Curdi “prezzo” da pagare alla Nato? La vergogna e la miopia dell’Occidente

Pressioni turche su Svezia e Finlandia per l’allargamento dell’alleanza atlantica. Ma vendere al despota i suoi dissidenti e oppositori non porterà alla pace.

Davide Grasso

Non pochi, nel mondo dell’informazione, stanno commentando le pressioni turche su Svezia e Finlandia dicendo che i curdi saranno verosimilmente “il prezzo da pagare” per l’allargamento dell’alleanza atlantica in Europa. Espressioni dure, pronunciate spesso con l’aria serafica di chi la sa lunga di realpolitik, e non può permettersi di credere a principi astratti; modi di presentare il contesto che implicano di ritenere inevitabile, a meno di non essere anime belle, comprendere che il popolo curdo non può essere rispettato quanto quello ucraino. Se qualcuno dovesse pensare che questo è razzismo, si sentirà affermare che l’Ucraina è più vicina. Mariupol dista però da Roma 3.036 chilometri, mentre la provincia di Aleppo, dove i curdi delle Ypg-Ypj sono stati in questi mesi bombardati dalla Turchia e assediati da Assad, 2.934 chilometri.

L’Ucraina è in Europa: ma questo non impedisce di analizzare le conseguenze mediterranee ed eurasiatiche delle politiche che, di fatto, ci vengono imposte. Sabino Cassese afferma che l’avversione turca all’inclusione di Svezia e Finlandia nella Nato è superabile, poiché la posizione di Erdogan è “negoziale”: prevede infatti “soltanto” la consegna di presunti militanti del Pkk alle autorità turche. Che sarà mai di fronte ai benefici di questo allargamento, che – si pensa – impedirà massacri e distruzioni ben peggiori di quelli di Aleppo, della Siria e del Kurdistan? Le relazioni internazionali non scorrono, invece, su binari così nitidi o a compartimenti stagni. Anche Luigi Di Maio, per minimizzare il problema, pensa sia sufficiente ripetere che si tratta di “questioni bilaterali”. Erano bilaterali anche le questioni riguardanti la vendita di armi alla Turchia, usate contro i curdi in Iraq e in Siria; e contrariamente alla parola data in pubblico dal ministro degli esteri nell’ottobre 2019, i commerci sono continuati senza il minimo rispetto per l’opinione pubblica italiana.

Sia per ragioni morali e politiche che per ragioni strategiche la questione curda non è, in realtà, un quadro che si possa appendere alla parete per fare bella figura con i propri potenziali estimatori, per poi darlo via quando si crede più conveniente comprare o vendere qualcos’altro. Sono donne e uomini, bambine e bambini, non pacchi postali che possono essere imprigionati, uccisi e perseguitati perché il loro principale aguzzino è membro della Nato. Non è vero, in ogni casi, che la sudditanza alle richieste di Erdogan “convenga” alle popolazioni europee. Potremmo infatti scoprire che le povere vittime “sacrificali” curde costituiscono (e svelano) problemi geopolitici che non sono né marginali né negoziabili, e tantomeno in modo “bilaterale”.

La prima ragione è politica: consegnare dissidenti a un regime totalitario che ne detiene migliaia in condizioni agghiaccianti (si vedano le opere di Zehra Doğan) significa confessare ancora una volta che la difesa dei diritti umani è, per l’Unione Europea, meramente di facciata. Il già diffuso scetticismo popolare verso la credibilità delle classi dirigenti dell’UE vedrebbe confermata l’idea che l’affermazione dei criteri di azione fondati su principi giuridici o morali non conta nulla: le democrazie liberali non avrebbero problemi a causare tortura e morte per chi si oppone a regimi sanguinari. Non si pensi che non vi sia sensibilità, tra gli strati sociali meno privilegiati delle società europee, verso questi elementi della comunicazione politica; e non per altruismo, ma perché chi non può controllare razionalmente il carattere tecnico delle informazioni monetarie, finanziarie ed economiche che impattano sulla sua vita, può comunque trarre conclusioni generali sull’attendibilità di chi gliele fornisce.

Con questo si viene al secondo punto. Questa percezione negativa non ha al momento canali di espressione orientati in senso progressivo. La lezione che la Nato impartisce alle masse tanto cristiane quanto musulmane d’Asia e d’Europa ogni volta che permette le violenze turche contro i curdi (una popolazione altrettanto numerosa degli ucraini) favorisce la propaganda di partiti come Russia Unita di Putin, che denuncia con una certa facilità il doppiopesismo occidentale sul diritto internazionale e l’autodeterminazione dei popoli. Vero è che questo doppiopesismo è lo stesso di Mosca, ma non è detto che gran parte dell’opinione pubblica occidentale se ne accorga. Non è un problema legato solo alle leggi del cuore o all’onorabilità (pur importantissime): implica un aspetto giuridico. La Turchia occupa e bombarda ampi territori siriani e iracheni per colpire i movimenti sociali progressisti del Pkk e del Pyd, e i movimenti arabi ed ezidi loro alleati che hanno liberato quei territori dall’Isis, detenendo con difficoltà migliaia di criminali di quell’organizzazione.

Non esiste alcuna sanzione internazionale contro queste aggressioni, che nulla hanno di diverso, quanto a illegalità internazionale, da quelle russe, causando peraltro forme di ingegneria demografica, colonialismo d’insediamento, diversione delle risorse idriche oltre a mezzo milione di profughi e migliaia di vittime combattenti e civili. Ben al di là dell’inestimabile protezione che Svezia e Finlandia hanno fornito finora ad attivisti e richiedenti asilo curdi, ciò che Erdogan sta negoziando è un’ulteriore via libera della Nato a operazioni militari nella Siria del nord-est, dove gli Stati Uniti hanno truppe e dove Erdogan intende distruggere le conquiste democratiche siriane e irachene, autoctone e secolari, promosse dal Pyd e dal Pkk in questi anni. È grave semmai che Ue e Usa, per tutelare le relazioni con il presidente turco, non abbiano ancora espunto il Pkk da una lista alquanto arbitraria delle organizzazioni terroristiche, visto che cooperano in Siria con il Pyd che è un partito del tutto analogo, unico in grado di resistere militarmente e politicamente al jihadismo più estremo, nell’area dove da dieci anni questo tenta ogni volta di rialzare la testa (e visto che Erdogan, a Idlib, coopera con Hayat Tahrir as-Sham, alias Al-Qaeda).

Questo è l’ultimo aspetto, decisivo e strategico. La Turchia è un paese plurale, con una società ricca di pulsioni volte a una forma democratica del moderno. Con le sue purghe e la sua violenza il presidente ha però trasformato il paese in una prigione votata alla rifondazione legalizzata del jihad globale, disciplinato politicamente da una guida statale che siede nel Consiglio d’Europa e in quello della Nato. L’esercito turco tiene sotto il suo comando in Siria bande criminali come Ahrar al-Sharqiya e Failaq Al-Majd, che commettono crimini contro l’umanità e in cui militano ex miliziani di Daesh e Al-Qaeda.

Tali o simili jihadisti siriani sono stati mandati da Ankara a combattere in Libia, in Azerbaijan e persino in Kashmir. La legittimazione globale e comunicativa di un regresso globale del e nel mondo islamico, operata da Erdogan, non è meno pericolosa di altri fenomeni. Passa anche per le moschee che il governo turco finanzia in Europa: spesso centrali operative, ideologiche e propagandistiche di una Fratellanza musulmana sempre attiva nelle nostre società, come in Medio oriente, per marginalizzare le musulmane e i musulmani che non condividono le rappresentazioni dell’islam proprie dei governi turco e qatariota.

Il jihad globale istituzionalizzato ordito oggi dall’abile Erdogan, predicato o armato che sia, si è formato sulle ceneri, ma anche in rapporto, con quello clandestino lanciato a suo tempo da Bin Laden. Questo non incontra gli interessi strategici e fondamentali dei mediorientali e degli europei che intendano vivere in pace, libertà e nel rispetto reciproco. Questi interessi non sono negoziabili perché sono tutt’uno con ciò che motiva concretamente l’avversione all’espansionismo coloniale di Putin in Ucraina, alle violenze israeliane in Palestina e che in passato ha motivato la giusta opposizione all’invasione angloamericana dell’Iraq. Permettere l’imprigionamento di militanti e combattenti per la libertà, e nuove guerre d’invasione, per accontentare Erdogan rende ipocrita la giustificazione usata per l’adesione di Svezia e Finlandia alla Nato: l’avversità alle invasioni e la deterrenza della loro possibilità.

Pensare che la sproporzione di interesse strategico tra Europa e Medio oriente, e tra Mare del nord e Mediterraneo, sia così ampia da giustificare capitolazioni del genere significa avere una percezione della politica e degli equilibri mondiali forse inadatta persino al Settecento. Il Partito Giustizia e Sviluppo di Erdogan non controlla, come Russia Unita di Putin, una potenza nucleare, né gran parte del capitale fossile; ma ne controlla gran parte del transito, e ha aspirazioni all’egemonia ideologica sull’intero mondo musulmano, dal Marocco all’Afghanistan. Credere che vendere al despota i suoi dissidenti e oppositori ci conduca alla pace è miope. Abbiamo interesse a vivere bene con gli altri popoli, che devono vivere bene a loro volta; questo ci permetterebbe di effettuare commerci più stabili, sicuri e giusti con le altre terre. Il “prezzo” da pagare per questo non è consegnare i curdi, ma aiutarli nell’ottica di favorire un cambiamento politico interno alla Turchia.

 

(Credit Image: © Thomas Krych/SOPA Images via ZUMA Press Wire)



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