Dagli Indignados al partito di Giuseppe Conte

Una riflessione a partire da “Reti di indignazione e speranza” di Manuel Castells e “Giuseppe Conte, il carattere di una politica” di Rita Bruschi e Gregorio De Paola.

Pierfranco Pellizzetti

Appartengo a una generazione di “arrabbiati”
(e tra rabbia e indignazione c’è di mezzo il mare)
per cui l’indignazione era un sentimento
conservatore, anzi reazionario[1].
Marco d’Eramo
La società opulenta smorza i fuochi
dell’indignazione[2].
Raymond Aron
Manuel Castells, Reti di indignazione e speranza, Università Bocconi Editore, Milano 2012
Rita Bruschi e Gregorio De Paola, Giuseppe Conte, il carattere di una politica, RTS, Pisa 2021

M5S: Grillo e Casaleggio anticipano tutti
La primavera del 2011 nelle principali città dell’Occidente – dalla madrilena Puerta del Sol al Zuccotti Park di New York – assisteva alla mobilitazione sociale di massa, con azioni simboliche ad altissima visibilità, contro le politiche che scaricavano sul ceto medio i costi sempre più pesanti delle scelte imposte dalla globalizzazione finanziaria. Al seguito degli indignados spagnoli e di Occupy Wall Street, un movimento che si diffondeva a macchia d’olio in 950 città di 80 Paesi per protestare contro le malefatte dei cosiddetti masters of universe (i personaggi al vertice delle centrali speculative), l’opposizione agli effetti rovinosi prodotti dalla mercificazione di ogni aspetto della vita umana e il conseguente rifiuto dell’avidità rapinosa fattasi sistema. La politica asservita all’Economico, nel ruolo di caporalato del consenso.

Un fenomeno che aveva catturato immediatamente l’attenzione di Manuel Castells, massimo studioso delle dinamiche in rete, tra l’altro catalano (guai a dargli dello spagnolo!), partendo dal tema più critico per il movimento: come tradurre nelle proprie pratiche i princìpi di democrazia diretta proposti per la società nel suo insieme; quell’orizzontalità che nell’esperienza di internet è (era) la norma e il coordinamento può essere esercitato dalla rete stessa attraverso l’interazione con i suoi nodi.

«La nuova soggettività è emersa nella rete e la rete è diventata il soggetto. Il rifiuto dei capi è stato anche la conseguenza delle esperienze negative che alcuni degli attivisti più anziani avevano subìto nelle varie organizzazioni radicali di estrema sinistra. Ma nasceva anche dalla profonda sfiducia in qualsiasi leadership politica organizzata, fondata sull’osservazione della corruzione e del cinismo che hanno caratterizzato i governi e i partiti tradizionali» (M.C. pag. 102). Fenomeno degenerativo ormai radicato in tutte le società avanzate; come – tra l’altro – può darne conferma l’osservazione del caso italiano, declinante già a livello di etica pubblica: «Siamo passati dalla scuola di Barbiana alla Riforma Berlinguer, cioè a una scuola progettata come azienda anziché come istituzione educativa. […] Siamo diventati un popolo esausto e incarognito, addirittura cattivo, come ci definisce il rapporto Censis per il 2018, succube di una recessione civile, semmai addirittura più grave di quella economica» (R.B. e G.d.P. pag. 15).

Tornando al fatidico 2011, va ricordato come il New York Times avesse scritto che quello «è stato il ritorno sulla scena della seconda superpotenza mondiale»[3]: la mobilitazione della società civile su scala planetaria. Eppure alla fine di quell’anno la spinta contestativa era giunta a esaurimento, gli accampamenti sbaraccati e i governi potevano tranquillamente correre in soccorso delle banche, con iniezioni di valuta fresca, i cui i beneficiari furono in larga misura i top manager degli istituti. I partiti nati per intercettare quel vasto movimento d’opinione – Podemos e Syriza – si rivelarono sostanzialmente delle meteore. E Castells? Cercò di salvare capra e cavoli, davanti alla potenza inscalfibile della reazione, buttandola sulla retorica dell’iper-comunicativo: «Che cosa ha realizzato finora il movimento, la più vasta mobilitazione autonoma avvenuta in Spagna in molti anni? La risposta più diretta è che la vera trasformazione stava avvenendo nelle menti delle persone. Se le persone pensano in modo diverso, se mettono in comune la propria indignazione e custodiscono la speranza di cambiare, la società alla fine cambierà secondo i loro desideri» (M.C. pag. 114). Insomma wishfull thinking, pensiero desiderante. Quando nel decennio successivo si sarebbero raggiunti livelli abissali in materia di emarginazione e disuguaglianze.

Ma prima ancora che la vicenda giungesse a esaurimento a livello mondiale, qualcosa era avvenuto in Italia; destinato a durare: la percezione in anticipo dell’indignazione come forza costituente, che aveva portato un ambiguo personaggio – il comico Beppe Grillo – a indire un’adunata di massa a Bologna l’8 e 9 settembre 2007 – il Vaffa Day – con cui aveva “messo il cappello” sulla versione italica dell’insorgenza sociale.

Il fenomeno mediatico Grillo è quello di un battutista protestatario, genericamente orientato a destra, che propone una versione lamentosa del tradizionale mugugno genovese. In sproloqui confusionisti. Se la sua ultima performance sballata fu quella di accreditare come “grillina” la candidatura a ministro per la riconversione energetica di un nemico di tale riconversione quale Roberto Cingolani, nel 2017 dichiarava in un’intervista al settimanale francese Journal du Dimanche che «se Trump ha voglia di convergere con Putin non può che avere il nostro appoggio. Due giganti come loro che dialogano: è il sogno di tutto il mondo!»[4]; precedute da una serie infinita di corbellerie: dalla washball, la pallina di ceramica che sostituirebbe i detersivi, alla teoria che i container guadagnano viaggiando vuoti (show all’aperto del 2 giugno 2007 a Savona).

Un personaggio entrato in rotta di collisione per la sua ingovernabilità con l’establishment da regime Rai, la cui cacciata diede la stura alla mitologia del profeta che denuncia le malefatte dei reprobi presso vaste fasce di pubblico tendente all’indignato. Comunque, uno speaker in cerca di un ghostwriter. Infine trovato in un consulente milanese di ITC; Gianroberto Casaleggio, un visionario propugnatore di una sacralizzazione di internet (mentre sino ad allora Grillo nei suoi show aveva distrutto pc a bastonate) come Santo Graal di una politica disintermediata. «L’idea ingenua di sostituire i partiti con una piattaforma informatica su cui far esercitare la politica a non professionisti»[5], che il massmediologo Fabio Chiusi definisce «una visione antiquata del futuro» (da tempo il web è mercificato dalla colonizzazione da parte delle multinazionali di Silicon Valley); ma che andò a costituire la prima pietra di una narrazione favolistica-mistificatoria che avvia la lunga galoppata del Movimento dal nome di pensione romagnola, che porterà i Cinquestelle a conquistare il 32% dei seggi in parlamento. E qui arriva Giuseppe Conte. E da qui parte il racconto della psicanalista junghiana Rita Bruschi e del filosofo politico Gregorio De Paola. In divisione dei compiti: l’una analizza il personaggio, l’altro le sue idee.

Il più amato degli italiani

Scelto dopo un ballottaggio con l’economista maoista/berlusconiano Giulio Sapelli (si presume perché reputato più “maneggevole”), l’avvocato/professore Giuseppe Conte venne insignito del titolo onorifico di premier da Luigi Di Maio e Matteo Salvini, quando in realtà l’ingaggio nasceva dalla necessità di mediare tra i due azionisti della raccogliticcia maggioranza di governo scaturita dalle elezioni del 4 marzo 2018: l’incontro giallo-verde tra due sostanziali incompatibilità, che la vaselina del dichiarato “avvocato degli italiani” era chiamata a tenere insieme. Mentre incominciava a orientarsi in un mondo sconosciuto, per arrivare a essere l’eccellente guida del Conte 2 giallo-rosa, con il cambio di partnership dalla Lega di Matteo Salvini al PD di Enrico Letta. Ma sempre gravato dalle imposizioni subite durante il Conte 1 – a partire dall’imbarazzante vicenda della nave militare Diciotti e dei suoi 177 naufraghi, sequestrati dalla furia razzista/propagandista del ministro degli interni Salvini – che rimane un vulnus su cui continueranno a marciare gli odiatori di chi – partendo da Volturara Appula – diventò un vero premier e un vero leader 5S. A fronte dei quali gli autori del saggio assumono l’atteggiamento opposto, dichiarato nell’introduzione (titolo: Apologia di un cittadino Presidente), poi proseguito nell’intera trattazione. Un taglio apologetico che alterna l’attesa del nuovo avvento – «un modo di fare politica capace di suscitare e sostenere la speranza di un Paese migliore costruibile con l’impegno, la competenza, la lealtà, la responsabilità, la sincera dedizione specialmente di chi ha ruoli di potere» (R.B. pag. VII)» – alla condanna dei negazionisti, sottolineando come «nell’Italia del nostro tempo sia ormai diffusa e radicata una masochistica resistenza a valorizzare il patrimonio di cultura, intelligenza, idee e ideali presenti nella società civile» (R.B. pag. 7). Sicché, «lo spirito di servizio, in Italia, è merce rarissima, per lo più riferito a chi è morto, e in specie ammazzato, ad esempio Giorgio Ambrosoli e Giovanni Falcone» (R.B. pag. 16).

Ma i nomi di questi martiri civili della Seconda Repubblica non sembrano sufficienti all’autrice per valorizzare il suo personaggio, da abbellire incastonando riferimenti che definire “apologetici” pare riduttivo: Talete, Eraclito, Aristotele e poi Leonardo da Vinci (un paesino come Volturara, sic), Jacques Maritain, Emanuel Levinas, Carl Jung,

E guai a criticare, seppur marginalmente Conte, come fa la banda di MicroMega che giudica imbarazzante tenere l’immagine di Padre Pio nel portafoglio. Per cui la bacchettata: «Quanto alle relazioni con la propria interiorità, lungi dall’irridere Conte per le sue provinciali devozioni, o addirittura provarne disagio, senza nemmeno contemplare l’eventualità che possa trattarsi di qualcosa che non si afferra, e quindi si potrebbe avere al riguardo un approccio almeno cauto e rispettoso, si può pensare che un certo tipo di disposizione interiore sia un plus, come magari saprà bene anche, ad esempio, Emma Bonino, che è in politica da cent’anni ed è un esempio di concezione completamente laica della vita» (R.B. p. 126). E sconsigliando il riferimento, in quanto a laicità, alla protesi femminile di Marco Pannella, l’Emma prezzemolo bulimica di poltrone, ci si limita a osservare che da un eccesso di apologia l’immagine contiana potrebbe subire una lesione. A rischio di scadere in un giustificazionismo anticamera del culto della personalità. Postura intellettuale assai poco laica. In effetti la devozione per il frate di Pietrelcina, sessuofobo e dalle stigmate a sospetto di essere indotte, rivela tratti di un’arcaica religiosità contadina che funge da impedimento per la comprensione della modernità complessa, Come si evidenziò nell’unico vero flop del Conte 2: gli Stati Generali “Progettiamo il rilancio”, del giugno 2020 a Villa Pamphilj, morti sul nascere a seguito dell’affidamento dell’impostazione dei lavori a vecchi arnesi NeoLib, privi di un’aggiornata cultura dello sviluppo, come quel Vittorio Colao, poi giustamente recuperato dall’operazione restaurativa di Mario Draghi. Ma si direbbe che allora nessuno si sia accorto dell’incongruenza del premier.

Semmai nel giudizio sul personaggio si tende a dare troppa importanza all’aspetto esteriore. Tanto da parte degli odiatori quanto degli appassionati cantori. Se Max Panarari si scatena contro ciò che gli spunta dal taschino e, da ragazzo in carriera di modesta estrazione sociale, confonde il candido fazzoletto a quattro punte con la vaporosa pochette multicolore sistemata a sbuffo, la nostra saggista consacra un bel po’ di pagine della sua fenomenologia apologetica – dalla 42 alla 70 – a quello che chiama “habitus”; con buona pace di Pierre Bourdieu e della sua critica sociale del gusto («la posizione che si occupa nello spazio sociale come rango da conservare o distanza da mantenere»[6]). Del resto è eccessivo parlare di eleganza (o aspetto impeccabile, classe, maniere…) per un avvocato curato nell’abbigliamento come si conviene alla professione. L’eleganza è altra cosa: puro estro carismatico applicato alla forma esteriore, che diventa immagine impareggiabile, inimitabile. Eleganti – se si vuole – erano il duca di Windsor o Valéry Giscard d’Estaing, John F. Kennedy era distinto, come distinto è Giuseppe Conte nella sua divisa color bluette e scarpe nere di prima mattina, nonostante i pantaloni troppo stretti, quasi come quelli a tubo di stufa del buzzicone Matteo Renzi. Per chi volesse approfondire, c’è un divertente apologo londinese raccontato da Richard Sennett: «Un turista russo, recatosi al Jockey Club, chiese che cosa significasse essere un gentiluomo: quali fossero i segni rivelatori. Un membro del club gli rispose – quasi stesse rivelando un segreto – che l’abbigliamento del gentleman si riconosceva dal fatto che le asole dei bottoni sulle maniche della sua giacca non erano finte, ma il gentiluomo le teneva sempre allacciate per non attirare l’attenzione sulla cosa»[7].

Le ragioni dell’odio

Costernata, Rita Bruschi si domanda quali siano le ragioni dell’insanabile ostilità dei professionisti a libro paga del sistema mediatico nei confronti di quel premier che aveva gestito in maniera esemplare la pandemia e che aveva ottenuto a Bruxelles il clamoroso successo del Recovery Fund (un esito reso possibile grazie a un precedente che va del tutto ascritto a merito di Giuseppe Conte: aver schiodato i 5S dallo sterile isolazionismo nel parlamento europeo, tradotto nella mossa decisiva, vero investimento sul futuro, di aver appoggiato la candidatura di Ursula Von der Leyen a presidente della Commissione Ue). Per trovare una risposta si tirano in ballo “opinioni preconcette”, per poi concludere sconsolatamente che «smantellare i pregiudizi non è semplice» (R.B. pag. 32); si ricorre a cervellotici arzigogoli dello psicanalista inglese Donald Winnicott, secondo cui «nell’elezione democratica, persone mature eleggono temporaneamente figure genitoriali, il che implica che si attivi nell’elettorato una certa regressione infantile». Da qui l’intenzione inconscia, propria dell’ambivalenza dell’amore dei figli verso i genitori, per cui ciò che è buono viene costantemente distrutto (R.B. pag. 117).

Pure astrusità, quando la soluzione è a portata di mano. Magari nelle parole illuminate con cui Denis Diderot spiegava il crudele destino dell’incolpevole Ipazia, la filosofa e astronoma egiziana del IV secolo d.C. fatta massacrare dal vescovo Cirillo: «Fu proprio il prestigio di cui giustamente godeva tra i suoi concittadini a perderla». Certamente sono stati i successi conseguiti a indispettire chi ne aveva prefigurato il fallimento; soprattutto la popolarità raggiunta – oltre il 60% dei consensi – che batteva ogni altro precedente. Ma soprattutto l’assoluta estraneità al circuito spartitorio del potere romano, che diventa parossismo da ripulsa quando si annuncia la prospettiva di gestire i 200 e passa miliardi che pioveranno da Bruxelles per il dopo Covid: scatenando la famelicità di Confindustria e degli interessi avidi retrostanti le testate giornalistiche nazionali. Come scrive Marco Travaglio, nel suo best seller I segreti del conticidio, «Giuseppe Conte inizia a scavarsi la fossa, ovviamente a sua insaputa, nella notte tra il 20 e il 21 luglio 2020, quando porta a casa il maggiore successo della sua carriera politica: i 209 miliardi di euro del Recovery Fund, la fetta più grossa del nuovo fondo europeo da 750 miliardi per sostenere le economie dei Paesi più colpiti dalla pandemia […]. Da quel momento, nei circoli che contano dell’eterna Italia lobbista, affarista e tangentista, la parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa: ora che arrivano tutti quei miliardi, mica li faremo gestire a lui e a quella banda di pericolosi incensurati che non prendono ordini da noi…»[8].

Una vera e propria opera di killeraggio consumata a mezzo commentatori pensosi e politicanti traffichini, che hanno raggiunto l’obiettivo demandato: contrarre il consenso dei pentastellati dal 32% al 9/10, spianare la strada all’avvento del “governo dei migliori”, guidato dall’algido banchiere “che tutto il mondo ci invidia” per un’opera restaurativa di chi “sa dove il potere sta” (copy Nelo Risi), si appunta tutti i meriti del precedente governo e limita la propria azione a condoni e rinvii.

E ora?

Ora Giuseppe Conte si è fatto carico di salvare quel che resta del Movimento che fu, al netto delle emorragie di parlamentari in cerca di poltrone purchessia, causa il vincolo statutario del doppio mandato, e un personale politico largamente inadeguato; selezionato in base all’illusorio principio del “uno vale uno” (scimmiottatura della gag “la cuoca di Lenin”, secondo cui in una società comunista anche una sguattera potrebbe governare lo Stato. In effetti una furbata del duo Grillo&Casaleggio per assicurarsi il pieno controllo dei propri parlamentari). Soprattutto, nonostante le mattane di Beppe Grillo, ossessionato nei suoi deliri di onnipotenza dal desiderio di egemonizzare quel che resta dei Cinquestelle. Dunque, diventa importante capire che cosa abbia in testa chi si impegna in una tale missione impossibile. Operazione a cui si dedica De Paola nella seconda parte del suo saggio a quattro mani. Sempre sparando altissimo. Infatti – secondo lui – con Conte si assisterebbe nientedimeno che a «uno dei più significativi tentativi di restituire alla politica la sua funzione più alta» (G.d.P pag. 181), in quanto il Nostro «ripercorre il cammino dalla modernità, che ha visto il costituirsi della politica, del diritto e dell’economia come scienze (rispettivamente – così per sommi capi ci ricorda Conte – con Machiavelli, col Kant della Metafisica dei costumi, e con Mandeville) al prezzo del loro scindersi dalla morale» (G.d.P. pag. 188). Mentre «prefigura una sorta di blocco etico in luogo del blocco storico di Gramsci».

Forse sarebbe più semplice (e commisurato) dire che Giuseppe Conte è un moroteo di origine pugliese con una marcata attitudine mediatoria e tendenza al buonismo. Per cui cita nel suo saggio L’impresa responsabile del 2018 la formula di Philip Kotler “un capitalismo con il cuore”, con cui il noto consulente aziendale blandiva la clientela (e faceva il verso all’imbarazzante “capitalismo compassionevole” di Bush jr.). Se ne deduce, non avendo letto chi dell’argomento ne sa un po’ di più: Luciano Gallino, che in un saggio dal titolo antitetico al suo (“L’impresa irresponsabile”) scriveva l’opposto: «La rinnovata diffusione dell’impresa irresponsabile degli ultimi vent’anni attesta come il capitalismo rechi in sé pulsioni autodistruttive e pronunciate tendenze a ritornare selvaggio»[9].

Ciò nonostante resta il fatto che il nuovo 5S contiano, guidato da colui che dichiarava di non averlo mai votato prima dell’ingaggio nel Conte1, con la sua agenda in cui spiccano i temi altrove dimenticati della disuguaglianza e dell’ambiente, è oggi quanto più si avvicina a un partito di sinistra; che la figura del suo leader è quanto più si avvicina al modello del politico de-professionistizzato (il paradigma del politico bricoleur) che Paolo Flores d’Arcais auspicava su MicroMega già trent’anni fa[10].

[1] M. d’Eramo, “Come il container ha globalizzato il mondo”, MicroMega 4/2012.

[2] Citato in V. De Grazia, L’impero irresistibile, p. 399.

[3] M. Pianta, Nove su dieci, Laterza, 2012, p. 155.

[4] M. Barbati, “C’eravamo tanto amati”, MicroMega 4/2022.

[5] F. Chiusi, Critica della democrazia digitale, Codice, 2014, p. 29.

[6] P. Bourdieu, La distinzione, il Mulino, 1983, p. 57.

[7] R. Sennett, Il declino dell’uomo pubblico, Bruno Mondadori, 2006.

[8] M. Travaglio, I segreti del conticidio, PaperFirst, 2021, p. 1.

[9] L. Gallino, L’impresa irresponsabile, Einaudi, 2005, p. 158.

[10] P. Flores d’Arcais, “Contro la partitocrazia: politica come bricolage”, MicroMega 4/1992.



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