Da Presenzano a Napoli Est: ma non dovevamo diventare ecologici?

Anziché puntare sulla riconversione ecologica, in Campania si costruiscono nuove centrali a gas. La protesta di comitati e movimenti.

Emanuela Marmo

Il tour di Stop Biocidio per MicroMega è ancora in sosta nell’Alto casertano.

Mercoledì 12 maggio siamo stati a Presenzano nei pressi del cantiere Edison nel quale si sta costruendo la centrale Turbogas: nelle immediate prossimità, incombe la centrale idroelettrica dell’Enel; nel raggio di pochi chilometri abbiamo l’impianto di Sparanise che, come sapete, ha richiesto un potenziamento della produzione pari al doppio di quella attuale; infine, si ipotizza un’altra centrale nella vicina area industriale di Benevento.

Il contesto naturale è compromesso da un punto di vista sanitario, la vocazione agricola del territorio è completamente disattesa. La politica ambientale in Campania non dovrebbe sostenere la riconversione ecologica? O forse la decarbonizzazione in questa regione passa per la combustione di gas?

Le centrali termoelettriche alimentate a gas, oggi esistenti in Italia, lavorano al 40% delle ore annue. Se proprio fosse necessaria più energia, basterebbe innalzare le ore medie di lavoro degli impianti esistenti. Perché costruirne di nuovi?

Il presidio di controinformazione di ieri lo ha spiegato in termini molto semplici, proponendo ai presenti una disamina dei principali punti critici.

I limiti emissivi imposti dal Ministero dell’Ambiente alla Edison sono stati fissati ipotizzando che la centrale funzionerà a ciclo continuo, ma nessun riscontro tecnico lo ritiene verosimile. È realistico invece aspettarsi che la centrale funzionerà ad accensioni e spegnimenti, con carichi molto più bassi. L’autorizzazione è stata concessa alla multinazionale senza che uno studio abbia valutato l’efficacia del sistema catalitico di riduzione degli ossidi di azoto in condizioni di questo tipo: quando un impianto funziona a continui avviamenti e accensioni, aumentano pericolosamente le emissioni nocive. È successo per esempio proprio nel caso della centrale di Sparanise. Un rapporto EMAS di alcuni anni fa ha dimostrato che i regimi transitori di avvio e arresto producevano 700 tonnellate in più di ossido di carbonio nell’aria. Lo scenario più probabile è che Edison non potrà attenersi alle prescrizioni imposte in merito alle emissioni a partire dal 19° mese di esercizio dell’impianto.

Gli attivisti pongono un altro quesito: come mai una centrale, per la quale sono chieste rivalutazioni e accertamenti, è inserita in un sistema di incentivi e premi?

In Italia, il capacity market copre i costi fissi che conseguono all’obbligo di tenere l’impianto pronto alla produzione e copre le spese di costruzione dell’impianto stesso: sembra ridursi a questi vantaggi la sola logica in grado di spiegare la realizzazione dell’impianto. L’area in cui sorge non necessita di ulteriore produzione elettrica: sul territorio regionale sono presenti 192 centrali, di queste ben tre con potenza installata superiore a 50 MW.

Giuseppe Bocchino, Presidente dell’Associazione “Antica Rufrae”, definisce Turbogas un “pacco”. Un pacco sono le fogge squadrate della struttura, che la comunicazione aziendale ipocritamente descrive come rispettosa del paesaggio nel quale si integra: Turbogas di Edison è situata in adiacenza al Volturno, stupisce che la Soprintendenza abbia dato parere favorevole. La centrale è un “pacco” anche perché rappresenta un miraggio occupazionale. È un “pacco” la stessa reputazione green che la multinazionale si attribuisce, giacché proprio di recente ha portato a casa ben due condanne per danni ambientali: il Tribunale di Milano la obbliga a corrispondere 10 milioni di euro al Comune di Rho e a Regione Lombardia per la bonifica dell’area ex-Chimica Bianchi; il Consiglio di Stato condanna Edison spa ad avviare la bonifica delle discariche di Bussi, in provincia di Pescara.

Lo stato di avanzamento del cantiere non scoraggia l’azione dei movimenti, i quali continuano ad unire le forze e a insistere presso istituzioni e forze politiche.

Mentre portavoce di partito chiedono di verificare nuovamente la compatibilità ambientale dell’impianto o una opportuna valutazione di impatto sanitario, i movimenti vanno oltre ed esigono la sospensione dei lavori e il ripristino dello stato dei luoghi. Una visione socio-economica indirizzata alla transizione ecologica si prefigge di abbandonare vecchi modelli energetici non certo per sposare tecnologie più avanzate: non si tratta di aggiornarsi o di adattarsi a nuove correnti di finanziamento. I movimenti, i collettivi, i comitati pongono nella questione ambientale l’occasione decisiva per mutare paradigma economico.

Il presidio è stato animato da rappresentanti di svariate organizzazioni. Insieme a quelle che ci hanno guidato nell’area industriale degli ex impianti della Pozzi Ginori a Sparanise, c’erano Donne per l’ambiente, Bees against G20, Greenpeace, TERRA, Fridays for Future – Napoli, Rise Up 4 Climate Justice ed altri. Il sit-in è stato un momento di raccordo, di condivisione e critica dei risultati, nonché l’opportunità per fissare i prossimi appuntamenti. È sembrata ridicola e pomposa la presenza delle forze dell’ordine in numero palesemente sproporzionato rispetto alle presenze e, soprattutto, alla natura civile del presidio.

Lasceremo l’Alto casertano con un prossimo articolo, dedicato alla trentennale lotta ambientalista di queste terre e a nuove pratiche che qui si stanno sperimentando.



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