“La nostra urgenza è il patriottismo europeo”, intervista a Paolo Rumiz

Paolo Rumiz è scrittore e giornalista triestino, inviato speciale del “Piccolo”, editorialista di “La Repubblica” ed esperto delle identità italiane ed europee. Dal 1986 segue gli eventi dell’area balcanico-danubiana. Approfittando della riedizione del suo “La linea dei mirtilli” (Bottega Errante, 2022), che raccoglie e aggiorna una serie di racconti/reportage sui Balcani e sull’est Europa, commentiamo la crisi recente del Kosovo.

Roberto Rosano

Facendo un ritratto dell’ex presidente serbo Radovan Karadžić, responsabile di un’orrenda pulizia etnica in Bosnia, ha scritto nel libro che fu scelto perché, essendo uno psichiatra, sapeva come “costruire la guerra, prima di tutto, nei cervelli”.
Lì, io l’ho visto in modo trasparente. A influire sulla popolazione fu il partito, che organizzò enormi adunate a ricordo della sconfitta serba di Kosovo Polje contro i turchi (musulmani), per far capire ai serbi che, dopo sei secoli, era arrivato il momento di regolare i conti con gli albanesi (musulmani). Ma a lavorare sul cervello o la pancia dei serbi furono anche i preti, i servizi segreti e gli psichiatri. Karadžić era interessante perché arrivava a Sarajevo con grandi complessi di inferiorità.

Era un pastorello montenegrino, con la gusla in mano, arrivato in una città cosmopolita, aperta, con una borghesia autoctona molto esclusiva, la Raja.
Tra la Raja e i Papak, cioè gli immigrati che non avevano ancora imparato il comportamento urbano c’era un fossato, non etnico, ma sociale. E poi, un altro fattore di spaesamento: il Montenegro era mono-etnico, mentre Sarajevo era il simbolo stesso della mescolanza, come se non di più di Gerusalemme. Una specie di Europa in miniatura, dove si era celebrata nel 1992 una marcia della pace cui avevano partecipato 300.000 persone, cosa impensabile in tutta l’Europa occidentale. Lì io ho avuto l’impressione che non potesse accadere mai nulla e, invece, la storia insegna che basta un cecchino per mettere in moto la macchina infernale.

La questione dei Balcani, con tutti i nazionalismi feriti ad essa connessi, è stata temporaneamente raffreddata separando serbi, croati, musulmani. Questa situazione ibrida, da separati in casa, sta per finire?
Ricordo che, mentre scrivevo il mio primo libro, dopo aver visto tutta la nomenclatura comunista rimanere al potere dopo essersi sbarazzata di Nicolae Ceaușescu attraverso un camaleontismo inconcepibile in Occidente, pensai: bene, adesso tocca alla Jugoslavia, perché lì hanno un elemento incendiario in più, la pluralità etnica. Feci anche un’altra profezia e cioè che Milošević, dopo aver stravinto, sarebbe stato tradito dai chierici proprio come Ceaușescu. In quel primo libro, Danubio: storie di una nuova Europa (Edizioni Studio tesi, 1990), ho collaudato uno stile non giornalistico, ma di visione. Oggi ci sono troppi analisti, ma pochi visionari, cioè persone che hanno una visione d’insieme.

Coi suoi libri e i suoi articoli ha sempre dato l’impressione di volerci convincere che quella nei Balcani non fosse una questione tribale, lontana da noi. Perché i Balcani ci riguardavano e ci riguardano?
Noi abbiamo liquidato quella guerra come un fenomeno di indistinta barbarie. A Trieste si usa dire: quelli sono cattivi dentro, i balcanici sono cattivi nell’anima. Con queste frasi spicce ci siamo sempre impediti di capire: le cose che sono accadute e che accadono lì possono capitare ovunque se il popolo viene investito dalla stessa ventata feroce di propaganda, di vittimismo e di etno-nazionalismo. Capii subito che quello non era un focolaio infettivo che avrebbe coinvolto l’Europa sana. I Balcani sono la pancia nell’organismo europeo, cioè il primo luogo dove si manifesta l’ulcera del nazionalismo, cioè la tentazione di risolvere problemi sociali attraverso la guerra etnica. Anche da noi in Italia succede questo oggi: creiamo nemici esterni per nascondere i fallimenti del governo. Nei Balcani il nemico è interno, il ché è ancora più grave.

Lei ha sempre detto che il cuore dell’Europa, la vera Mitteleuropa non è a Vienna, ma è in quel coacervo di cultura slava, ebraica e tedesca che sta più a est.
Qui c’è un’enorme contraddizione: i Paesi che vanno da Pietroburgo fino all’Ucraina sono il vero centro dell’Europa. Hanno una passione europea che noi ci sogniamo.

Ma che Europa vogliono?
È questo il punto: dopo essere stati schiacciati dai totalitarismi e aver contato una quantità di morti che nessuno spazio terrestre ha mai visto, questi Paesi pensano all’Europa come un insieme di realtà mono-etniche. Solo se sei nato lì da generazioni puoi dirti cittadino, componente della nazione. E non è assurdo che loro la pensino così perché noi per primi abbiamo cercato di chiudere il fascicolo balcanico…

Con la cantonizzazione etnica.
Questo è stato il grande, immenso errore dell’Europa. Oltre ad esserci divisi tra partigiani dell’una e dell’altra parte, abbiamo voluto chiudere più in fretta possibile la vicenda, spinti dagli Stati Uniti, che avevano tutto l’interesse a cantonizzare etnicamente i Balcani e piazzare un’altra base Nato più a ridosso possibile del mondo slavo ortodosso.

Ma, al di là degli sforzi sacrosanti per difendere un Paese aggredito, tirare dentro Paesi dell’Europa centro-orientale, come l’Ucraina, senza dettare condizioni precise in tema di uguaglianza, libertà, diritti umani, non è terribilmente pericoloso?
Quando ho incontrato, nei primi di gennaio, Ursula von der Leyen a Roma per il primo anniversario della morte di David Sassoli, le ho detto: o mettiamo più Europa nel nostro atlantismo o saremo spazzati via. Oggi persino Zelensky tiene in pugno gli americani. Noi stiamo rinnegando le nostre radici, in gran parte mediterranee. La nostra cultura del diritto, del welfare, della filosofia, della democrazia. Non siamo per niente orgogliosi di appartenere a questo mondo. Pensiamo che l’occidente sia oltreoceano. Pensiamo al mito che dà il nome al nostro continente: la fanciulla Europa, rapita da Giove…

Figlia del re della Fenicia, asiatica, cui ha dedicato un canto epico…
Abbiamo bisogno dei miti, questo lo hanno capito bene i nazionalismi, che usano sempre miti per innescare nel popolino il desiderio di regolare i conti. Torniamo così alla battaglia di Kosovo Polje, che servì ad infiammare i serbi contro i mussulmani kosovari, eredi dei turchi…

Se è per questo da noi hanno tirato fuori una battaglia del 1176 per infiammare i padani. Ne Il filo infinito (Feltrinelli, 2019) lei parla dei monasteri come formidabili presidi di resistenza alla dissoluzione.
Ho fatto un viaggio dall’Atlantico al Danubio per capire che cosa avessero fatto i discepoli di Benedetto da Norcia. Hanno costruito luoghi più forti della guerra e delle invasioni. Del resto questi uomini venivano dall’Appennino, un mondo duro…

Sismico.
Abituato a risorgere dopo ogni terremoto. Non hanno pregato soltanto, hanno lavorato la terra abbandonata alla sterpaglia. A differenza dell’Asia e dell’Africa, in Europa è difficile distinguere tra opera della natura e dell’essere umano. Un paradiso che è insensato blindare con dei reticolati. L’Europa è uno spazio millenario di migrazioni. Se lei va in un monastero, ad accoglierla c’è un guardiano che, per farla entrare, non le chiederà qual è il suo Dio o chi sono i suoi antenati. Le chiederà di rispettare la Regola di quel sacro perimetro. Questo non è un mito, ma certamente una grande metafora dell’Europa, tutt’altro che centralistica. I benedettini non amavano il centralismo, si consideravano un’anarchia istituzionalizzata, un disordine democratico.

Questo è un momento più facile o più difficile per dirsi europei?
Oggi io sento una specie di comandamento in me: portare avanti questo discorso. Quello che ho capito negli ultimi tempi è che non ci potrà mai essere un sogno europeo se l’Unione affida la propria immagine a società private di sondaggi. Il sondaggio è l’esatto contrario del sogno. Per questo va recuperato il mito: quando perdi tutto, non resta che quello, si riparte da quello. Il mito è una bellissima storia, che capiscono anche i bambini.

In cosa è diverso il mito di Europa da quello di Legnano o di Kosovo Polje?
È urgente oggi contrapporre ai miti nazionali o etno-nazionalisti, un mito che costruisca un patriottismo europeo, che non c’è. Oggi l’Europa non genera appartenenza. Lo si capisce anche dalla prudenza con la quale hanno disegnato la cartamoneta, dove ci sono solo anonimi ponti, acquedotti, ma non ci sono figure umane che ti mettano dinanzi alla carnalità di un’Europa fatta di persone.

Di Karadžić, ha scritto una volta che era “un omuncolo nella provetta nazi-serba”. Quanti di questi omuncoli ci sono ancora nei Balcani?
I Balcani sono pieni di questa gente perché l’abbiamo lasciata in libertà. Abbiamo costruito una pace senza giustizia. Oggi i criminali vivono gomito a gomito con le loro vittime. Questa gente è diventata una mafia potentissima che impedisce assolutamente la rinascita del Paese. Sono passati già trent’anni da quella guerra. Noi in trent’anni dopo la Seconda guerra mondiale eravamo già oltre il miracolo economico. Questa cosa è inspiegabile se non prendi coscienza del fatto che quel Paese è ostaggio della mafia.

Pensa che Putin abbia interesse a fomentare questa crisi in Kosovo oppure lei è tra quelli, come Orsini, che invece pensano il contrario, che il presidente russo non correrebbe il rischio di perdere uno dei suoi principali alleati, il presidente serbo Vučić?
È logico che Putin voglia soffiare sul fuoco balcanico. La Serbia è divisa, e abbonda di manifestazioni pro e contro il premier di Belgrado. Io faccio un altro ragionamento: l’autorizzazione alla secessione del Kosovo ha autorizzato Putin a farsi cedere il Donbas. Ora è chiaro che questa ondata verso est ci sta tornando addosso: il Kosovo ha generato il Donbas e quest’ultimo oggi alimenta il Kosovo a distanza di trent’anni.

Foto Wikipedia | Medici con l’Africa Cuamm



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