uniti, ad avviare guerre illegali, riuscendo però sempre a farla franca. Gli Usa e la Nato sono un pericolo per la pace nel mondo” (D.G. Pag. 23).
Quell’alleanza atlantica che recentemente Lucio Caracciolo definiva “veste transatlantica dell’America-mondo”; con un’opportuna considerazione riguardo alla condizione creatasi dopo il crollo dell’Unione Sovietica, ripresa dal romanziere Le Carré: “ora che sono l’unica superpotenza, gli Stati Uniti scopriranno che guerre altruistiche saranno parte del loro futuro”. Per cui commenta: “normale. Quando da ‘superpotenza unica’ – clamoroso ossimoro – ti identifichi con il mondo. Doloroso, quando più combatti e più scopri che il mondo non si identifica con te. Quale migliore definizione preventiva della ventennale ‘guerra al terrorismo’, monumento alla carenza di strategia che ha minato l’America post 1991, mono-potenza deprivata del Nemico suicida? Prologo della Guerra Grande fra Stati Uniti, Cina e Russia”[10].
Nel frattempo continua lo stillicidio bellico, per cui lo psicologo tedesco Rainer Mansfeld “critica giustamente il fatto che nei paesi Nato si riflette poco sugli oltre 20 milioni di morti a partire dal 1945, la cui responsabilità ricade sugli USA” (D. G. pag. 53). Così come l’intera pubblica opinione occidentale neppure riflette sul silenzio sospetto dei mezzi di comunicazione di massa, persino sulle operazioni segrete e illegali come la creazione di reparti militari stay-behind predisposti per difendere i territori dei Paesi Nato in previsione di invasioni sovietiche. In Italia si trattava della “Operazione Gladio” (D.G, pag, 44).
Questioni spinose che il saggio espone con franchezza, ma anche con una punta di ingenuità. Come la scoperta che gli Stati Uniti sarebbero diventati nel dopoguerra una oligarchia (D.G, pg, 54), quando la loro natura fin dalla nascita è quella di una “plutocrazia coloniale” – come ci ha spiegato l’opera di Howard Zinn qui già citata – e le classiche ricerche, risalenti a un quarto di secolo prima, di Charles Wright Mills sui “quattrocento metropolitani”: l’élite; il cui potere nasce in prevalenza dalle ricchezze accumulate: “con poche eccezioni, il denaro – il puro, semplice e volgare denaro – è sempre riuscito ad aprire tutte le porte nella società americana”[11].
Del resto, se vogliamo parlare di imperialismo americano è giocoforza notare che i suoi germi erano già rigogliosamente presenti nella Dottrina del presidente James Monroe (in carica dal 1817 al 1825) del “cortile di casa”, intesa come affermazione della supremazia degli Stati Uniti sul continente americano; con il corollario della “politica del big stick” (il “grosso bastone”, inteso come intervento militare) teorizzato dal presidente Teddy Roosevelt (dal 1901 al 1909) a giustificazione dell’espansionismo stelle-e-strisce come epifania di un destino nazionale.
Una vocazione belligerante che indubbiamente ha subito un’accelerazione nell’ascesa a primi del mondo come delirio di onnipotenza americano, nel secondo dopoguerra; che Ganser ricostruisce puntualmente a partire dal colpo di Stato, in combutta con l’MI6 britannico, contro il premier persiano Mohammad Mossadeq reo di voler assicurare al proprio popolo i benefici della rendita petrolifera. Da qui la sequenza di interventi illegali: appunto, Iran 1953 e poi Guatemala 1954, Egitto 1956, Cuba 1961, Vietnam 1964, Nicaragua 1981, Serbia 1999, Afghanistan 2001, Iraq 2003, Libia 2011, Ucraina 2014, Yemen 2015 e – per concludere – la guerra ininterrotta contro la Siria di Assad.
Un quadro – quello tracciato dal saggio di Daniele Ganser – da cui emerge una tristissima verità: “La Nato non è un’organizzazione al servizio della pace nel mondo ma, al contrario, rappresenta un elemento destabilizzante” (D.G. pag. 525). E “anche la cosiddetta ‘guerra al terrorismo’ è costellata da menzogne. […] È uno scontro sulle materie prime e per il predominio globale” (D.G. pag. 526). E questa ipocrisia menzognera sta producendo danni irreparabili all’intero apparato valoriale prodotto dalla civiltà occidentale nelle sue più nobili espressioni, Lo scrivevano già qualche anno fa due autorevoli politologi, quali Stephen Holmes e Ivan Krastev: “i tentativi di salvare il buon nome della democrazia liberale evidenziandone gli aspetti positivi rispetto all’autocrazia non occidentale sono stati vanificati dall’incosciente violazione delle norme liberali. […] Anche l’idea di una ‘società aperta’ ha perso il lustro di un tempo. Oggi, per molti cittadini disincantati, l’apertura al mondo è causa più di inquietudine che di speranza”[12]. Mentre ancora varrebbero le parole preveggenti proferite da Raymond Aron cinquant’anni fa: “nell’umanità in via di unificazione, la disuguaglianza tra i popoli assume lo stesso significato che aveva un tempo la disparità tra le classi”[13].

In conclusione
Sicché quanto si profilerebbe alla luce del combinato Lakoff-Ganser è l’imbarazzante constatazione per l’Occidente (nonostante le attuali, incessanti prolusioni di fede nell’Atlantismo da parte dell’establishment plutocratico e i suoi supporter politici) di essere immersi in una sorta di “Impero del falso”, che proprio per questo si avvia al tramonto. Alla fine del “secolo americano”.
Mentre si sta delineando quanto nel pieno della Guerra Fredda (1955) i popoli del Terzo Mondo avevano denunciato nella conferenza di Bandung propugnando il non allineamento a quella alternativa paranoica prima ancora che ipocrita. Ciò che un grande osservatore del tempo – il giornalista francese Jean Daniel – avrebbe definito in un suo celebre saggio del 1979 L’ère des ruptures[14], l’età delle rotture. La rottura del patto su cui si era fondato a Occidente il matrimonio novecentesco tra capitalismo e democrazia, mettendo a repentaglio il bene prezioso della coesione sociale.
Avvisaglie della fine di una fase storica a centralità occidentale durata oltre mezzo millennio; da quando – aggirando il blocco navale turco – giunse a Calcutta il vascello armato di Vasco de Gama, avviando il processo di espansione aggressiva attraverso una supremazia indiscussa sui mari.
Mentre ora cresce nel mondo occidentale una domanda lancinante: e dopo? Cosa ci aspetta alla fine dell’attuale declino-interregno? Forse quel caos sistemico, quale terza ipotesi tra un Impero militarizzato e un mercato gravitante sul Far East, che Giovanni Arrighi prefigurava nel suo ultimo saggio-testamento[15].

[1] M. d’Eramo, Apologia del populismo, MicroMega 4/2013

[2] H. Zinn, Storia del popolo americano, il Saggiatore, Milano 2005 pag. 48

[3] Ivi pag. 46

[4] J. Rifkin, La fine del lavoro, Baldini&Castoldi, Milano 1995 pag. 48

[5] J. K. Galbraith, The Affluent Society, Houghton Mifflin, Boston 1984 pag. 127

[6] S. Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, LUISS, Roma 2019 pag.337

[7] N. Chomsky, The New York Review of Books, 30 dicembre 1071

[8] S. Zuboff, op.cit. pag. 382

[9] M. Foucault, Discorso e Verità, Donzelli, Roma 1996 pag. XVIII

[10] L. Caracciolo, “Il secolo lungo”, Limes 10/2022

[11] C. Wright Mills, La élite del potere, Feltrinelli, Milano 1966 pag. 53

[12] S. Holmes e I. Krastev, La rivolta anti liberale, Mondadori, Milano 2020 pag. 4

[13] R. Aron, L’alba della storia universale, il Mulino, Bologna 2003 pag. 163

[14] J. Daniel, L’ère des ruptures, Grasset, Parigi 1979

[15] G.5 Arrighi, Adam Smith a Pechino, Feltrinelli, Milano 2008 pag. 19



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