La crisi climatica: una questione di (in)giustizia

La crisi in cui siamo immersi vede scontrarsi i princìpi della giustizia distributiva con quelli della giustizia intergenerazionale, in un conflitto di fatto insanabile.

Sofia Belardinelli

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Di chi è la “colpa” del riscaldamento climatico? E chi deve pagare di più per frenarlo? Possiamo pretendere da popoli che non hanno avuto quasi nessuna responsabilità in questo processo di rinunciare a quello sviluppo che le energie fossili potrebbero ancora garantire loro? E da quelli che già godono del benessere di rinunciarvi? Ma, dall’altro lato, di che sviluppo e di che benessere parliamo, se il pianeta diventerà molto presto inospitale per tutta la specie umana? La crisi climatica – come bene illustra questo saggio contenuto nell’Almanacco di scienza di MicroMega di cui pubblichiamo qui un estratto – ci pone di fronte a problemi etici complessi, e ormai ineludibili.

Ambiente, economia e società sono i tre pilastri su cui si fonda il concetto, ormai più che trentennale, di “sviluppo sostenibile”. Il rapporto “Our Common Future”, stilato nel 1987 dalla World Commission on Environment and Development, afferma che «nella sua essenza, lo sviluppo sostenibile consiste in un percorso di cambiamento nel quale lo sfruttamento delle risorse, la gestione degli investimenti, l’orientamento dello sviluppo tecnologico e il cambiamento istituzionale sono in sintonia e aumentano le possibilità presenti e future di realizzare i bisogni e le aspirazioni degli esseri umani».

Nonostante tali enunciazioni teoriche, da trent’anni a questa parte nulla di sostanziale è cambiato: la crisi climatica continua, e con essa prosegue anche – al di là di proclami, dichiarazioni retoriche e trattati non vincolanti – il sostanziale immobilismo della politica internazionale di fronte a questa minaccia radicale per l’umanità.

La dimensione ambientale della crisi in atto – crisi climatica ed ecologica – non è però, a ben guardare, il vero fulcro del problema. Riscaldamento globale, disarticolazione degli ecosistemi, superamento di numerosi “punti di non ritorno” (tipping points) del sistema climatico planetario non sono che gli effetti di uno squilibrio che va ricercato molto più a monte, nella natura antropica di questi fenomeni.

In altre parole, questo squilibrio ha le sue radici nelle profonde diseguaglianze che, da una parte, hanno reso possibile, a partire dalla “grande accelerazione” del secondo dopoguerra, uno sviluppo tecnologico ed economico di strabiliante rapidità e la transizione verso un modello sociale fondato sul ricorso massiccio alle fonti energetiche fossili, e che però, dall’altra parte, hanno enormemente approfondito il drammatico divario tra ricchi e poveri, tra privilegiati e svantaggiati.

Come molti modelli sociali del passato anche l’attuale società globale, fondata sull’energia fossile, si è rivelata incapace di fare a meno, per sopravvivere, di un sistema profondamente diseguale. La diseguaglianza è infatti il cuore di questo modello di sviluppo, in atto già a partire dal XIX secolo ma consolidatosi da circa settant’anni, da quando cioè – agli albori della grande accelerazione – il petrolio soppiantò il carbone come combustibile fossile più utilizzato al mondo. La crescente disponibilità di energia fossile ha infatti portato con sé, con sempre maggior chiarezza, una profonda contraddizione: le pressoché infinite libertà aperte a pochi dalla ricchezza energetica hanno ridotto o negato a molti l’accesso a ben più essenziali diritti.

[…]. Tra i molti che subiscono queste privazioni possiamo annoverare due categorie di persone: da una parte, gli individui presenti che, perlopiù in Paesi in via di sviluppo, contribuiscono in larga misura – spesso in condizioni di ignobile sfruttamento lavorativo – a soddisfare il fabbisogno mondiale di energia, ma che non hanno accesso ai vantaggi che da quell’energia derivano; dall’altra parte, gli individui presenti e futuri che subiscono e subiranno, attraverso la degradazione del clima, dell’ambiente, della salute e, in generale, attraverso il peggioramento delle condizioni di vita, le conseguenze negative dell’esercizio delle suddette libertà da parte di pochi. […].

Laddove i princìpi della giustizia distributiva e di quella intergenerazionale si scontrano è difficile stabilire quali siano gli interessi effettivamente sacrificabili: è più importante il diritto allo sviluppo, al benessere, in alcuni casi alla stessa vita dei popoli che, anche grazie al fossile, intravedono la speranza di sollevarsi dalla povertà più estrema, oppure prevale lo stesso diritto al benessere, alla vita e alla possibilità di ereditare un ambiente ospitale per la specie umana che sarà reclamato, un giorno, dagli esseri umani futuri? Una risposta “giusta” – pare evidente – nei fatti non esiste. Nei fatti, i diritti di qualcuno verranno sacrificati. […].

L’utopia democratica di un mondo in cui – grazie allo sviluppo economico e tecnologico reso possibile dalle fonti energetiche fossili, a lungo considerate inesauribili – a tutti siano garantiti non solo i fondamentali diritti ma anche le crescenti libertà individuali già disponibili (non a tutti, peraltro) nelle apparentemente eguali società industrializzate è, appunto, soltanto un’utopia. In un pianeta finito e dotato di risorse finite, noi, specie altrettanto caratterizzata dalla finitudine, non possiamo aspirare a un’estensione infinita delle libertà. Il sogno di una società globale giusta, ricca e non gravosa sulla natura è, forse, irrealizzabile. Il futuro – come mai prima nella storia umana – è incerto. Si tratta, oggi, di svegliarsi dal sonno e di rimboccarsi le maniche, facendo il meglio che si può, in questo imperfettissimo mondo da salvare.

[L’estratto qui pubblicato corrisponde al 16% del testo integrale pubblicato in MicroMega 6/2021]

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(credit foto EPA/RODRIGO ANTUNES)



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