Perché l’Ue subirà la competizione sino-americana su Taiwan

Quello tra Usa e Cina su Taiwan è uno scontro tra titani di cui l’Unione europea sembra ancora una volta destinata a subire le conseguenze, senza giocare alcun ruolo geopolitico, nonostante ne abbia tutte le potenzialità.

Eleonora Vasques e Tommaso Visone

“Per nessuna cosa ho cosí poco talento come per me stesso”. Questa frase dello scrittore austriaco Robert Musil si adatta perfettamente all’Unione europea in un momento in cui si trova ad affrontare le sfide globali del presente a partire dal preoccupante aumento di tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Cina.
Un logoramento delle relazioni tra i due macro attori della scena internazionale che assume sempre piú le caratteristiche di un conflitto dovuto alla competizione per la leadership mondiale che, al giorno d’oggi, trova il suo potenziale punto di deflagrazione in relazione alla questione legata alla sovranità sull’isola di Taiwan.
Uno scontro tra titani di cui l’Unione sembra ancora una volta destinata a subire le conseguenze, senza giocare alcun ruolo geopolitico, nonostante ne abbia tutte le potenzialità.

Gli stati membri – i “signori dei trattati” – invece di riconoscere l’estrema necessità di una politica estera unica al livello europeo si dilettano in una serie di distinguo sulle reciproche posizioni relative alla decisiva questione di Taiwan. Neanche il conflitto ucraino, con i suoi effetti drammatici sul quadro dell’economia e della società dei paesi Ue, sembra finora aver convinto i principali attori europei riguardo all’urgenza di questo passo.
Il presidente francese Emmanuel Macron non ha potuto esimersi dal manifestare, a seguito di un suo viaggio a Pechino di inizio aprile, una posizione neo-gollista favorevole a un’Europa capace di prendere le distanze dall’alleato americano, lì dove la ministra degli esteri tedesca, Annalena Baerbock, in un incontro con il suo collega cinese Quin Gang il 14 aprile, ha ribadito la linea americana di un rifiuto operativo di ogni scenario che preveda un “cambio unilaterale e violento dello status quo” a Taiwan.

Alla luce di tutto ciò, gli attori extra-Ue non possono non constatare l’assenza di una soggettività politica europea capace di incidere sul piano delle relazioni internazionali. Per il resto la divisione tra i paesi Ue e l’assoluta insignificanza delle rispettive linee nazionali sono l’unico risultato tangibile che si può cogliere a seguito delle iniziative diplomatiche di Francia e Germania. Paesi che, nonostante le “serie repliche della storia”, si ostinano a mantenere delle politiche estere distinte -alla faccia delle clausole di collaborazione in politica estera del Trattato di Aquisgrana, simbolo dell’inefficacia degli accordi bilaterali- che si traducono ormai da tempo in un fallimento scontato.

Non insegna nulla alla Francia la crisi della sua politica africana, con l’umiliazione subita a favore della penetrazione russa in diversi contesti della vecchia area francofona, né alla Germania il recente schiaffo incassato a seguito dell’attacco al gasdotto Nord Stream.
Mentre questo valzer delle reciproche e conflittuali impotenze nazionali continua a intrattenere i pigri spettatori della politica europea, il mondo rischia sempre più una terza guerra mondiale, a cui il conflitto ucraino potrebbe fare da volano fornendo ai cinesi un contesto, a loro avviso, idoneo per un intervento su Taiwan.
Una guerra del genere avrebbe un impatto spaventoso su scala mondiale e coinvolgerebbe, per diversi motivi, i paesi e i cittadini dell’Ue. Soggetti quest’ultimi che risultano sia legati agli Stati Uniti nell’ambito dell’alleanza Atlantica, ma anche alla Cina per quanto concerne gli scambi internazionali di beni essenziali per l’economia del vecchio Continente.

Sarebbe quindi vitale per l’Ue l’avere una forte, visibile e salda posizione unica rispondente agli interessi comuni sulla questione di Taiwan, come su tutte le altre grandi questioni internazionali (politiche energetiche, accordi sui flussi migratori, Ucraina, etc).
Non è tuttavia possibile avere una tale posizione se si conservano 27 politiche estere –che inficiano di per se la figura dell’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza- e 27 eserciti.
Affrontare quindi una buona volta questa questione in maniera seria, a partire da ciò che un paese come la Francia potrebbe mettere sul piatto (la force de frappe e seggio francese all’Onu) sarebbe decisivo al fine di fare dell’Ue un vero soggetto globale in grado di pesare su tutta una serie di dossier e di agire alla fine di scongiurare un conflitto esiziale tra Cina e Stati Uniti.
In tal senso, la retorica del Presidente Macron è stata finora il simbolo della pochezza della classe dirigente europea: piena di promesse, di affermazioni roboanti (es. che fine a fatto la “sovranità europea” ?) e priva di ogni concreta iniziativa volta a modificare il quadro politico dell’Ue. Se Macron vuole realmente cambiare l’Ue, allora perché non si adopera al fine di condividere con l’Unione-chiedendo agli altri stati di fare altrettanto con i loro strumenti nazionali- i pilastri della sicurezza e della politica estera francese?

In attesa di tale improbabile atto di coerenza occorre constatare che l’Ue sembra costretta a subire l’evoluzione della vicenda sino-americana da spettatrice pagante e colpevole. Il che sembra un paradosso: come si può essere colpevoli se si è impotenti? La risposta é semplice. Lo si è quando si decide di non sfruttare le possibilità intellettuali e politiche in maniera responsabile nei confronti dei propri cittadini e del mondo intero.
Nel caso specifico dell’Ue, lo si é quando ci si rifiuta di operare la trasformazione che doterebbe di soggettività un corpo altrimenti passivo e ridotto al rango di oggetto. In tal senso, con il presente assetto intergovernativo, l’Unione si troverebbe, (ir)responsabilmente, a soffrire gli effetti di un’eventuale e sempre più probabile terzo conflitto mondiale avendo scelto di non fare assolutamente nulla per mettersi nelle condizioni di contrastarlo.
Le colpe di tutto questo sono da dividersi tra una classe dirigente europea dotata di una mediocrità assoluta in termini di capacità di leadership e di visione, e di una cittadinanza avvelenata dalla logica, per dirla con il regista Berardo Carboni, della “desistenza”, incapace di agire e di progettarsi in maniera innovativa e creativa al fine di fare fronte alle nuove sfide del XXI secolo.

Quindi in ultima istanza, se si vuole andare più a fondo, bisogna riferirsi all’incapacità sistemica da parte dei diversi attori della politica europea di fare i conti con la profonda crisi della democrazia che attraversa l’Ue sin dalla sua nascita e di cui – a ben vedere- la stessa Ue non rappresenta una causa, ma una tardiva, contraddittoria e parziale risposta.
Infine occorre tristemente notare che in Italia il governo di destra-centro presieduto da Giorgia Meloni ha fatto e sta facendo di tutto per non incidere minimamente sui disequilibri europei, dedicandosi a imbarazzanti assi con l’Ungheria –sul contrasto ai diritti LGBTQ+ – e con la Polonia sul “progetto” di un’Ue sempre più frammentata.
D’altronde una premier che sogna, coerentemente con il suo passato, un’Europa degli stati sovrani, capace al massimo di dare vita a una confederazione delle impotenze nazionali, non vuole ne è in grado di cogliere il peso potenziale che avrebbe l’Italia nel promuovere un diverso tipo di politica europea in questi decisivi frangenti.

Il che potrebbe anche rientrare in una linea coerente della presidente Meloni se non fosse –in maniera logicamente imbarazzante- accompagnata dall’assurda pretesa di promuovere su base intergovernativa una soluzione al problema dei migranti.
Delle due l’una: o si ha un’Unione capace di decidere a maggioranza in merito a una politica unica sui migranti e sull’Africa (e quindi viene strutturalmente meno il discorso intergovernativo), o si resta nell’attuale quadro intergovernativo tenendosi anche le esistenti politiche sui migranti e dunque, un disequilibrio di flussi tra i paesi di primo arrivo e tutti gli altri. Tertium non datur (non è ammessa una terza possibilità).
Se questo è il quadro tra il raccapricciante e lo sconsolante dei principali governi nazionali, non resta che fare appello ai cittadini dell’Unione affinché mettano fine alla loro desistenza e rivendichino il diritto a una riorganizzazione dell’Ue che fornisca alla stessa gli strumenti per contare su scala mondiale e per svolgere una politica efficace di pace.
A riguardo è interessante notare come francesi e tedeschi siano da tempo in piazza. Possibile che non sappiano guardare oltre le singole – e sacrosante – rivendicazioni sociali al fine di chiedere insieme una nuova base su cui difenderle e sostenerle in un mondo che non è più quello del XX secolo?

E gli italiani dove sono in questi frangenti? Non sarebbe il caso che i partiti dell’opposizione scendessero il piazza a sostegno delle battaglie dei francesi e dei tedeschi all’interno di un nuovo quadro sociale garantito da una federazione europea? Cosa propone il nuovo Partito Democratico di Elly Schlein su questi temi? Possibile che si debba sempre subire la crisi prossima ventura da una arci-prevedibile condizione di impotenza? Che fine ha fatto la capacità della politica di organizzare una soggettività collettiva che sia all’altezza dei tempi? Senza una risposta a queste domande –e un’azione conseguente- la parte peggiore del nostro passato Novecentesco tornerà presto a bussare alla nostra porta.
Come diceva l’ex presidente francese François Mitterand nel 1995 “La guerra non é solamente il nostro passato, puó essere il nostro futuro”.
Spetta a noi fare tutto ciò che è necessario al fine di evitarla.

Foto Flickr | Kai Bear Yang



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