Primi mandati d’arresto per i crimini russi in Georgia: un monito per la guerra in Ucraina

I giudici dell’Aja impegnati a riaffermare l’idea della giustizia penale internazionale per colpire i nuovi criminali di guerra.

Maurizio Delli Santi

La svolta dei tre mandati d’arresto per il conflitto in Georgia

La notizia è dell’ultima ora. Il 24 giugno la Pre Trial Chamber I della Corte Penale Internazionale dell’Aja, costituita dall’ungherese Péter Kovács, presidente del collegio, dalla giudice beninese Reine Adélaïde Sophie Alapini-Gansou e dalla messicana María del Socorro Flores Liera, ha emesso il primo mandato d’arresto nei confronti di due alti funzionari russi e di un georgiano del governo collaborazionista. Sono ritenuti responsabili di gravi crimini di guerra commessi nel 2008 durante il conflitto che portò la Russia a invadere la Georgia con il pretesto anche qui di tutelare l’autodeterminazione delle popolazioni transcaucasiche dell’Ossezia del sud e dell’Abcasia. La storia del conflitto tra Georgia e Russia si sviluppa con la dissoluzione dell’Unione Sovietica in due fasi. Tra il 5 gennaio 1991 e il 24 giugno 1992 deflagra la “prima guerra in Ossezia del Sud” che portò al cessate il fuoco con lo schieramento di un’operazione di peacekeeping composta da militari georgiani, russi e osseti. Nel 2008 le relazioni tra georgiani e russi peggiorano nuovamente e si arriva alla “seconda guerra in Ossezia del Sud”, nota anche come guerra dei cinque giorni o guerra d’agosto. In questo caso la blitzkrieg, la guerra lampo di Putin ha successo: il 7 agosto, il Presidente georgiano Saakashvili annuncia un cessate il fuoco unilaterale e un ordine di non risposta agli attacchi. La comunità internazionale di fatto non reagisce al primo segnale del neoimperialismo di Putin: solo il Presidente francese Sarkozy riesce a ottenere un accordo di cessate il fuoco con la Russia, che però ha continuato a occupare de facto i territori, anche questi autoproclamati “repubbliche indipendenti”.

Le imputazioni per crimini di guerra

Secondo varie fonti internazionali indipendenti e un’inchiesta ufficiale dell’Ue il conflitto sarebbe costato la vita di circa 800 persone, e in particolare Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto nel 2009 in cui si sostiene che anche che nei giorni successivi al ritiro delle truppe georgiane le forze filorusse dell’Ossezia del sud “hanno distrutto deliberatamente e sistematicamente villaggi abitati da popolazioni di etnia georgiana”. Si è parlato anche dell’esodo forzato di oltre 190.000 georgiani.

É dunque in questi contesti che hanno operato i tre criminali di guerra oggi colpiti dal mandato d’arresto richiesto dal nuovo Procuratore della Corte penale dell’Aja Karim Khan. L’accusa è infatti per i “crimini di guerra” configurabili in varie condotte tipicizzate all’articolo 8 dello Statuto della Corte penale internazionale, noto anche come lo Statuto di Roma, di cui a breve ricorrerà il ventiquattresimo anniversario dall’approvazione avvenuta il 17 luglio 1998 in una storica Conferenza Diplomatica svoltasi al palazzo della Fao a Roma. In particolare ai tre imputati si attribuiscono responsabilità penali dirette per una serie di fatti compiuti in danno della popolazione civile georgiana in quanto tale, ed in particolare nei confronti di un gruppo di persone arrestate nella parte osseta del Sud della Georgia. I georgiani sono stati ingiustamente detenuti, maltrattati e tenuti in dure condizioni nel famigerato centro di detenzione di Tskhinvali, il cosiddetto “Isolator” o “KPZ”. Poi sono stati utilizzati come strumento di contrattazione dalla Russia e dall’Ossezia del Sud per ottenere uno scambio di prigionieri, per cui di fatto sono stati costretti a lasciare le loro terre d’origine. Da qui l’imputazione specifica di avere operato arresti illegali, torture e trattamenti disumani, oltraggi alla dignità personale, prese di ostaggi e trasferimento illegale di civili.

Il profilo degli imputati, alti dirigenti

Di particolare interesse è anche il rilievo dei tre imputati. Il primo è il tenente generale Mikhail Mindzayev, cittadino russo, nato il 28 settembre 1955 a Vladikavkaz, nell’ Ossezia del Nord. Alto ufficiale di polizia presso il Ministero degli Affari Interni della Federazione Russa, dal 2005 al 31 ottobre 2008 ha ricoperto la carica di Ministro degli Affari interni dell’amministrazione de facto dell’Ossezia del Sud. Il secondo è Gamlet Guchmazov, di cittadinanza russa e presumibilmente anche georgiana, nato il 9 luglio 1976 in Ossezia del Sud, che era il diretto responsabile della discussa struttura di detenzione Isolator. Il terzo ha poi un profilo del tutto particolare: si tratta di David Georgiyevich Sanakoev, nato il 14 dicembre 1976 a Tskhinvali (Georgia), che ha ricoperto le funzioni di “rappresentante presidenziale per i diritti umani” dell’amministrazione de facto dell’Ossezia del Sud, in sostanza una sorte di difensore civico o di garante dei diritti umani che avrebbe dovuto tutelare la popolazione. La versione resa pubblica dei mandati ovviamente non reca tutti gli elementi d’accusa testimoniali acquisiti nelle investigazioni specie per tutelare le vittime dei reati, ma il fatto che il mandato sia passato al vaglio della Camera preliminare è indicativo della forte rilevanza degli elementi probatori acquisiti.

Il monito per la guerra in Ucraina

Certo ora rimane il problema della eseguibilità dei mandati d’arresto e questo apre tutto un altro scenario, anche nella considerazione che la Corte penale dell’Aja non può celebrare processi in absentia degli imputati, una norma che da più parti viene sollecitata per la revisione. Sta di fatto che la scelta della Corte penale internazionale di divulgare la notizia ha oggi un forte valore simbolico. Anche se ci si riferisce a vicende del 2008, non può sfuggire un immediato parallelismo con i fatti che stanno succedendo nella guerra in Ucraina, in particolare nel Donbass e negli altri territori conquistati dai Russi. A parte gli eccidi di Bucha e gli effetti devastanti dei bombardamenti indiscriminati, l’analogia è del tutto evidente con gli arresti, i processi illegali e le condizioni di detenzione in cui sono tenuti i combattenti arresisi a Mariupol, nonché con la situazione di molti civili costretti all’esodo forzato e trasferiti illegalmente in centri di raccolta e poi in lontane regioni russe. Il monito è quindi senz’altro diretto a quegli zelanti funzionari russi e ai collaborazionisti del Donbass che si stanno prodigando in queste iniziative inscenando processi senza fondamenti giuridici, come è accaduto per le recenti condanne a morte e all’ergastolo nei confronti di asseriti “mercenari” intervenuti per difendere l’Ucraina, e prospettando alla popolazione dei territori occupati falsi “corridoi umanitari” per costringerli a trasferirsi.

Una nuova fase della giustizia penale internazionale

In generale non va dunque sottovalutato il deciso impulso a un’idea di effettività della giurisdizione penale internazionale che la Corte dell’Aja sembra più decisa ad affermare dopo i drammatici resoconti degli eccidi compiuti in Ucraina. Probabilmente ha avuto un peso la scelta lungimirante dell’Ucraina di avviare a suo tempo la procedura di “accettazione” di giurisdizione della Corte per i crimini di guerra, contro l’umanità e il genocidio (nota: la procedura non ha riguardato però il crimine di “aggressione”, ovvero l’attacco deliberato contro la sovranità di uno Stato al di fuori delle previsioni della Carta delle Nazioni Unite).

Ma certamente la svolta decisiva si è avuta il 2 marzo scorso, allorquando per prima 39 Paesi – con in testa la Lituania, l’Italia e tutti gli altri paesi dell’Unione Europea, insieme a Australia, Canada, Colombia, Costa Rica, Georgia, Islanda, Lichtenstein, Nuova Zelanda, Norvegia, Svizzera, Regno Unito e Irlanda – hanno presentato una richiesta ufficiale, il c.d. referral ex art. 14 dello Statuto, al Procuratore della Corte penale internazionale dell’Aja per avviare le indagini sui crimini internazionali perpetrati nella guerra in Ucraina. L’iniziativa ha consentito all’organo inquirente della Corte di muoversi più celermente, aggirando il passaggio della Pre-Trial Chamber, ma soprattutto ha conferito simbolicamente legittimazione internazionale e maggiore forza al Procuratore della Corte Karim Khan. Questi ha un percorso di avvocato e giurista di grande esperienza nella tutela dei diritti umani, per cui ha subito posto a disposizione della autorità ucraine la sua esperienza e un team investigativo, si è coordinato con Eurojust, e si è recato più volte egli stesso in territorio di guerra per compiere sopralluoghi e verifiche dirette sul luogo dei massacri. Per ultimo ha annunciato anche il compimento di un’iniziativa che avevamo ipotizzato in tempi non sospetti all’esordio del conflitto: l’imminente costituzione di un ufficio distaccato della Corte penale internazionale in Ucraina, una ipotesi che più di qualcuno avrebbe potuto considerare visionaria o poco realistica. Nell’ultima visita compiuta il 15 giugno in Ucraina il Procuratore Khan è stato netto: “Mi sono recato a Kharkiv, nell’est dell’Ucraina. Ho verificato gli ingenti danni causati a questa città e ascoltato i racconti delle sofferenze subite dai civili. Il mio messaggio a coloro con cui ho parlato è stato chiaro: la legge rimane al loro fianco e in prima linea. Hanno diritti fondamentali che devono essere rivendicati anche in tempo di guerra”. Ed ha aggiunto: “Il mio Ufficio sta agendo con urgenza per dimostrare a tutti coloro che sono coinvolti in questo conflitto che hanno responsabilità dirette secondo il diritto internazionale, per le quali non sono ammesse eccezioni: ogni persona che prende una pistola, guida un carro armato o lancia un missile deve sapere che può essere ritenuta responsabile dei crimini commessi”.

Il senso di un anniversario

Quanto al ruolo dell’Italia, oltra alla partecipazione all’iniziativa del referal, in maniera riservata si parla di contributi dati ai temi investigativi ucraini assicurati in stretto coordinamento con Eurojust, ma soprattutto si è annunciato l’intendimento di varare finalmente un Codice dei crimini internazionali. A fine maggio la Commissione di esperti incaricata dal Ministero della Giustizia ha ultimato i lavori e ha presentato una relazione, su cui probabilmente il Governo presenterà un disegno di legge perché sia esaminato e definito dal Parlamento. Forse stavolta avrà un senso particolare l’anniversario dei ventiquattro anni trascorsi da quel 17 luglio 1998 in cui a Roma fu approvato lo Statuto della Corte penale internazionale.

(credit foto EPA/OLEG PETRASYUK)



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