Da Sorrentino a Fargeat, il corpo e la giovinezza eterna

Sia in “Parthenope” del regista italiano sia in “The Substance“ della regista francese, viene preso di petto il mito della giovinezza vincolata all’apparenza di un corpo perfetto, plasmato dalle necessità del mercato, dalle quali nessuno è esente. Se però la protagonista del film di Sorrentino usa il corpo come strumento di scoperta, come mezzo di autodeterminazione, come forma di contemplazione e desiderio, Fargeat ci mostra la trappola senza scampo della giovinezza eterna, della bellezza artificiale intesa come insieme di canoni inarrivabili e dei mezzi illusori per ottenerla.

Caterina Taricano

“Ascolteremo nella calma stanca
la musica remota
della nostra tremenda giovinezza
che in un giorno lontano
si curvò su se stessa
e sorrideva come inebriata
dalla troppa dolcezza e dal tremore”
Forse questi versi di Cesare Pavese, tratti da Ascolteremo nella calma stanca, sono un buon viatico per definire l’essenza profonda dell’ultimo film di Paolo Sorrentino, Parthenope, unico italiano in concorso alla 77esima edizione del Festival di Cannes. Il regista, subito dopo È stata la mano di Dio, si immerge ancora una volta nel racconto ermetico ed enigmatico della sua Napoli. Questa volta per guardarla da lontano, trovando nella protagonista femminile (la prima nel cinema dell’autore) la giusta distanza per dare voce a un canto d’amore e di libertà, ma anche di dolore e di nostalgia. “Una città fuori dalla storia”[1], la definiva Raffaele La Capria, che con la sua bellezza impenetrabile diventa il simbolo della vita stessa e del suo segreto, e dell’inevitabile scorrere dell’esistenza. Ma esiste un tempo dell’illusione, proprio come si legge nelle opere di Pavese, in cui il vitalismo e lo slancio della scoperta costruiscono un’immagine mitica di noi stessi, un tempo in cui ci si può illudere e mentire. Quel tempo è la giovinezza “un luogo – dichiara lo stesso Sorrentino – dove si ha a che fare con l’insincerità e con il sogno […] poi questa narrazione finisce e, come sosteneva Kierkegaard, si entra nella fase ‘etica’ e cambia tutto”. La storia di Parthenope, che va dagli anni cinquanta, quando nasce (da ragazza è interpretata dall’esordiente Celeste Dalla Porta) fino ai giorni nostri (nel presente ha il volto di Stefania Sandrelli) è il racconto di molte cose: dell’amore per una città, che per scelta o per necessità bisogna saper abbandonare, dell’Italia del dopoguerra e dei suoi cambiamenti, del femminismo, dell’individuo alla ricerca della sua identità, ma anche della libertà e della prigionia del corpo. È una fotografia mossa, e non potrebbe essere altrimenti, perché il fuoco principale è proprio il momento incosciente della rivelazione del mondo, che diventato passato, non è più possibile catturare. Eppure nel periodo dell’illusione tutto sembra nitido, chiaro e a portata di mano, anche l’eternità (la “stagione ribelle” cantata da Ivano Fossati). A dircelo è proprio una lunga scena del film in cui Parthenope balla con il fratello e con l’amico d’infanzia, che ci immerge in un tempo dilatato, sospeso, in cui anche la narrazione cinematografica è spinta al massimo della suggestione metaforica e dell’accumulo delle immagini: è questo il culmine dell’ellissi del racconto messo in campo, per questo film, da Sorrentino. Tutto, nello scambio di quei tre corpi stretti e avvinghiati si consuma in poco tempo: lo stupore di sé, della vita, della bellezza, “l’agguato della fine”, come sottolinea lo stesso regista, quel “era tutto già previsto”, dell’omonima canzone di Riccardo Cocciante, che accompagna per intero questa danza sulla brevità incosciente della giovinezza. Il corpo in Parthenope è sempre al centro, lo è come strumento di scoperta, come mezzo di autodeterminazione, come forma di contemplazione e desiderio: la protagonista, figlia e portatrice di un’epoca nuova, non lo subisce mai, lo utilizza, lo esplora, se ne affranca quando diventa un ostacolo, lo cura e lo modifica seguendo le tante evoluzioni della sua persona, contrariamente a quello che capita alle altre due presenze femminili, le attrici interpretate da Luisa Ranieri e Isabella Ferrari, vittime di un’ossessione per l’immagine che ha inchiodato la prima (in cui è impossibile non riconoscere Sophia Loren) a un’eterna e mostruosa giovinezza e ha condannato l’altra a l’oblio dell’individuo, spingendola, per vergogna della vecchiaia, a non mostrare più  il suo volto, sempre coperto da un cappello con una lunga e spessa veletta.
Questo è anche il film dove la deformità può risplendere di bellezza: è il caso del figlio del professore – mentore di Parthenope (un Silvio Orlando in stato di grazia nei panni di un docente di antropologia), una creatura gigantesca e quasi non umana che vive in una stanza, al riparo dagli sguardi indiscreti, ma soprattutto lontano da una vita che non ha spazio per lui e per il suo corpo. Solo a Parthenope, dopo tanti anni, dopo aver imparato a “vedere” – come si dice continuamente nel film a proposito dell’antropologia – sarà concesso di guardarlo, di ammirare quel tipo di bellezza non generata dalla perfezione della forma. Ma qual è il rapporto tra questa esplorazione tutta d’autore del mito della giovinezza con l’accanimento legato al corpo femminile che tenta di fermare il tempo con ogni strumento possibile? Per certi versi la linea ideale tracciata da questa relazione che unisce il film di Sorrentino a The Substance, opera seconda di Coralie Fargeat, di cui si è molto parlato sulla Croisette e che si è aggiudicato il premio per la migliore sceneggiatura, costituisce una sorta di mappatura simbolica di una corrente ad alta intensità che attraversa ossessivamente tutto l’immaginario contemporaneo.
Il terrore, ancora una volta, si riflette nello specchio, Il mito di Dorian Gray rivive in questo body horror in cui l’ansia per non scomparire, anzi, per non diventare invisibili mentre si è ancora vivi, è un dramma che si abbatte esclusivamente sulla donna. Un tema che la regista francese aveva già affrontato nel cortometraggio Reality+ – dove un microchip cerebrale agisce sulle percezioni sensoriali e permette agli individui di vedersi con un fisico perfetto – e che qui ritorna come riflessione sull’utilizzo abusante che i media fanno del “corpo-merce” femminile nella società dei consumi, dove è soprattutto alla donna che viene richiesto di non invecchiare per continuare a essere “performante”, per continuare a esistere. Elizabeth Sparkle, la protagonista di The Substance, è una stella del cinema dimenticata (Demi Moore, che a 61 anni si mette alla prova con ruolo che tocca tutte le possibili aree di vulnerabilità). Nella sua vita è rimasta la piccola gloria di uno show dance mattutino (che lo squallido produttore interpretato da Dennis Quaid sta cercando di sottrarle) ed è per questo che non ci pensa due volte ad accettare l’allettante patto col diavolo: grazie all’assunzione di una misteriosa sostanza potrà “partorire” (letteralmente) una nuova versione di se stessa: più bella, più giovane, più fresca, più adatta ai nuovi canoni richiesti dal “mercato”. Nasce così una creatura perfetta che sembra emergere dalle luci di un laboratorio fotografico, Sue (Margaret Qualley). È  una  giovane Elizabeth dal corpo nuovo, levigato, luminoso, che in breve tempo diventa regina incontrastata della tv e dei social media. La sua scalata al successo passa attraverso ogni più piccolo centimetro del corpo e tutto il film è un bombardamento stordente di pezzi di carne: natiche sode e lisce, seni compatti che non conoscono la forza di gravità, gambe toniche che si muovono plastiche come quelle di una Barbie, corpi dalle armonie ad uso e consumo dello sguardo maschile (anche quelli, del resto, sapientemente modificati grazie alla “sostanza” magica dei filtri cinematografici: l’occhio della camera incarna il desiderio “dopato” dello sguardo dello spettatore). Davanti all’obiettivo ci sono solo le donne, dietro di esso, a controllare la perfezione di ogni angolo di quei fisici da dare in pasto agli schermi (sempre più in grado di rendere alta la definizione di quelle immagini, che per questo motivo ci sembrano ancora più vere), ci sono solo gli uomini. Ma nel momento in cui l’immortalità si può finalmente vedere e toccare, la realtà appare ancora più insopportabile, soprattutto quella di Elizabeth/Demi Moore, ogni volta che nello specchio vede riemergere la vecchia se stessa.  La regola che le due donne non devono infrangere, quella di dividersi i giorni della propria esistenza, viene meno. Entrambe, infatti, vogliono di più, non rispettano i patti, non sopportano che l’una rubi il successo al suo doppio. Invece di stare l’una accanto all’altra, sono spinte (ancora una volta dall’impellenza di soddisfare il desiderio maschile) l’una contro l’altra, come poi avviene fisicamente nel lungo corpo a corpo finale che nel culmine della lotta partorirà un nuovo essere, questa volta mostruoso. Una sorta di “elephant woman” che, contrariamente all’elephant man di David Lynch, non si nasconde e non ha percezione della propria aberrante sembianza: accecata anche lei dal desiderio di piacere (per essere, in fondo, amata) sacrifica vita e dignità al dio dell’apparenza. È  un affondo impietoso con cui Fargeat ci mostra la trappola senza scampo della giovinezza eterna, della bellezza artificiale – intesa come insieme di canoni inarrivabili e dei mezzi illusori per ottenerla: l’ipocrisia di un sistema che non sa più riconoscerla, o che al contrario pur vedendone la disumanità non accetta più di tornare indietro, proprio come Elizabeth. In fondo entrambi i film, realizzati da autori così diversi, prendono di petto un’idea/mito della giovinezza che ci riguarda, che oggi appare singolarmente ossessiva e con la quale ognuno di noi finisce per avere a che fare.



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