Dalla Spigolatrice a Morisi: un appello contro gli argomenti fantoccio

Nelle controversie molto spesso ci si confronta non con gli argomenti reali dell’interlocutore, ma con “fantocci” costruiti ad hoc. Un appello per un dibattito pubblico più onesto.

Cinzia Sciuto

Negli scorsi giorni ci sono stati diversi casi nei quali la discussione pubblica, come ahimè spesso accade, anziché confrontarsi sugli argomenti reali si è focalizzata attorno a degli argomenti fantoccio. La cosa funziona così: il mio interlocutore sostiene una tesi che io non condivido ma invece di confrontarmi con gli argomenti reali che il mio interlocutore mi sta portando, mi costruisco degli argomenti ad hoc, più facili da contrastare: un fantoccio appunto. A quel punto il mio interlocutore è disarmato, e a nulla varrà il suo sbracciarsi per dire “ma io non intendevo quello”. Niente, fiato sprecato.
Quello dell’argomento fantoccio (in inglese straw man argument) è uno dei più odiosi strumenti retorici che si possa usare per avvelenare la discussione pubblica. Ed è anche uno dei preferiti da chi non ha argomenti, o da chi non ha la pazienza e forse neanche l’intelligenza per confrontarsi con gli argomenti reali che ahimè sono spesso molto più complessi di quelli fantoccio, per definizioni semplificatori e facilmente contrastabili.

Vediamo in alcuni casi recenti quali sono gli argomenti fantoccio presi di mira, e quali erano invece gli argomenti reali che stavano sul tappeto. Avvertenza: in questo pezzo non si entra nel merito delle questioni, ma si parla del metodo della discussione pubblica.

Partiamo dalla discussione attorno alla statua dedicata alla Spigolatrice di Sapri. L’argomento fantoccio utilizzato contro coloro (in special modo donne, ma non solo) che hanno sollevato qualche critica alla statua è: “Siete delle bacchettone, volete mettere il burqa alle statue, l’arte è libera”. Questo argomento fantoccio le femministe se lo sentono ripetere ogni santissima volta che propongono una qualunque notazione critica sull’uso del corpo della donna, ed è una delle più ridicole. Basterebbe osservare che se in Occidente una qualche forma di liberazione sessuale si è realizzata, è stato in larghissima parte grazie al movimento femminista, che ha scardinato strutture e relazioni rigide e fondate su una plateale asimmetria di potere fra uomini e donne. Le critiche femministe all’uso del corpo delle donne non hanno un fondamento moralistico, ma si inscrivono nell’ottica della critica a quelle relazioni asimmetriche e alla dominanza del desiderio maschile, attorno a cui è costruito un certo immaginario (quello per intenderci che mette la donna nuda accanto alla macchina). Nel caso specifico, le critiche non erano fondate sulla nudità della statua in sé, ma sull’opportunità che quel soggetto fosse rappresentato in quel modo rispetto al contesto e al significato della statua. La critica era dunque da un lato artistica e dall’altro sociale, non moralistica. Naturalmente l’artista è libero di interpretare il suo soggetto come vuole, ma l’opinione pubblica è altrettanto libera di fare osservazioni critiche sull’operato degli artisti (vogliamo parlare della statua di Wojtyla a Termini?). Ora, non è che le femministe abbiano sempre ragione e che i loro argomenti non si possano a loro volta criticare, ci mancherebbe. Ma appunto i loro argomenti, e non quelli fantoccio costruiti ad hoc per sottrarsi alla complessità e giocare sporco mettendo in ridicolo l’interlocutore.

Un altro caso recente in cui ha dominato l’argomento fantoccio è quello che riguarda Luca  Morisi. In questo caso l’argomento fantoccio è: “Fate tanto i libertari, ma poi quando si scopre che uno fa uso di droga e organizza festini promiscui diventate moralisti”. Peccato che qui non si tratta di additare Morisi per l’uso personale di droghe o per la sua eventuale omosessualità ma di denunciare l’ipocrisia e la violenza di chi per anni ha avvelenato il dibattito pubblico con discorsi d’odio proprio contro chi fa uso di droghe e contro gli omosessuali. È la stessa indignazione che emerge quando si scoprono relazioni sessuali dei religiosi: non è il sesso a essere condannato, ma l’ipocrisia di una struttura sessuofobica.

Segnalo un ultimo esempio di argomento fantoccio. Nelle scorse settimane si è svolto a Napoli il Festival delle Arti censurate, un insieme di mostre e dibattiti contro le leggi sulla blasfemia e la censura religiosa. In questo caso (come analogamente ogni volta che a essere in discussione è la critica alle religioni, per esempio nei casi delle vignette satiriche di Charlie Hebdo) l’argomento fantoccio è: “Volete la bestemmia libera, volete offendere i credenti”, come se chi si erge a difesa della libertà di espressione artistica auspicasse un mondo in cui la gente si insulta per strada a ogni piè sospinto. In questo caso chi usa l’argomento fantoccio ignora volutamente un elemento invece centrale: il contesto. Un giornale satirico è un giornale satirico. Può piacere, non piacere, far ridere, far arrabbiare, offendere, lasciare indifferenti: tutto questo è irrilevante rispetto al cuore della questione, ossia la libertà di espressione nell’ambito della stampa e dell’arte. Sui cui eventuali limiti possiamo naturalmente discutere, ma non tirando in ballo l’argomento fantoccio.

Esercitarsi a riconoscere gli argomenti fantoccio è molto utile per districarsi nel dibattito pubblico. E sarebbe anche molto utile evitare di usarli. La cosa è peraltro piuttosto semplice. Basta chiedersi: il mio interlocutore intende davvero quello che gli sto attribuendo? Insomma, basta un po’ di onestà intellettuale. Se chiunque intervenisse nel dibattito pubblico lo facesse sugli argomenti reali anziché contro fantocci costruiti ad hoc ne guadagneremmo tutti. E soprattutto eviteremmo di sprecare una quantità enorme di energie a spazzare via i fantocci che occupano la nostra via.

 

(foto Luca Morisi credit ANSA/ALESSANDRO DI MEO)



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