Cronaca di una cattura annunciata. Matteo Messina Denaro tra Stato e mafia

Quando uomini non marginali della congrega mafiosa gioiosamente affermano di avere “il Paese nelle mani”, esattamente, che cosa intendono?

Giuseppe Panissidi

I mafiosi non vogliono morire in prigione”. La considerazione, che potrebbe apparire scontata e banale, circola da qualche giorno con insistenza negli ambienti giudiziari dell’anti-mafia. In realtà, essa sottende una verità profonda.

Al di là dell’intrigante previsione dell’’intraneo’ Salvatore Baiardo sull’arresto, nonché delle puntuali e immancabili tesi complottiste, l’epilogo della trentennale latitanza dell’uomo delle stragi interroga la coscienza civile, ancor prima che politica, di tutti e di ciascuno.

Il gusto del ragionamento suggerisce qualche domanda.

Se è vero, com’è vero, che per molte posizioni ‘definitive’ la prospettiva del ‘fine pena mai’ appare più che certa, quale senso si può mai annettere alla predetta asserzione? In altri e più precisi termini, quale speranza costoro possono mai coltivare di “non morire in prigione”?

Una risposta plausibile presuppone l’attenta disamina del contesto presente, come oggettivamente modificato dalla cattura del latitante più pericoloso e meglio informato, dopo Totò Riina, in merito ai tragici eventi che hanno devastato la vita pubblica nazionale per alcuni decenni.

È del tutto evidente che, una volta di più, dopo le alterne vicende della nota “trattativa”, la speranza dei reclusi non può che rivolgersi allo Stato. Solo lo Stato, infatti, ha il potere di con-cedere. Ecco, allora, emergere il ‘proprio’ dell’osservazione, secondo la quale i detenuti per mafia “non vogliono morire in prigione”. Al riguardo, sovvengono le parole dell’ex procuratore generale della Repubblica di Palermo, il sen. Roberto Scarpinato, a giudizio del quale “Messina Denaro si è lasciato arrestare”.

Sarebbe, dunque, il solo disposto a morire in carcere? E perché mai? Forse in forza di un nuovo scambio pattizio, peraltro risolutamente escluso dagli inquirenti, con l’astratta ‘speranza’ di qualche beneficio per sé stesso e i compagni di merenda, i quali non vogliono morire in prigione? Davvero un mirabile esempio di abnegazione e magnanimità, all’esito di tre decenni di tranquilla latitanza e relativa libertà, da parte di un cultore dell’acido, in specie nitrico.

E quale sarebbe la contropartita per lo Stato? Un trofeo di caccia fine a sé stesso, la formale chiusura di un’ingombrante pratica giudiziaria, mediante la tardiva esecuzione di un giudicato multiplo e il controllo ‘fisico’ di un ex latitante di rilevante statura criminale?

La questione è inaggirabile. Senza minimamente sminuire il merito indubbio dell’azione di magistratura e forze dell’ordine, MMD, data l’indisponibilità dell’opzione stragista, palesemente ‘inattuale’, in costanza, aumento e cogenza delle ‘esigenze’ dei detenuti di mafia, si sarebbe, se non costituito, verosimilmente ‘consegnato’. Non già perché stremato e gravemente malato, men che mai perché ravveduto, ipotesi in apparenza verosimili, in realtà allotrie e fuorvianti, bensì allo scopo di portare la ‘minaccia’, la prospettazione, ossia, quand’anche implicita, e pur sempre a carattere intimidatorio, della possibilità/pericolo di collaborare e parlare, in carne ed ossa, all’interno di una prigione di Stato. Dunque, di fatto, dentro lo Stato. Lettura tanto più (essa sì) verosimile, in ragione dell’impervietà di una tale ‘manovra’ dall’esterno e ragionevolmente escluso che egli ignorasse il prosieguo di rito, ovvero che sarebbe stato sottoposto a un’intensa gragnuola di domande vagamente… incandescenti.

Potrebbe essere questa la vera posta in gioco della “partita”, secondo l’icastica definizione di Nino Di Matteo, tra mafia e Stato. Una partita da ‘saldare’, naturalmente, e, auspicabilmente, non una ‘partita doppia’, in quanto confliggente con la Civiltà giuridica ed etica e la Costituzione dello Stato democratico.

Se ne dovrebbe desumere, pur senza velleità predittive, che lo spirito della trattativa, forse, ri-vive e lotta insieme a noi. Con la non trascurabile differenza rispetto alla precedente, ancorché controversa e tuttora sub iudice, che, stavolta, il primo tempo, per dir così, si sarebbe consumato negli ‘interna corporis’ delle cosche. Il secondo tempo, da giocare direttamente con lo Stato, dovrebbe ancora iniziare, ad opera, per l’appunto, di MMD, in funzione di ‘cavallo di Troia’, uno dei soggetti più idonei e potenti sotto il profilo della ‘conoscenza’, oggettivamente assistito da un (irresistibile?) potere negoziale.

E, se la conoscenza è dolore, la tragedia classica istruisce, nella presente contingenza la summa di sapere accumulata da MMD, se esternata – anche parzialmente, nell’improbabilità di una completa discovery – causerebbe, sì, dolore, ma ad… altri. Anche allo Stato?

Eppure, ciò nonostante, una nuova alba può sorgere sul Paese, in cui ciascuno è chiamato ad assumere le proprie responsabilità. Finalmente. Anche se alle strutture e agli uomini preposti al contrasto anti-mafia, Costituzione alla mano, incombe l’obbligo tassativo di “rispettare il silenzio eventuale” di MMD, come non ha mancato di sottolineare, nel corso di un’intervista, il procuratore della Repubblica di Palermo, Maurizio De Lucia, il quale, in ottima compagnia, presidia il… tema.

In breve, se il capomandamento appena catturato, invertendo la rotta segnata e percorsa dai suoi predecessori, si determinasse a “dichiarare”, prosegue il pm De Lucia, egli riceverebbe il massimo “ascolto”, com’è pacifico, in modo speciale, si può aggiungere, intorno alle inquietanti ambiguità che tuttora avvolgono l’indimenticata stagione delle stragi. Il Paese potrebbe così, infine, affrancarsi dal mistery, ancora irrisolto, della terza agenda di Paolo Borsellino, quella rossa, un autentico buco nero della nostra storia recente.

Ebbene, MMD potrebbe rendere, addirittura, superflua la conoscenza del suo contenuto, contribuendo, dall’interno, a squarciare l’oscurità intorno a quello “Stato parallelo e occulto”. orgogliosamente impunito e gonfio di commossa riconoscenza, dentro e contro lo Stato, un’entità spesso e soffertamente evocata, tra gli altri, dal compianto Stefano Rodotà, che ci piace ricordare. Una realtà, tuttavia, non astratta e inafferrabile, come si suole (o conviene) immaginare, bensì concreta e distinta, sul piano dell’empiria, da nomi, cognomi e… indirizzi, già noti o di non proibitiva identificazione.

Perché, ridotta all’osso, la domanda in trepidante attesa di risposta si può formulare nel modo seguente. Quando uomini non marginali della congrega mafiosa gioiosamente affermano di avere “il Paese nelle mani”, esattamente, che cosa intendono significare? Esattamente.

In caso contrario, si arguisce, è giocoforza aspettare, scrutando le dinamiche e i comportamenti delle istituzioni democratiche dello Stato costituzionale di diritto e, segnatamente – vero punctum dolens – del livello politico. Donde soltanto possono giungere gli auspicati chiarimenti, sotto un cielo denso di nubi, dopo la fine di una lunga latitanza, non genericamente protetta, come si ripete, bensì, e pour cause, letteralmente blindata.

Lo Stato “non tratta” con l’anti-Stato, è il refrain che risuona, monotono, a ogni piè sospinto.  Se non che, dopo più di mezzo secolo, ritornano in mente le parole di Salvatore Francesco Romano: “La mafia è l’infrastruttura di sviluppo e di ricambio dei gruppi dirigenti della società e dello Stato”. Di quanti, ossia, ai vari livelli della piramide, “borghesia mafiosa” inclusa, e non solo borghesia, vivono con timore e tremore, non per vocazione filosofica esistenziale, bensì perché hanno troppo, se non tutto, da perdere dagli eventuali ‘svelamenti’ di MMD. E chissà quanti devoti credenti, genuflessi, ora recitano preghiere e fanno voti, invocando la grazia del suo silenzio. Perché di tale specie, si sa, è la religiosità prediletta da siffatta genia, coscienziosamente altra da ogni fede autentica, come quella, vedi caso, di don Pino Puglisi!

Inevitabilmente, come “tutti i fenomeni umani”, anche la mafia sconterà il destino della fine, presto o tardi. L’acuto e dolente sguardo di “lunga durata” di Giovanni Falcone, palesemente riconducibile agli storici della scuola francese delle “Annales”, esaltando una visione del presente come storia di strutture, al di là degli eventi contingenti, metteva a fuoco e in tensione complesse problematiche entro una prospettiva più ampia della stessa, pur essenziale, giurisdizione penale.

Epperò, “c’è molto cammino da compiere, recita il poeta, promesse da mantenere”, se è vero che alla domanda di Giovanni Falcone su chi fossero i mafiosi a Palermo Tommaso Buscetta rispose: “Dott., mi chieda chi non è mafioso…”. Con ogni evidenza, il ‘convertito’ Buscetta, più che all’organizzazione criminale con l’etichetta, si riferiva alla (propriamente detta) ‘comunità di consenso’, la ‘mafiosità’, quel formidabile e mefitico terreno di coltura, vera e propria fonte energetica, fuori dalla quale agli uomini della mafia mancherebbe finanche il respiro, a differenza persino di alcune varietà di pesci senz’acqua, e senza la quale la storia della mafia sarebbe alquanto diversa, forse meno letale, di certo meno… vincente.

In realtà, al netto dell’arresto di MMD, oggi la mafia è “tutt’altro che sconfitta”, ché, anzi, ‘cerca’ un nuovo capo, come non si stancano di ribadire gli organi dell’antimafia. Il silenzio di MMD potrebbe assicurarle un’ulteriore e vitale stabilità, sia nel suo complesso gioco economico-sociale, sia nella cruciale ‘partita istituzionale’ con lo Stato.

Se la concreta declinazione degli eventi volgesse in questa sciagurata direzione, la coscienza morale e civile, ancor prima che politica, sarebbe inesorabilmente indotta a domandarsi se il principio profondo di G. W. F. Hegel, secondo cui “lo Stato sa ciò che vuole”, non spetti piuttosto alla mafia. Certo, infatti, è che le mafie, tra cadute rovinose e astute riconversioni, talora anche drammatiche, del proprio mestiere seguitano a prendersi cura con determinazione.

E lo Stato, indefesso celebrante della gloriosa memoria dei suoi martiri, “sa ciò che vuole”? E “persegue i suoi fini”, ancora Hegel, whatever it takes, ovvero in modo e con l’intento di porre fine a questa lunga e non più tollerabile… emorragia di Civiltà?

 

 

Foto Ansa



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