Politica e potere: una grande commedia che ha travolto anche il “governo dei Migliori”

La crisi di governo estiva caratterizzata da governanti che hanno ridotto a caciare il confronto delle idee.

Pierfranco Pellizzetti

In queste giornate di mezza estate è consentito parlare della politica e del potere come di una grande commedia umana, fatta di gusti e disgusti?

Più si assiste allo spettacolo plebeo di governanti che riducono a caciara il confronto delle idee, della dialettica tra i legittimi interessi, siano essi pubblici o privati, svilita a pratica da foro boario paesano, per non parlare di indebiti accaparramenti e latrocini, più ci si sente sulla lunghezza d’onda del gentleman John Maynard Keynes quando dichiarava che – dovendo scegliere – si sarebbe sempre trovato “dalla parte della borghesia colta”. Scelta da considerare tanto etica come estetica, essendo i criteri strettamente correlati. In particolare intendendo gli aspetti formali (le maniere) quali credenziale di quelli sostanziali (l’impianto morale); in base all’immortale principio secondo cui “l’abito fa il monaco”, teorizzato da Erving Goffman nel suo celebre “La vita quotidiana come rappresentazione”: «poiché la realtà che interessa l’individuo è imperscrutabile, bisogna che egli faccia affidamento sulle apparenze. E, paradossalmente, più l’individuo dà importanza alla realtà che non è percepibile, e più deve concentrare la sua attenzione sulle apparenze». Esigenza valutativa acuita dall’odierno arrembaggio ai livelli alti della società da parte di arrampicatori sociali, cinici tecnologi del potere del tutto sprovvisti di contrappesi valoriali. Politicanti parvenu in combutta con arricchimenti di dubbia origine, nell’incepparsi dei filtri culturali che nel passato contenevano il fenomeno. La possessività che diventa l’unico metro dell’apprezzamento sociale. E le forme tengono dietro, piegando sempre di più verso il cafonesco (l’esibizione del consumo dovizioso con tanto di cartellino del prezzo in bellavista, da nouveau riche tipo Billionaire), al cheap con pretesa pop dei pantaloni strizzati a tubo di stufa, indossati da tipi sovrappeso alla Matteo Renzi, o al casual trasandato del collo della camicia button-down sbottonato come il dolcevitaro Montezemolo; oppure la sciatteria del mocassino indossato senza calze. Obbrobri che non risparmiano i reggitori del mondo, nei loro G-qualcosa in località turistiche dove presentarsi scravattati, che fa tanto “informale”.

Non si salvano neppure i Migliori dei Migliori tipo Mario Draghi che, stante l’abituale tenuta bancaria da sposo di paese, dovrebbe farsi accorciare i pantaloni cadenti sulle scarpe che producono il goffo effetto di rigonfiamento detto “tenda indiana”.

Sintomi di un generale involgarimento sociale, in cui i modelli di riferimento sono stilisti il cui target oscilla tra lo spacciatore colombiano e l’ostricaro in canottiera; i cui influencer sono tipi tatuati con la pelle che sembra le squame del rettile, ispirati alla tipologia trucido di periferia, o sedicenti lookologi su Youtube, dalla parlata centro-italiana nonostante il nickname british, che ostentano cravatte dell’Upim. Dunque, un fenomeno di costume, che accompagna l’incanaglimento dei vertici della piramide sociale, la cui motivazione sta tutta nelle attuali dinamiche del consumo: la scoperta del marketing anni ’60 che i grandi volumi di vendita si facevano con prodotti poveri di contenuto e i jeans schizzavano a quota due miliardi di paia all’anno.

Resta in chi ha vissuto altre stagioni, in cui la società dava l’impressione di aprirsi e di addolcirsi, il rimpianto per la perduta civiltà delle buone maniere, spazzata via dalla sostituzione degli intellettuali con la genia semplificatrice dei comunicatori, con la destinazione d’uso delle tecnologie comunicative – come si dice, “indossabili” – dall’informazione al gossip; signori responsabili soppiantati dai riccastri avidi.

Tempo fa ho avuto la percezione icastica del cambiamento di gusto che rivela sostanza, all’inaugurazione di una fantasmagorica cruise ship, una di quelle navi da crociera tipo villaggio vacanza con i corridoi ostruiti da slot-machine e videogiochi, popolata da turisti in camicia hawaiana. Nello struggente ricordo di come era composta la popolazione degli “ocean liner” – i transatlantici “Italia Navigazione” o “Linea C” – di sessant’anni fa: una comunità internazionale di persone eleganti, in cui italiani non ancora ridotti a generone alla Vanzina gareggiavano in stile con estancieros argentini nostalgici d’Europa e lusitani – sia portoghesi che brasiliani – abituati a indossare il dinner jacket (noi lo chiamiamo smoking) con la naturalezza di una seconda pelle.

Rimpianti di tempi andati, negli ultimi bagliori dell’era consumistica, giunta ai limiti dello sviluppo quantitativo; alla fine della post-democrazia consociativa e affaristica.



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