Crisi energetica e patrimoni pubblici

Arginare le nefaste ripercussioni della “pandemia energetica”: questa è la priorità che incombe nell’agenda del nuovo Governo. Ma paradossalmente è proprio il patrimonio edilizio pubblico a rappresentare una delle maggiori criticità a fronte di consumi oltremodo e irrazionalmente “energivori” e ormai insostenibili in termini di spesa nazionale.

Silvano Curcio

Anche e soprattutto nel nostro Paese, incombe la nuova emergenza nazionale: la “pandemia energetica”. L’innesco geopolitico causato dal conflitto russo-ucraino è ampiamente noto e analizzato. Non altrettanto lo è uno dei più fertili contesti in cui rischia di propagarsi e infierire questa emergenza: il patrimonio edilizio di proprietà pubblica, costituito da uffici di ministeri ed enti locali, tribunali, scuole, università, ospedali, presìdi socio-sanitari, caserme, musei e gallerie, abitazioni, ecc. presenti in tutto il territorio nazionale.

Una premessa di carattere generale: secondo i dati ISTAT, è l’intero patrimonio edilizio nazionale sia pubblico che privato a soffrire energeticamente, se è vero che oltre il 60% degli edifici esistenti ha più di 50 anni e quasi l’80% è stato costruito prima del 1990, secondo criteri progettuali e costruttivi e norme tecniche che non consentono il rispetto degli attuali standard minimi di efficienza energetica.

In questo quadro generale, emerge lo stato patologico del patrimonio pubblico. Secondo una stima al 2019 del Dipartimento del Tesoro del MEF, il patrimonio delle PA, da quelle centrali a quelle locali, ammonta complessivamente a oltre un milione di beni immobili. Ebbene, questo immenso patrimonio versa di norma in una condizione energetica da vero e proprio S.O.S. Una stima Consip/MEF al 2020 indica in oltre 9 miliardi di euro la spesa complessiva annua delle PA per i consumi energetici dei propri patrimoni edilizi e urbani (reti di illuminazione pubblica).

La cifra – ingentissima in assoluto e peraltro nel frattempo ancor più lievitata – è rappresentativa di un patrimonio oltremodo e irrazionalmente “energivoro”, considerando che ancora fino ad alcuni anni fa, secondo una stima “Brita in PuBs UE”, registrava mediamente un indice di consumo energetico pari ad oltre 200 Kwh/mq/anno, ben superiore alla media dei patrimoni pubblici di altri paesi europei. E questo gap è ben lungi oggi dall’essere colmato nonostante i programmi di interventi correttivi promossi specie nell’ultimo decennio.

Questi dati sono emblematici di una situazione ormai non più sostenibile in presenza di un contesto ambientale, economico e geopolitico europeo e mondiale che oggi è reso ancor più critico a seguito del conflitto russo-ucraino e che impone politiche e interventi di drastico, cogente e indifferibile efficientamento e risparmio energetico. A iniziare proprio dal patrimonio pubblico, un patrimonio che dovrebbe essere “esemplare” del livello di virtuosità energetica nazionale.

In uno scenario che pone sempre più al centro l’esigenza ormai non più derogabile dell’efficientamento energetico del patrimonio pubblico, è in essere un complesso articolato di azioni, piani, programmi e interventi a livello nazionale ed europeo per la cui realizzazione le PA sono chiamate ad adottare di necessità un approccio radicalmente nuovo nella gestione dei propri patrimoni, in un’ottica di riduzione, razionalizzazione ed efficientamento dei consumi energetici e della spesa pubblica settoriale nazionale.

E ciò, a maggior ragione, in funzione del perseguimento degli obiettivi europei del Green Deal previsti al 2030 e al 2050, così come dell’utilizzo delle ingenti risorse messe a disposizione dal PNRR: oltre 20 miliardi di euro di investimenti che possono incidere direttamente e indirettamente sull’efficienza e sulla riqualificazione energetica del parco immobiliare e urbano di proprietà pubblica. Una mole straordinaria di finanziamenti destinati alle PA che potrebbe attivare una potenziale mole di interventi senza precedenti.

Tenendo presente, inoltre, che sono ancora attivi ulteriori canali di finanziamento programmati già da diversi anni: a titolo puramente esemplificativo, solo attraverso l’ultima tranche del PREPAC – il Programma di riqualificazione energetica degli edifici delle PA già emanato in attuazione della Direttiva UE 2012/27 – si dovrebbero mettere in cantiere e realizzare entro il 2030 interventi di efficientamento e riqualificazione energetica per oltre 3.5 milioni di metri quadri di edifici pubblici.

Le prospettive non sono però affatto ottimistiche. Le criticità all’orizzonte sono numerose e assai difficilmente affrontabili e risolvibili in tempi brevi. Ne cito di seguito solo alcune, le più macroscopiche. Innanzitutto l’assoluta mancanza di coordinamento, integrazione e sinergia nel mare magnum di programmi fruibili per l’efficientamento energetico del patrimonio delle PA: Conto termico, FNEE – Fondo nazionale per l’efficienza energetica, Fondo Kyoto, PIF – Programma nazionale di informazione e formazione sull’efficienza energetica, Certificati bianchi, PREPAC – Programma di riqualificazione energetica degli edifici delle PA, Superbonus 110%. E infine il più recente e importante: il PNRR.

Ma la criticità più ostativa è rappresentata senza dubbio dalla discrasia tra la fase programmatoria e quella realizzativa. Si è in grado di “programmare”, forse anche troppo visto il pletorico elenco di programmi appena citati. Il passaggio critico è quello dalla fase programmatoria alla fase realizzativa, in cui le azioni, le misure, i piani e i programmi devono essere trasformati in concreti interventi di efficientamento energetico sul patrimonio delle PA. Il caso del PNRR è emblematico. Ad essere delegate per la fase realizzativa sono direttamente le istituzioni locali, specialmente i Comuni.

E qui vengono fuori pesanti criticità sia endogene che esogene alla realtà delle PA locali. Tra quelle esogene, legate all’impostazione stessa del PNRR: le oltremodo complesse procedure degli iter attuativi; la ristrettissima tempistica per la redazione e la presentazione dei progetti, così come per la loro successiva realizzazione; le rigidità ed i vincoli delle griglie adottate per i bandi di gara; l’inadeguatezza del Codice dei contratti pubblici e dei sistemi di appalto contemplati che non consentono l’adozione di modelli di procurement innovativo ad hoc.

Tra quelle endogene alle PA locali si staglia la criticità più evidente, vale a dire la cronica inadeguatezza quali-quantitativa delle risorse e competenze professionali sia amministrative che tecniche in grado di governare i complessi processi di riqualificazione energetica in tutte le diverse fasi: dalla progettazione degli interventi, alla gestione delle gare di appalto; dalla cantierizzazione, fino al monitoraggio e al controllo realizzativo.

Uno scenario nazionale, specie di attuazione del PNRR, decisamente complesso, fortemente impegnativo e pieno di criticità, in cui peraltro è del tutto assente un’organica visione processuale “energy management oriented” che ponga a sistema tutto il complesso di azioni e interventi finalizzati alla razionalizzazione e all’ottimizzazione delle prestazioni e dei consumi energetici dei patrimoni pubblici: dalla propedeutica indispensabile analisi e valutazione diagnostica dei beni, alla riduzione ed eliminazione degli sprechi evitabili, fino al “retrofit” per la manutenzione, la riqualificazione e l’innovazione a livello tecnologico, funzionale e spaziale.

Ma non c’è da meravigliarsi in un Paese la cui classe politica è stata artefice negli anni di politiche energetiche nazionali fortemente ondivaghe e contraddittorie, assai scarsamente razionali e mirate e decisamente fallimentari nei risultati. Quanto in materia è stato di norma proposto nei programmi degli schieramenti politici in campagna elettorale ne è la recentissima inequivocabile riprova, a testimonianza di una radicata e diffusa incultura energetica resa ancor più imbarazzante e inquietante dal pressappochismo e dal demagogismo a cui spesso si associa.

In questo scenario non certo favorevole e con la stagione invernale alle porte, si entra dunque nel pieno di un’ennesima situazione emergenziale in cui il nuovo Governo alla guida del Paese dovrà tentare prioritariamente di arginare le nefaste ripercussioni della “pandemia energetica” trovandosi a fronteggiare anche l’insospettabile “fuoco amico” del patrimonio pubblico.

Silvano Curcio insegna “Management dei patrimoni immobiliari e urbani” alla Sapienza Università di Roma.



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