“Il Divino Intreccio”, un lipogramma per Dante

Tra i numerosi omaggi che l’Alighieri ha ricevuto nel settimo centenario della morte, il più singolare è la riscrittura dell’Inferno realizzata da Stefano Tonietto seguendo la regola di non utilizzare mai la lettera a. Un vero tour de force poetico.

Raffaele Aragona

In occasione del settimo centenario della morte di Dante, in tanti gli hanno reso omaggio in varie maniere; qualcuno si è anche aggiunto a chi nel passato ha voluto ricalcare le orme dell’autore della Commedia, dicendo ciò che egli dice in modo diverso; traduzioni in altra lingua (se ne contano 58 del tutto integrali in lingue europee, asiatiche, africane e sudamericane) e, ovviamente, anche in vari dialetti (dal milanese al veneto e al romano, dal napoletano al siciliano, e non solo). Non mancano versioni in forma parodica, riduzioni per ragazzi o addirittura a fumetti, una graphic novel, per il cinema, un videogame. Tutte cose già viste. Tra i numerosi omaggi che l’Alighieri ha ricevuto in questa ricorrenza, certamente tra i più singolari e assolutamente il più arduo, è quello della “metàfrasi”, la riscrittura dell’Inferno portata a termine da Stefano Tonietto (Il Divino Intreccio, in riga edizioni, pp. 226, euro 25) in forma di lipogramma in a: seguendo cioè la regola di non utilizzare mai la lettera a.

La scrittura lipogrammatica

La definizione che Gabriel Peignot dà dell’arte del lipogramma nella sua “Poétique curieuse” (in Amusements philologiques ou Variétés en tout genres, Lagier, 1842) è quella «di scrivere in prosa o in versi, imponendosi la regola di sopprimere una o più lettere dell’alfabeto». È dunque una figura in negativo, fondata su un’assenza. Se ne conoscono esempi antichi, come quello di Nestore di Laranda (III o IV secolo d.C.), autore di un’Iliade lipogrammatica; quello di Fulgenzio (VI sec. d.C.) che nel suo De aetatibus mundi et hominis fece qualcosa di analogo: un compendio storico diviso in 23 capitoli, in ognuno dei quali è soppressa, progressivamente, una lettera dell’alfabeto. Ma anche in tempi successivi non mancano esempi come quelli di Lope de Vega, cui si devono cinque novelle, ciascuna lipogrammatica in una delle cinque vocali, come il poema di Orazio Fidele (pseudonimo di Giovanni Nicola Ciminelli Cardone) L’R sbandita sopra la potenza d’Amore (Torino, 1633),che comprende 1.700 versi senza la lettera e. Dal Seicento in poi gli autori di lipogrammi hanno evitato soprattutto la lettera r (gli scrittori tedeschi, forse a causa dell’elevata frequenza di quella lettera nella loro lingua, altri, come l’abate Casolini, certamente a causa dell’essere egli «bleso»: l’artificio risultava propizio a meglio far intendere le proprie omelie senza suscitare ilarità nei fedeli).
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