Cronisti sotto assedio: a due anni dall’uccisione di Shireen Abu Akleh

L’11 maggio del 2022 la giornalista di Al Jazeera veniva uccisa a Jenin durante un'incursione dell'esercito israeliano. Il suo collega Ali Al-Samoudi, che era con lei, ricorda gli eventi di quel giorno e racconta di come fare i giornalisti a Gaza e in Cisgiordania sia diventato sempre più complicato e pericoloso.

Mosè Vernetti

“L’occupazione uccide ed è criminale. Ci hanno sparato senza alcuna ragione. Eravamo un gruppo di giornalisti e indossavamo tutti le nostre divise con elmetti e giubbotti anti-proiettile con su scritto PRESS, a caratteri cubitali e inconfondibili. Eravamo riconoscibili e ci siamo premurati di camminare proprio davanti alle postazioni militari in modo che ci potessero vedere. E ci hanno visti. Poi ci siamo diretti verso una strada dove non c’erano persone armate, e dove non c’erano sparatorie. Non ci aspettavamo di ricevere colpi di arma da fuoco. Sono stato fortunato perché dopo il primo proiettile che mi ha colpito sulla spalla mi sono girato e sono tornato indietro. Volevano uccidermi. Il secondo proiettile ha colpito la mia collega Shireen e l’ha uccisa”. Sono le prime parole pronunciate da Ali Al-Samoudi, caposervizio di Al Jazeera a Jenin, l’11 maggio del 2022, poche ore dopo l’uccisione della collega Shireen Abu Akleh, palestinese con doppia cittadinanza statunitense, durante un’incursione dell’esercito israeliano nel campo profughi di Jenin.
È lì che ho incontrato Ali nel luglio del 2023, a pochi giorni dal più violento assedio del campo dal 2002, quando fu completamente raso al suolo dai bulldozer e dai bombardamenti dell’esercito israeliano, facendo oltre cinquanta vittime nel giro di pochi giorni, come racconta il celebre film di Mohamad Bakri “Jenin Jenin. Quando ci siamo incontrati indossava una spilla con il volto di Shireen Abu Akleh sul petto, una spilla che porta sempre con sé, in quei vicoli del campo dove circa 18 mila persone sono stipate in un chilometro quadrato, da oltre 20 anni teatro di alcune delle più feroci incursioni militari dell’occupazione israeliana. Ali sta nel campo ogni giorno, conosce ogni anima che lo abita. Non si muove una mosca senza che lui non lo venga a sapere, e il suo lavoro consiste nel documentare quotidianamente la vita della comunità che lo abita.
A due anni dall’uccisione di Shireen l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione storica che riconosce allo Stato Palestinese la qualifica per diventare uno Stato membro. Con tutta probabilità non avrà nessuna ricaduta concreta sul reale stato delle cose. Come nessuna ricaduta concreta ha finora avuto la risoluzione per un cessate il fuoco, e l’assedio di Rafah continua implacabile.
Ho intervistato Ali Al-Samoudi proprio l’11 maggio scorso, per ripercorrere insieme a lui gli eventi di quel giorno di due anni prima e per parlare di cosa significhi essere giornalisti in una terra occupata dallo stesso Paese che poche settimane fa ha vietato all’’emittente televisiva per cui lavora, Al Jazeera, di trasmettere in Israele per “incitamento propagandistico”.
“Dal 7 ottobre la situazione a Jenin è sempre più pericolosa”, racconta Ali, “e negli ultimi otto mesi le forze di occupazione hanno effettuato più di 150 incursioni, uccidendo 120 palestinesi, distruggendo le infrastrutture, tagliando i beni di prima necessità, tornando alla politica di assedio. La nostra economia è collassata, i tassi di povertà assoluta sono alle stelle. La resistenza però continua, restiamo uniti per affrontare l’occupazione”. “C’è ferma consapevolezza del nostro ruolo come giornalisti – continua Ali – e del legittimo diritto a resistere all’occupazione che viola i diritti umani e le norme internazionali. Jenin, secondo gli Accordi di Oslo, è un’area controllata dall’Autorità Palestinese, ma Israele ci attacca continuamente. Pertanto, i palestinesi si armano delle risoluzioni delle Nazioni Unite che riconoscono loro il diritto di difendere la propria terra e di resistere con tutte le loro, modeste, capacità”. Per i giornalisti palestinesi la vita dopo il 7 ottobre è sempre meno sostenibile: “Tutto si è deteriorato, la spirale di pericolo e ansia cresce ogni giorno, ma il nostro ruolo rimane quello di continuare a parlare dei fatti come pure della storia, andando alle radici della questione palestinese, dei massacri a cui siamo stati sottoposti nei 76 anni che hanno seguito la Nakba [ “catastrofe” in arabo, è il nome che i palestinesi danno all’esodo forzato dei palestinesi in seguito alla prima guerra arabo-israeliana del 1948, n.d.r.]”. “Dall’uccisione di Shireen a oggi”, aggiunge, “c’è una guerra contro la verità, e in questa guerra mettiamo in conto di essere bersagli”.
“Il ruolo di Shireen fu esattamente questo”, mi dice Rula Jebreal, giornalista palestinese con cittadinanza israeliana e italiana, “far vedere al mondo quei crimini che due anni fa abbiamo scelto di non vedere. Oggi il prezzo di non aver ascoltato i palestinesi lo stiamo pagando tutti. Siamo meno sicuri oggi di quanto siamo mai stati. A Gaza i bambini muoiono di fame mentre oltre il confine i coloni distruggono gli aiuti umanitari. L’Occidente ha perso credibilità nel mondo e questo costerà molto caro alla difesa della democrazia”.
“La mattina di quel giorno”, riprende Ali Al Samoudi, “abbiamo vissuto incubi terribili. Io e i miei colleghi, compresa Shireen, ci siamo recati al campo di Jenin. Ci aspettavamo di poter essere feriti o arrestati, ma non immaginavamo di essere presi di mira in quel modo. Hanno ucciso la mia collega a sangue freddo davanti ai miei occhi, e hanno provato a uccidere tutti noi. Continuiamo a chiedere giustizia , ma  tutto è fermo e silente. Ci auguriamo però che tutti i Paesi delle Nazioni Unite si uniscano presto per proteggere i media palestinesi e rendere giustizia a Shireen e alle altre vittime”.
All’indomani dell’accaduto le autorità israeliane hanno incolpato i palestinesi, per poi ritrattare, in seguito a una intensa pressione internazionale, definendo la morte della giornalista un “incidente”, a seguito di un’indagine ritenuta una farsa da parte di organizzazioni dei diritti umani israeliane come B’Tselem. Non si tratta però di un’eccezione, è molto comune che a omicidi per mano dei coloni o dei soldati israeliani non seguano indagini e processi per stabilire e punire i colpevoli di questi che vengono rubricati come “incidenti”. Per questo B’Tselem, un’organizzazione israeliana per i diritti umani, ha reagito alle dichiarazioni di Israele, affermando che la morte di Shireen non era stato un errore, ma il risultato di una sistematica politica per silenziare l’informazione. “È stata necessaria una pesantissima pressione internazionale per spingere Israele a fare una timida confessione riguardo al fatto che era stato uno dei suoi soldati a uccidere Shireen Abu Akleh, pur distanziandosi da qualsiasi effettiva responsabilità per la sua morte. L’uccisione di Shireen è la prevedibile conseguenza della open fire policy nei territori occupati. Questa politica causa sempre più vittime mentre l’espansione dell’occupazione continua indisturbata”.
Shireen era una giornalista molto nota in Palestina e il suo volto oggi appare su numerosi murales in tutta la Cisgiordania e nel mondo. Anche questo ha fatto sì che la pressione internazionale raggiungesse un’intensità maggiore del solito. Oltre al fatto che si trattava di una cittadina statunitense, e anche per questa ragione, in aggiunta alla pressione della famiglia di Shireen, gli Stati Uniti hanno dovuto aprire un’indagine alla quale Israele ha tuttavia dichiarato di non voler cooperare. Il ministro della Difesa israeliano dell’epoca, Benny Gantz, ha infatti dichiarato che l’indagine aperta dall’Fbi fosse da considerare “un’interferenza negli affari interni di Israele”, e che il governo israeliano si “sarebbe schierato dalla parte dei soldati dell’Idf non disposti a cooperare con nessuna indagine esterna”. “Questa decisione del dipartimento della Giustizia degli Stati Uniti di aprire un’indagine sulla sfortunata scomparsa di Shireen Abu Akleh”, aggiungeva, “è un grave errore. L’Idf ha condotto un’indagine indipendente che è già stata presentata agli americani”. “Israele non ha collaborato prima, non collabora oggi e non lo farà in futuro,” continua Ali Al Samoudi. “Vuole oscurare la questione e ciò che le forze di occupazione hanno commesso il giorno in cui Shireen è stata assassinata. In aggiunta, le barbarie commesse dall’esercito israeliano a danno della sua bara durante il funerale confermano la volontà di eludere la verità. È una vergogna che non sarà dimenticata da tutti coloro che piangono per i diritti umani”.
“Lo scempio a cui abbiamo assistito durante il funerale di Shireen”, commenta Rula Jebreal in merito alle immagini degli scontri tra l’esercito israeliano e gli amici della giornalista che hanno fatto il giro del mondo, “la repressione e le manganellate contro le persone che reggevano sulle spalle il suo cadavere, rappresentano il modo in cui la violenza di Israele accompagna fino alla fine, anche dopo la morte, i giornalisti palestinesi”. Lo stesso trattamento è stato riservato al memoriale dedicato alla giornalista a Jenin, più volte danneggiato dall’esercito israeliano, e definitivamente distrutto durante un raid nel campo profughi dello scorso ottobre.
“Shireen era un’ambasciatrice della libera informazione”, riprende Ali, “oltre a distinguersi come ambasciatrice del suo popolo e della sua terra. Fino a questo momento, non c’è alcun progresso sulla verità sulla sua uccisione. Ci sono diverse denunce presentate alla Corte penale internazionale, una delle quali è stata presentata attraverso il sindacato dei giornalisti palestinesi e diversi altri sindacati internazionali, a nome mio, della famiglia di Shireen e di altri colleghi. Ho testimoniato davanti al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, ma non sono stati forniti dettagli su progressi o sviluppi”.
Una situazione dalla quale non si esce nonostante il 16 ottobre del 2023 un report di una commissione di inchiesta delle Nazioni Unite abbia concluso che l’Idf ha ucciso “intenzionalmente o sconsideratamente” la giornalista palestinese. Le prove raccolte dalla commissione di inchiesta sono poi state depositate alla Corte penale internazionale per l’indagine sulla “Situazione nello Stato di Palestina”. A seguito dell’indagine Navi Pillay, coordinatore della commissione, ha dichiarato che “l’uccisione di Shireen Abu Akleh a Jenin è la diretta conseguenza del modo in cui Israele porta avanti le operazioni militari nella Cisgiordania Occupata, Gerusalemme Est inclusa. Questo è stato un attacco contro i giornalisti, che erano chiaramente identificabili, e la commissione ha individuato un pattern ricorrente in questo tipo di violenze”.
“Continueremo ad alzare la sua voce, a ripetere il suo nome, a parlare di lei, della mia collega, la martire Shireen, che noi piangiamo mentre il militare israeliano che l’ha uccisa si gode la vita”, dice Ali commosso. “È importante parlarne perché il suo assassinio rappresenta un passaggio fondamentale del piano di occupazione, teso a eliminare i testimoni e a impedire la documentazione della verità. Il silenzio sulla sua morte ha contribuito alla carneficina degli oltre cento giornalisti uccisi negli ultimi mesi a Gaza”.
L’oppressione israeliana ha molteplici facce e l’eliminazione delle testimonianze oculari è senz’altro un tassello fondamentale per la normalizzazione dell’operato di Israele agli occhi della comunità internazionale. “Quello che vediamo due anni dopo a Gaza con centinaia di giornalisti uccisi”, dice Rula Jebreal, “è esattamente il risultato del tentativo di Israele di oscurare la realtà. Per questo ha impedito ai giornalisti internazionali di entrare a Gaza, mentre si consumava un eccidio, venivano bombardate scuole, ospedali e università, secondo la logica che l’intera popolazione di Gaza fosse uno scudo umano di Hamas. I media europei e occidentali sono complici di ciò che sta succedendo, perché hanno censurato la verità per troppo tempo e omesso la vera natura della politica israeliana nei confronti dei palestinesi”.
Che gli operatori dell’informazione siano un target di Israele è denunciato da numerosi comitati e associazioni per la protezione dei giornalisti, ma è certo che dal 7 ottobre in poi fare informazione è sempre più pericoloso, anche in Cisgiordania e la recente messa al bando di Al-Jazeera rende questo compito ancora più complicato. “La minaccia cresce di giorno in giorno”, dice Ali, “negli ultimi mesi mi è capitato svariate volte di essere sotto il fuoco israeliano. Di recente un mezzo dell’esercito ha cercato di investirmi. Oltre a condannare Israele, la comunità internazionale deve fornirci protezione concreta, perché la nostra missione è sempre più importante con l’aumentare della repressione e dei crimini commessi da Israele”. “Ciò che sta accadendo rivela la misura del fallimento dell’occupazione. Il mondo sta cambiando, e anche se Israele uccide, imprigiona e deporta indiscriminatamente, noi li smascheriamo, rivelando tutta la verità sui loro crimini”.
“In questi mesi Al-Jazeera ha svolto un ruolo importante e influente. La sua chiusura è una pericolosa anticipazione del futuro che ci attende. Cosa rimarrà dopo il genocidio? Il ruolo del mondo deve essere quello di far cessare l’occupazione, altrimenti tutto continuerà lungo questa traiettoria”, conclude Ali.

CREDITI FOTO: Davide Mauro|Wikimedia Commons



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