Dal Mottarone ai fanghi tossici: se la vita è una scommessa

Dalla tragedia del Mottarone all’inchiesta sui fanghi tossici a Brescia, emergono due tratti tipici del nostro Paese: il disprezzo delle regole e il fatalismo.

Cinzia Sciuto

“Faccio avanti e indietro su quella cabina tutto il giorno. Se avessi saputo che c’era qualcosa di pericoloso non avrei mai rischiato la vita dei miei figli”. Così ha dichiarato all’indomani della tragedia Luigi Nerini, amministratore della società che gestisce la funivia del Mottarone. Insieme a Enrico Perocchio, direttore del servizio, e Gabriele Tadini, capo operativo in servizio domenica, è accusato di aver intenzionalmente manomesso i freni di sicurezza che avrebbero bloccato la caduta libera della cabina dopo che la fune si è spezzata. Il tutto nella assoluta, cieca convinzione, che quella fune non si sarebbe mai spezzata.

“Chissà il bambino che mangia la pannocchia di mais cresciuto sui fanghi”: queste sono invece le parole di Antonio Carucci, geologo addetto alle vendite della Wte srl, intercettato nell’inchiesta sui fanghi tossici smaltiti su circa 3.000 ettari di terreni agricoli nelle regioni Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna. E anche a lui non viene in mente che quel bambino che mangia la pannocchia di mais cresciuto sui fanghi potrebbe essere suo figlio, suo nipote, il figlio di cari amici.

Queste due vicende, per molti versi molto lontane fra loro, hanno due tratti che le accomunano: il totale disprezzo per le regole, vissute come fardelli di cui liberarsi per aumentare i profitti, e un forte dose di fatalismo che induce sempre a pensare che “tanto a me non capita”. Sì, certo, anche se molto raramente, le funi delle funivie si spezzano, ed è per questo che sono previsti dei meccanismi che dovrebbero scattare in automatico se dovesse accadere, ma non accadrà mica a me, a noi, proprio adesso. E certo, qualche bambino mangerà quel mais contaminato, ma non certo il mio, perché io sono furbo e quel mais mica lo compro.

Un connubio, quello fra disprezzo delle regole e fatalismo, che vediamo all’opera molto spesso anche nella vita quotidiana (basti pensare alle violazioni del codice della strada, che mettono in pericolo innanzitutto chi le compie, oltre a tutti gli altri) e che tiene insieme due tratti ahimè piuttosto diffusi nel nostro Paese, entrambi riconducibili a un diffuso individualismo che vede in tutto ciò che è “sistema” un impiccio, in chi rispetta le regole un tonto e chi le viola un furbo.

Un mix che in alcuni, tragici, casi diventa fatale, perché in assenza di una cultura delle regole, la consapevolezza che “può capitare anche a me” potrebbe fungere da meccanismo di controllo: se proprio non voglio rispettare le regole perché è giusto farlo, lo faccio perché altrimenti potrei averne personalmente dei danni. Il fatalismo invece disinnesca questo meccanismo. Proprio come il forchettone ha disinnescato il freno di emergenza della funivia.

 

Immagine: ANSA / SOCCORSO ALPINO E SPELEOLOGICO



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