Da Sanremo alla Berlinale, continua il surreale dibattito sull’antisemitismo

Al recente Festival del cinema di Berlino diversi artisti, fra cui un regista ebreo israeliano, sono stati accusati di antisemitismo per aver chiesto il cessate il fuoco e la fine del regime di apartheid dei palestinesi in Cisgiordania.

Cinzia Sciuto

Dopo i tanti giri di palco – da quello di Sanremo a quello della Berlinale – converrà fermarsi un attimo per rimettere le cose al loro posto. Il dibattito pubblico attorno al nodo Israele-antisemitismo sta prendendo infatti una piega che, se non fosse tragica, sarebbe grottesca. Ripercorriamo molto sinteticamente le vicende di questi ultimi 4 mesi. Il 7 ottobre Hamas compie un attacco senza precedenti contro Israele, perpetrando in un solo giorno un massacro di 1.200 persone – la stragrande maggioranza delle quali civili, alcune uccise nelle loro case nei Kibbutz, altre a un Festival musicale – e prendendone in ostaggio centinaia (delle quali circa cento ancora nelle mani di Hamas e di altri gruppi armati palestinesi). Un trauma indescrivibile per la coscienza collettiva israeliana. Un’occasione d’oro per il governo più a destra della storia di Israele, nel quale il peso dei fanatici religiosi e suprematisti è andato vorticosamente aumentando negli ultimi anni, per mettere in atto un sogno coltivato da tempo: fare terra bruciata di Gaza e mettere fine una volta per tutte all’ipotesi di uno Stato palestinese, ipotesi che questa frangia della destra israeliana – a partire da Netanyahu – ha sempre avversato.
E pazienza se per raggiungere questo obiettivo il prezzo da pagare è lo sterminio di fatto – per bombe e per fame – di un intero popolo. Che le punizioni collettive siano espressamente vietate dal diritto internazionale non è un argomento che pesa per un governo che del diritto internazionale ha fatto ripetutamente carta straccia.
In questo contesto nelle ultime settimane sempre più voci si sono levate per chiedere un cessate il fuoco e la fine dell’occupazione israeliana dei territori occupati. Ultimi in ordine di tempo i registi Yuval Abraham e Basel Adra, rispettivamente israeliano e palestinese, che hanno ricevuto il premio il premio come Miglior documentario al recente Festival del cinema di Berlino per il film No other Land.
Nel corso della cerimonia di premiazione hanno preso entrambi la parola. Basel Adra ha ricordato l’occupazione israeliana dei territori occupati, le decine di migliaia di morti a Gaza e ha chiesto al governo tedesco di smettere di inviare armi a Israele. Subito dopo Yuval Abraham ha sottolineato come lui e il suo collega godano di diritti diversi in Cisgiordania: “Io da israeliano vivo sotto la legge civile, Basel, in quanto palestinese, sotto quella militare. Viviamo a 30 minuti di distanza, ma io ho diritto di voto e Basel no. Io sono libero di muovermi ovunque voglia, Basel no”, per poi fare un appello per il cessate il fuoco, la fine dell’occupazione e il raggiungimento di una soluzione politica.
Si può ragionare quanto si vuole su queste parole e si può anche stigmatizzare il fatto che non sia stata spesa una parola sul massacro di Hamas e sui civili israeliani ancora in ostaggio. Chi scrive ritiene che il 7 ottobre rappresenti uno spartiacque nella storia della vicenda israelo-palestinese e che prendere le distanze da Hamas non sia un semplice esercizio di purezza morale ma un preciso dovere politico in special modo da parte di chi sostiene la causa palestinese da una prospettiva laica e democratica. Ma oggi non è l’8 ottobre, e non si può fare come se in questi quattro mesi non fosse accaduto nulla. Sottolineare che il tutto sia stato innescato dal massacro di Hamas, che ha in piena consapevolezza deciso di mandare il popolo palestinese al massacro e che continua a farsene scudo, è doveroso ma gli appelli di oggi non possono non rivolgersi a chi oggi sta continuando a commettere atrocità, nella convinzione che quelle del 7 ottobre le giustifichino.
Ancora meno – e qui si arriva al paradosso – si può dedurre dalle parole pronunciate sul palco della Berlinale un qualche messaggio antisemita. Come più e più volte abbiamo sottolineato, far collassare le posizioni anche più ferocemente critiche nei confronti di Israele in antisemitismo non fa che avvelenare il dibattito pubblico e impedire una discussione basata su argomenti anziché su slogan. E l’elemento paradossale della cosa sta nel fatto che le accuse di antisemitismo hanno colpito fra gli altri anche Yuval Abraham, ebreo israeliano figlio di sopravvissuti all’Olocausto, che in questo modo viene di fatto tacciato di essere un “traditore”.
Oggi Abraham denuncia di aver ricevuto dopo queste accuse diverse minacce di morte provenienti dagli ambienti più estremisti della società israeliana e di aver deciso di non tornare in Israele per paura delle conseguenze. Esporre un ebreo all’odio degli estremisti non sembra essere esattamente un grande risultato nella lotta all’antisemitismo.

FOTO: Yuval Abraham, Basel Adra ricevono il premio come Miglior film documentario Berlinale, 24.02.2024 (Credit Image: © Future-Image via ZUMA Press)



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