Crisi della politica o crisi dello stato?

La crisi di governo italiana rappresenta uno degli esempi della crescente inadeguatezza delle istituzioni statali ad affrontare le sfide del nuovo millennio.

Fabio Armao

In un paese come il nostro che, ormai da anni, non eccelle certo per qualità del dibattito politico, una campagna elettorale balneare era inevitabilmente destinata all’effimero dei tormentoni estivi. Ogni giorno i leader dei (presunti) partiti competono per il titolo di mister Narciso su una diversa spiaggia (l’unica miss presente non avendo concorrenti con cui confrontarsi); al “Polo per l’estate” si fa a gara per arrivare terzi, proponendo assembramenti di gruppi da zero virgola nella speranza di superare il quorum. E non manca nemmeno chi ripropone vecchi refrain sempreverdi, quali Zero immigrati (con le varianti: Chiudiamo quei porti e Affondiamo i barconi), Mille euro al mese (e un milione di alberi), Il ponte sullo stretto, Non siam fascisti (ma vogliam la Fiamma).

Ai tempi della prima repubblica, i governi balneari di democristiana memoria si proponevano almeno come una sorta di soluzione, seppure temporanea, a conflitti interni alla maggioranza parlamentare; la campagna odierna, invece, prefigura problemi di governabilità che rischiano di rivelarsi drammatici e duraturi, dal momento che le coalizioni nascono nel tentativo di superare lo scoglio del voto del 25 settembre generato dall’ennesima, pessima, legge elettorale e sono prive di qualunque programma politico realmente condiviso.

La crisi di governo italiana – pur mantenendo dei tratti di assoluta originalità riassumibili nel suo carattere “preventivo”: come è stato anche detto, tanto avremmo comunque dovuto votare nell’aprile 2023! – rappresenta tuttavia uno degli esempi di quella che appare ormai come una crescente inadeguatezza delle istituzioni statali ad affrontare le sfide del nuovo millennio. Tale inadeguatezza è emersa in maniera dirompente con la pandemia di Covid-19 e ha trovato conferma con lo scoppio della guerra in Ucraina, che rappresenta a ben vedere il tentativo più estremo e violento di restituire un ruolo (non certo una dignità) allo stato attraverso la riscoperta delle sue prerogative più retrive.

Che il problema esista e sia stato recepito nel dibattito accademico oltre che giornalistico è testimoniato dal successo dell’espressione “stato fallito” riferita finora, non senza un malcelato senso di superiorità, dagli occidentali a paesi in via di sviluppo. Oggi, però, la categoria del “fallimento” sembra piuttosto diventata una variabile attribuibile in misura diversa anche agli stati maggiormente sviluppati: da quelli autocratici, che possono comunque dissimulare le proprie carenze reprimendo qualunque forma di dissenso e occultando i dati e le informazioni sul proprio reale stato di salute, alle democrazie, i cui deficit sempre più funzionali possono almeno esser loro contestati nel dibattito pubblico.

Per limitarci alle cronache di queste ultime settimane, il problema delle prestazioni delle istituzioni statali, insomma, non riguarda più soltanto lo Sri Lanka o la Sierra Leone, o la Russia di Putin, ma la Gran Bretagna, o Israele – per non parlare degli Usa, che grazie a Trump rischiano di nuovo di trovarsi sull’orlo di una guerra civile.

La crisi attuale potrebbe rivelarsi persino più lacerante di quella Grande trasformazione che aveva segnato in Europa la fine delle istituzioni liberali e l’avvento del totalitarismo al costo ulteriore di una seconda guerra mondiale – come scriveva Karl Polanyi: “la soluzione fascista dell’impasse raggiunta dal capitalismo liberale può essere descritta come una riforma dell’economia di mercato raggiunta al prezzo dell’estirpazione di tutte le istituzioni democratiche tanto nel campo dell’industria che in quello della politica”.

Ebbene, se da un lato, oggi come un secolo fa, il problema di fondo rimane sempre e comunque il rapporto tra stato e mercato, dall’altro le attuali dinamiche del capitalismo rendono improponibile una soluzione “novecentesca” che si limiti a un cambiamento di regime in una o più delle grandi potenze. Quella globalizzazione di cui qualcuno ha già preteso di scrivere l’epitaffio, infatti, è in realtà più in forze che mai e si dimostra capace di subordinare lo stato alle proprie esigenze, quando non si limita a bypassarlo, affidandosi alle reti transnazionali di attori non statali: dalle grandi corporation, alle tante fattispecie di soldati al servizio del miglior offerente (mercenari, mafiosi, terroristi, membri delle gang).

Per tentare di arginare questa deriva “anarchica” – nel senso hobbesiano di guerra costante, di ogni uomo contro ogni altro uomo – imposta da un capitalismo fuori controllo, servirebbero delle élites politiche più consapevoli del proprio ruolo e delle proprie responsabilità, meno autoreferenziali e avulse dalla realtà; mentre al contrario, con sempre maggiore frequenza, ciò a cui assistiamo è il ripetersi ininterrotto di faide tra fazioni e al loro stesso interno, ovvero una rappresentazione farsesca e a tratti persino patetica proprio di quello stato di natura che la politica dovrebbe proporsi di superare.

Per evitare che diventi irreversibile, la crisi dello stato va affrontata ricostruendo le fondamenta stesse su cui questa istituzione storica (e come tale contingente) ha basato negli ultimi cinque secoli la propria legittimità e il proprio successo, a partire da due considerazioni. La prima è che, per quanto possa suonare paradossale a chi oggi, anche in Europa, sembra riscoprire il fascino del nazionalismo, la possibilità di sopravvivere al mercato globale rimane affidata alle istituzioni internazionali e alla loro capacità di conciliare e integrare, a un livello superiore, gli interessi dei diversi territori che ciascuno stato pretende di rappresentare. Non mi sto riferendo, per essere chiari, ad alleanze difensive quali la Nato, ma a modelli ben più sofisticati (anche se tuttora incompiuti) quali l’Unione europea. È banale dirlo, ma l’Europa può fare oggi per i suoi singoli stati membri molto più di quanto ciascuno di essi possa fare per sé stesso. Alimentare il mito di un ritorno autarchico alla difesa delle frontiere oltre che autolesionista può rivelarsi criminale nei confronti dei propri “popoli”.

La seconda considerazione riguarda la necessità di riscoprire la politica come professione: né occupazione temporanea su base volontaristica, né missione profetica a vita. Dovrebbe risultare evidente che, soprattutto in democrazia, l’acquisizione di competenze e il ricambio del personale politico sono due variabili che interagiscono tra di loro e che, quindi, occorre valutare con estrema accuratezza. Se la pretesa di imporre un limite di due mandati ai membri di un partito è pura demagogia, il fenomeno che una simile misura si propone di combattere è reale. Il ricambio dei parlamentari, non meno dell’alternanza dei partiti al governo, dovrebbe essere una regola aurea della classe politica democratica e per almeno due motivi: il primo, empirico, riguarda la necessità di ridurre per quanto possibile la creazione di reti clientelari e dei fenomeni corruttivi che ne derivano; il secondo, che ha anche una dimensione etica, riguarda il dovere di offrire ai rappresentanti delle nuove generazioni le stesse opportunità di accedere all’arena politica che ha avuto chi li ha preceduti.

La carriera politica, al pari di tante altre, dovrebbe prevedere per legge un’età pensionabile oltre la quale non sia più ammesso ricoprire alcun incarico istituzionale, se non a puro carattere onorifico e gratuito.

P.S.: leggo sui quotidiani di una lettera aperta di trenta amministratori locali del Partito democratico di tutta Italia che pongono al loro segretario una domanda essenziale: “come intercetteremo il consenso dei giovani se non li candidiamo?”. Si tratta di un’iniziativa che meriterebbe di essere rilanciata nella forma di una petizione pubblica. E sarebbe un gran bel segno se alcuni “cavalli di razza” scegliessero autonomamente di farsi da parte, per offrire almeno una chance a chi ha già accumulato esperienze e competenze al servizio dei cittadini nei propri territori.

(credit foto Ffeeddee, CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons)



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