Il crocifisso “à la carte”. Luci e ombre della sentenza della Cassazione

Il crocifisso non può essere imposto dall’alto, dall’autorità, ma solo, eventualmente, scelto dalla comunità che lo gradisce.

Adele Orioli

La sentenza 24414/21 delle Sezioni Unite della Cassazione che pone fine a una vicenda iniziata nel 2009 e che ha come protagonista l’insegnante Franco Coppoli segna punti fermi in netta opposizione alla passata giurisprudenza, in primo luogo quella amministrativa, sull’esposizione dei simboli religiosi negli spazi pubblici e apre al contempo profili problematici che già lasciano prevedere turbolente evoluzioni tanto della materia in punta di diritto quanto dello stato dei fatti. Non è solo per linea comunicativa engagee se a leggere i titoli dei media da un lato, i comunicati stampa delle parti coinvolte dall’altro, sembrerebbe si stia parlando di due decisioni diverse.

In ogni caso le Sezioni Unite, pur in un sistema codicistico e non di common law, rappresentano un precedente ben più che autorevole, l’interpretazione con la i maiuscola di una norma alla luce dell’intero ordinamento e valida a prescindere dal caso concreto.

Finalmente si ha il netto superamento erga omnes di quella barbarie giuridica e di quel florilegio di non sequitur partoriti dal Consiglio di Stato nel corso della vicenda Lautsi – Albertin, poi approdata alla Corte Europea di Strasburgo. Quel “crocifisso in classe [che] deve essere inteso, anzi, come uno dei simboli dei principi di libertà, eguaglianza e tolleranza e infine della stessa laicità dello Stato, fondanti la nostra convivenza e ormai acquisiti al patrimonio giuridico, sociale e culturale d’Italia”. Crocifisso simbolo di laicità che peraltro la suprema corte amministrativa aveva scopiazzato con scarsità di fantasia e di senso del ridicolo dal Tar Veneto e che, seppur smentito in sede europea, continuava a venir portato a sostegno delle posizioni maggiormente impositive.

Ma appunto e finalmente, gli ermellini buttano alle ortiche una chiamiamola tradizione interpretativa che andava ben oltre il ridicolo e in questo sono netti e univocamente interpretabili: l’esposizione autoritativa del crocifisso nelle aule scolastiche non è compatibile con il principio supremo di laicità dello Stato. L’obbligo di esporre il crocifisso è espressione di una scelta confessionale. La religione cattolica costituiva un fattore di unità della nazione per il fascismo; ma nella democrazia costituzionale l’identificazione dello Stato con una religione non è più consentita. Ricorso accolto e annullata la sanzione ingiustamente elargita al professore sulla base di una circolare finalmente, come doveva essere, dichiarata illegittima. E un punto fermo per certi versi epocale e che va comunque ben oltre il singolo caso Coppoli.

Da qui, però, risulta poco comprensibile la conseguente decisione della Corte di non disapplicare la normativa regolamentare fascista che prevede il crocifisso obbligatorio come arredo scolastico, ma di ritenerla interpretabile alla luce costituzionale del non obbligo. La Cassazione, così ferma e innovativa sulla legittimità del rifiuto del crocifisso nei luoghi pubblici decide di non decidere e rimbalza l’attuazione del non obbligo alla stessa singola comunità scolastica. Che, sola, può decidere “in autonomia di esporlo, nel rispetto e nella salvaguardia delle convinzioni di tutti, affiancando al crocifisso, in caso di richiesta, gli altri simboli delle fedi religiose presenti nella stessa comunità scolastica e ricercando un ragionevole accomodamento che consenta di favorire la convivenza delle pluralità”.

Una sorta di soluzione bavarese tricolore. Dall’obbligo fascista al contemporaneo simbolo di laicità, si è finalmente sancita l’incompatibilità dell’imposizione di uno specifico simbolo religioso negli spazi pubblici. Al contempo però il simbolo suddetto entra a far parte di un “menu multiconfessionale”, differente e differenziabile ogni singola classe, sulla base di un non ben definito accomodamento ragionevole che nella sostanza rischia di tradursi, di nuovo, nella legge del più forte. In spregio a quello spazio pubblico che dovrebbe essere semplicemente di tutti, senza alcuna necessità di coming out fideistici, o di esibizioni muscolari anche fra le stesse minoranze, di connotazioni differenziate, di pisciatine sul territorio di uno Stato che persiste, come nelle parole dei togati, nel voler essere definito democratico, laico, pluralista.

Tuttavia, non fosse altro perché si apre sicuramente una stagione di contributi e interrogativi interessanti a partire da questa decisione, la valutazione di quanto statuito resta più che positiva nei suoi aspetti principali. Il ricorso è stato vinto, il professore seppur non risarcito ha visto ripristinata la sua integrità, il crocifisso non può essere imposto dall’alto, dall’autorità, ma solo, eventualmente, ordinato dal menù pluralista a cura della comunità che lo gradisce. E questa nuova prospettiva esula e deborda dal mero contesto scolastico per rivolgersi anche a tutti quei luoghi pubblici dove vi è una imposta (e incongrua) presenza del simbolo confessionale. Staremo a vedere.

Certo, resta anche l’ambivalenza di un simbolo passivo che se non è di per sé in grado di integrare una discriminazione di chi lo subisce, secondo gli ermellini sulla scia di Strasburgo, ma è però al contempo da oggi con pieno diritto da chiunque rifiutabile (anche, come nel caso in questione, riponendolo in un cassetto). Davvero è un risultato storico non solo a favore della libertà di coscienza individuale nel contesto pubblico, ma anche un trampolino utile a erodere quel mono confessionalismo di fatto e non di diritto che permea lo stivale. Non solo punto di arrivo, ma punto di partenza dal quale, siamo certi, di storie quantomeno giuridiche ne nasceranno molte altre.

 

(credit foto ANSA/FRANCO SILVI/CRI)



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