Crisi alimentare: non è colpa della guerra ma della globalizzazione

Perché il problema non sta nella poca quantità di cibo a disposizione ma nelle logiche finanziarie che stanno influenzando i prezzi.

Marco Omizzolo e Roberto Lessio

La crisi alimentate globale che si prospetta a causa dell’aggressione militare della Russia nei confronti dell’Ucraina presenta, a una lettura attenta della sua complessità, delle contraddizioni che indicano la natura speculativa del mercato alimentare globale e responsabilità che restano nascosti agli occhi dei cittadini. Si consideri, ad esempio, come dato di partenza, che la crisi alimentare paventata non trova alcun riscontro nei numeri della produzione mondiale di derrate alimentari. Ciò significa che la produzione alimentare non è, forse, il problema principale, contrariamente a quanto molti sostengono, e che esso invece si annida sulle modalità di produzione, distribuzione e speculazione che nel corso degli anni sono state riarticolate da multinazionali del cibo, investitori e speculatori di varia natura, insieme a numerosi governi compiacenti e collusi. I due aspetti principali, tra i vari, di questa contraddizione tenuta nascosta si possono ritrovare nell’iniquità della distribuzione su scala globale dei prodotti agricoli e nelle modalità proprie del loro uso per mantenere in piedi e ampliare un sistema alimentare insostenibile.

Secondo i dati della FAO, nel 2021 la produzione globale di cereali, grano incluso, è arrivata allo storico record di 2.791 milioni di tonnellate: il contributo della Russia e dell’Ucraina è stato rispettivamente del 4,13% e del 2,29%. Il grano dell’Ucraina, che peraltro è quello raccolto nel 2021, che occupa i silos ancora da liberare per la stagione di raccolta ormai imminente e che può essere movimentato solo via mare (le linee ferroviarie dell’ex Unione Sovietica hanno uno scartamento tra i binari diverso da quello dei paesi dell’UE), costituisce una piccola parte di un enorme e antico problema globale.

Considerando che la popolazione mondiale attuale è di 7,9 miliardi di persone, a livello generale e solo per questo tipo di derrate per ognuna ci sarebbe a disposizione quasi un chilo di cibo al giorno. La produzione di patate e di legumi, inoltre, lo scorso anno è stata complessivamente di oltre 420 milioni di tonnellate: quasi 150 grammi/giorno/persona. Se a queste disponibilità aggiungiamo tutto quello che servirebbe per avere dei pasti completi sotto il profilo nutrizionale (frutta secca, semi oleaginosi, sale, zucchero, ecc.), considerando anche le perdite di peso di trasformazione dei prodotti e agli ordinari problemi di stoccaggio, arriviamo ad oltre 1,5 kg pro capite al giorno. Essa corrisponderebbe mediamente a 12 – 15 porzioni giornaliere di minestrone. Una quantità di cibo impossibile da mangiare per qualsiasi essere umano e dunque utile per sfamarci tutti in modo più che soddisfacente. Il problema, quindi, non sta nella poca quantità di cibo a disposizione e neanche nella qualità del metodo di produzione (ad esempio quello biologico che resta punto di riferimento). Forse il problema è nelle logiche finanziarie che stanno influenzando i prezzi dei cereali nelle relative borse. Negli Stati uniti, ad esempio, il prezzo del grano tenero sul Chicago Mercantile Exchange, uno dei mercati di riferimento per i contratti cerealicoli, è passato dai 275 euro a tonnellata del 1° gennaio 2022 ai circa 400 euro ad aprile. Una tensione, dunque, non derivante direttamente dalla produzione ma dagli andamenti finanziari del mercato che ancora corrispondono a una organizzazione dei beni primari tutta finanziaria e inserita in logiche borsistiche centrate sull’approfittamento più che sull’approvvigionamento.

Per dimostrare questa volatilità interessata, sarebbe sufficiente sovrapporre l’andamento dei prezzi del grano secondo i mercati borsistici con le notizie relative all’atroce conflitto in corso in Ucraina e relativi negoziati tra Mosca e Kiev. L’andamento risulterebbe coincidente a dimostrazione di un problema non legato alla produzione ma prettamente politico-finanziario. La stessa Fao, ancora una volta, fa presente che l’aumento dei prezzi deriva dall’inflazione relativa ai cereali e agli oli vegetali che ha raggiunto il livello più alto di sempre. Inflazione, dunque, e non produzione.

Già da queste brevi considerazioni è possibile mettere in discussione alcune diffuse tesi, alla luce peraltro di alcuni fattori poco o per nulla considerati nel dibattito generale. Ad esempio, le produzioni eliminate direttamente sul campo, solo perché non corrispondono agli standard qualitativi imposti dalle catene di commercializzazione e di distribuzione (la classica patata con tante gobbe e la zucchina troppo grossa), per meri motivi estetico-espositivi o di facilità di confezionamento. Per non parlare dell’enorme spreco di prodotti non consumati che finiscono nei nostri rifiuti e per i quali poi, come ulteriore beffa, dobbiamo pagare pure la tassa per il loro smaltimento. La questione di fondo sta tutta in questa contraddizione epocale: ormai è diventato più conveniente alimentare gli animali da allevamento che gli esseri umani. Il nostro modello di consumo prevale su quello etico, per cui preferiamo un bovino pasciuto e pronto per la macellazione per i grandi mercati globali ad un bambino morente di fame in Asia o in Africa.

Nell’Unione Europea, ad esempio, sono destinati all’alimentazione animale quasi due terzi delle produzioni complessive dei cereali, mentre solo un terzo va al consumo umano. Lo stesso discorso vale per le farine dei semi oleaginosi (colza, girasole e soia) dai quali si ottengono oli vegetali in gran parte destinati alla preparazione e alla cottura di alimenti ottenuti dagli stessi animali. A livello globale è stato previsto che nel biennio 2021 – 2022 oltre la metà della produzione cerealicola mondiale (il 53% per la precisione) verrà destinato a questo scopo, con una tendenza di crescita di circa il 2,6% annuo. Se, dunque, abbiamo difficoltà nell’approvvigionamento dei cereali (e non nella loro produzione), allo stesso tempo teniamo in piedi un sistema alimentare finanziarizzato e iperconsumistico che è ecologicamente e socialmente insostenibile, che la guerra in Ucraina e in altre aree del mondo non sta, purtroppo, mettendo in discussione.

Sotto questo profilo è utile ricordare che la domanda di carne nel mondo è di gran lunga superiore all’offerta. Eppure, già nel 2019, ancor prima della pandemia da Covid 19, ancora la FAO aveva registrato che la morte per fame e denutrizione nei paesi poveri stava drammaticamente aumentando, dopo decenni di decrescita. Vuol dire che il grano che fino allora era stato destinato alla produzione di pane nelle regioni del Corno d’Africa, cioè per la produzione di un cibo povero per una popolazione povera, oggi trova un prezzo più competitivo per far crescere e ingrassare il più velocemente animali da abbattere, macellare e commercializzare altrettanto velocemente.

La costante crescita delle produzioni agricole destinate a questo uso insostenibile del cibo e che ormai coprono oltre il 70% dei terreni coltivati nel mondo, è dovuta esclusivamente al passaggio a questo stile di consumo alimentare nel pianeta. Basti pensare che il maggiore esportatore di bovini da macello oggi è l’India, nonostante l’induismo consideri la mucca un animale sacro e gli indici di povertà e malnutrizione della sua popolazione restino tra i più elevati al mondo. In Cina, inoltre, sono già stati costruiti e messi in funzione edifici di 9 piani per l’allevamento contemporaneo di 28mila scrofe suine, i cosiddetti “hotel per maiali”.

In questo perverso meccanismo economico sono le ragioni speculativo-finanziarie a dettare ancora una volta il copione e l’agenda politica. Il grano infatti rappresenta poco più di un quarto della produzione mondiale dei cereali, ma è quello più strategico perché viene destinato in tutti i paesi del mondo prevalentemente al consumo umano: in media il 70 – 80%, mentre le riserve si stanno progressivamente riducendo. In Africa e Medio Oriente se ne fa un larghissimo uso per la produzione del pane e non è un caso che il maggiore importatore mondiale sia l’Egitto con circa 12 milioni di tonnellate, metà del quale acquistato direttamente dal governo per sostenere il programma nazionale di distribuzione alimentare baladi con lo scopo di non far precipitare la sua popolazione in uno stato di povertà, malnutrizione e agitazione permanente.

Il segretario generale dell’Onu, Guterres, ha premesso un possibile “uragano di fame” e allo stesso tempo “un collasso del sistema alimentare globale con riferimento in particolare a paesi che da decenni vivono crisi e collassi sistemici, conflitti bellici condotti anche dall’Occidente ma volutamente dimenticati da media mainstream nazionali e internazionali, come il Sudan e lo Yemen. In quest’ultimo Paese, come sostiene l’Onu, tra la fine dell’estate del 2020 e il mese di dicembre 2021 sono morti quasi duemila bambini-soldato che avevano un’età compresa tra i 10 e i 17 anni prelevati dalle loro case, nei villaggi, e costretti a imbracciare un kalashnikov. È l’ultimo orrore di una guerra iniziata nel 2015 ma che affonda le radici nella primavera araba del 2011, quando una rivolta costrinse il presidente Ali Abdullah Saleh a cedere il potere al suo vice, Mansour Hadi.

La crisi in corso, dunque, ancora secondo Guterres, rischia di trascinare circa 1,7 miliardi di persone, ossia un quinto dell’umanità, nella miseria e nella fame, con il peggioramento dello stato di sopravvivenza per miliardi di persone. Ancora secondo la Fao, sarebbero quarantacinque i paesi africani a rischio collasso, diciotto dei quali dipendenti direttamente dall’approvvigionamento di grano, quale materia prima fondamentale per la sopravvivenza della loro popolazione, dall’Ucraina e dalla Russia. Tra questi ultimi paesi, l’Eritrea, la Mauritania, la Somalia e la Tanzania dipenderebbero per il 100% del grano ucraino e russo. A questo riguardo si può ricordare che la Somalia, come ricostruito da Emilio Drudi con un articolo pubblicato sul magazine dell’Eurispes, è “un paese imploso da oltre trent’anni, sconvolto da una bufera infinita nella quale siccità, fame, carestia, epidemie si aggiungono al disastro provocato da una sanguinosa guerra civile e da un terrorismo forte e radicato come quello di Al Shabaab, che colpisce quando e dove vuole, mettendo a segno una media di oltre mille attacchi e attentati l’anno”. Aggiungere a questo la crisi del grano significa cancellare per sempre quel Paese e condannare a morte la sua popolazione. L’Eritrea, invece, come ricorda Ilaria De Bonis per Tempi Moderni, da decenni governato dal dittatore Isaias Afewerki (che ha distrutto l’intera economica interna per trasformare il Paese in una dittatura militare), senza le importazioni dall’Est non sopravvivrà. O meglio dipenderà esclusivamente dagli aiuti umanitari, nonostante le retoriche strumentali e criminali di molti hooligans di Afewerki presenti anche in Italia.

Il prezzo del grano per la panificazione, ancor meno casualmente, è stata l’origine della cosiddetta “Primavera Araba” scoppiata oltre dieci anni fa, ma pochi ricordano che quella situazione fu determinata dalla speculazione finanziaria su una materia prima che il fondamentale alimento delle popolazioni più povere di questo pianeta. Non lo dimentica però il Maresciallo al-Sisi, presidente egiziano, che ricorda come il malcontento di allora fu generato anche dalla crisi del grano e del pane determinata dalla siccità nei paesi produttori e in particolare in Russia, Australia e Argentina con una immediata rincorsa all’approvvigionamento mediante azione finanziaria sul mercato globale da parte della Cina che fece aumentare i costi dello stesso e obbligò milioni di persone, nei paesi arabi in primis, a migrare per fame dalle campagne alle città e ad agire in forma di protesta contro i relativi governi e regimi. Si consideri che secondo le autorità egiziane le loro scorte di grano copriranno il fabbisogno nazionale fino all’inizio dell’estate in corso. Siamo dunque agli sgoccioli e il mercato internazionale non ha consentito per ora all’Egitto di accedere a nuovi fornitori per via di un prezzo ancora elevatissimo.

CREDIT FOTO: Carsten Koall/dpa

 



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