Covid e vaccini: il liberalismo è ancora una forma di illuminismo?

Davide Grasso

Dai tempi del terremoto di Lisbona la cultura illuministica si perita ad immaginare forme di azione razionale per fronteggiare le catastrofi naturali. Di questo sforzo fa parte anche la consapevolezza che ciò che non si è fatto per prevenire o limitare gli effetti di un fenomeno fisico è da attribuirsi al genere umano, non alla natura stessa. Il Portogallo del Settecento rifiutò l’idea clericale del sisma come punizione divina, facendo spazio a innovazioni urbanistiche e architettoniche per fronteggiare future scosse. A un anno dall’esplosione pandemica, superati due milioni e mezzo di morti, centomila in Italia (cifre ufficiali e in difetto) almeno uno dei prodotti storici dell’illuminismo, il liberalismo, non sembra in grado di assicurare protezione o lungimiranza.

Produrre provette, trasportarle e iniettare i vaccini nella popolazione sembra infatti un compito soverchiante per gli attuali poteri pubblici, e in virtù della loro stessa ideologia. Le potenze del G8 e del G20 sono le prime naturalmente ad offrire, sia pur a rilento e a scapito del resto del mondo, questo rimedio, ma è sorprendente quanto esse siano in difficoltà di fronte a diritti assoluti non più di re e imperatori, ma di imprese multinazionali di diritto privato. Le dottrine liberali vincenti (dette liberiste) hanno infatti imposto di sottomettere di fatto, da mezzo secolo, i soggetti di diritto pubblico a quelli di diritto privato sul piano globale, e questo per una superstizione circa l’intangibilità sacrale della proprietà individuale dei risultati del lavoro fisico e intellettuale, che pure sono imprese globali e di massa; al punto che i proprietari giuridici della produzione farmaceutica – quella che qui maggiormente interessa – possono permettersi di proteggere formule chimiche decisive come fossero ordinari “segreti industriali”.

Anche la conversione produttiva delle diverse nazioni verso la diffusa fabbricazione di vaccini stenta ed è in ritardo, verosimilmente rallentata, sul piano politico e d’impresa, da questo orizzonte incerto e ingolfato da vincoli. Eppure tale conversione è strategica per il futuro, per le eventuali varianti o per le prossime epidemie (magari più gravi): chi vorrebbe bloccare ogni volta la propria esistenza, e per anni, a causa di microrganismi che è possibile combattere artificialmente se si è scientificamente ed economicamente preparati? Le acquisizioni della scienza sono prigioniere di artifici legali, e questi di un’ideologia mistica, paravento di interessi precisi ma nondimeno decisiva nel rendere più difficile affrontarli. Intanto le persone muoiono, tutti vivono una vita dimezzata (se non peggio). La tutela contrattuale della proprietà é posta al di sopra della vita stessa, della salute pubblica e del destino della nostra specie in questo secolo.

Così stati e comunità di stati, pronti a usare la violenza militare o quella finanziaria per imporre in passato questa dottrina si inchinano come cagnolini a chi – il re non è mai stato così nudo – di quella dottrina beneficia nei termini a loro volta in fin dei conti astratti di puro potere. Qui non si tratta di contestare il liberalismo da un punto di vista reazionario, che inventi e rimpianga ipotetici paradisi premoderni, sia pure filosoficamente sofisticati. Si tratta all’opposto di sottolineare quanto sentimentale, quando non disonesto, sia l’attaccamento che non pochi mostrano verso una visione del mondo i cui limiti non sono mai stati un mistero, e che oggi appaiono in tutta la loro brutale e criminale evidenza. Lo scandalo della lentezza e delle diseguaglianze nella campagna vaccinale ci ricorda come la concezione liberale dell’impresa non si fondi soltanto sulla concorrenza, ma anche sull’appropriazione particolare degli effetti del mercato: ciò che è sotto i nostri occhi ora come un ostacolo, e non un acceleratore, all’attivazione organizzata ed efficiente di forze tecniche ed intellettuali a disposizione.

Questo ruolo di freno e ostacolo è evidente anche nelle politiche pubbliche per fronteggiare il virus in attesa di un’immunità di massa. Il contenimento dei contagi è reso impossibile dalle pressioni del mondo proprietario (eventualmente seguito a ruota da nullatenenti che subiscono la sua cultura) con la contestazione di restrizioni alla libertà che sole possono, assieme al distanziamento fisico volontario e agli strumenti di schermo delle vie respiratorie, contenere l’epidemia. Chi è precario, salariato o in cerca di lavoro vede elargite elemosine mentre le imprese ricevono crediti a fondo perduto e sostegni di tutt’altro tenore, talvolta scandalosamente privi di reali controlli. Le scuole e i luoghi della cultura soffrono, oltre a chiusure in gran parte inevitabili, anche le aggravanti dovute a questo contesto ideologico, che le considera meno strategiche e produttive di qualsiasi altra produzione, anche la più inutile, nociva o miserabile, vedendo amputate le risorse culturali trasmesse a chi dovrà scoprire i vaccini di domani (e potenziare oggi come domani le complessive esistenze di chi non si concepisce come bestia da soma).

Che dire delle comunità mediche? Hanno mostrato un’abnegazione nel soccorso e nella cura costata nel mondo migliaia di vite a medici e infermieri. Non era scontato e non abbiamo riflettuto ancora abbastanza su questo. Questi sforzi sono rivendicati dagli stati. Con quale coraggio? Quale operatore sanitario affermerebbe oggi che i risultati ottenuti a così caro prezzo sono stati possibili grazie alle politiche dei poteri pubblici e non nonostante esse? Il settore sanitario è devastato da quarant’anni di smantellamento del welfare e nonostante questo non c’è inversione di rotta. Contrariamente alla propaganda di questi mesi, infatti, finanziare l’emergenza a debito non è in alcun modo un mutamento di tendenza. È anzi la ripetizione plastica di un modo di misurare l’economia che ha già provocato disastri sociali e ne promette di più gravi, quando non bellici, per le prossime generazioni. Immutate restano le politiche non soltanto finanziarie, ma anche del lavoro e della cura. Il nuovo personale assunto nella sanità è rigorosamente a termine. L’incremento di posti letto per Covid, ad ogni ondata, non è tale perché a discapito, e non in aggiunta, rispetto a quello riservato alle altre patologie.

La filiazione illuministica del liberalismo si capovolge in farsa là dove indica come rimedio al «fallimento della politica», nella ripetizione dell’identico presentata come rivoluzione, un revival di poteri taumaturgici dell’ogni volta “nuovo” tecnico-sovrano. Non è una dinamica che si presti a riduzioni geopolitiche. È mondiale. L’interpretazione liberale della spinta illuministica ha svolto un ruolo innegabile nella storia. Ha debellato consuetudini e privilegi disgustosi. Questo non impone però, adesso, al genere umano di parlare come un disco rotto, né di fermarsi a quella formulazione della libertà.

La controversia sull’eredità napoleonica in Francia di questi giorni ricorda che il valore delle vittorie anche necessariamente violente del liberalismo originario (contro ben peggiori tradizioni europee) non può essere riaffermato senza una storicizzazione, quanto dire modernizzazione, che è movimento essenziale dell’illuminismo. Questo in riferimento alle donne e ai colonizzati, ma anche all’economia e alle scienze, prigioniere oggi di privilegi giuridici non molto diversi, nella loro tracotante insensatezza e sottrazione di vita, da quelli feudali che il liberalismo distrusse. L’assolutismo liberale pone l’individuo e la sua eventuale proprietà sopra ogni cosa. Questo ha potenziato il suo impatto rivoluzionario nella storia. Oggi però non siamo più nel Settecento e neanche nell’Ottocento. Quella pretesa assolutistica è divenuta fanatismo senile, fino a presentare sotto i nostri occhi, fittizia modernità pretesa insuperabile, lo squadernamento mondiale di ciò che il linguaggio liberale stesso dovrebbe qualificare come barbarie.

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