L’eterno ritorno del declino americano

Stando alle tesi dei “declinisti”, l’impero americano avrebbe già dovuto essere morto e sepolto da un pezzo. Ma se siamo qui oggi a interrogarci ancora su un declino costantemente evocato e non ancora avvenuto è forse perché quello americano è un impero con delle specificità su cui non si è ancora riflettuto a sufficienza.

Marco d'Eramo

È da quando ero in fasce che l’impero americano è in declino. Non scherzo. Noam Chomsky fa risalire questo declino alla “perdita della Cina”, con la vittoria del maoismo nel 1949, appena quattro anni dopo la fine della seconda guerra mondiale 1. A ogni sconfitta militare parziale o totale (Corea 1951, Vietnam 1974, Afghanistan 2021), a ogni crisi economica (petrolio 1973, finanza 2008) i profeti del tramonto americano si risvegliano. Ed è facile fare ironia su di loro: «Il declino esercita sugli storici lo stesso fascino che l’amore ha per i poeti lirici. Eppure la catastrofe prossima ventura sta sempre per sopraggiungere, ma non arriva mai, perciò il primo compito del nuovo libro declinista è di spiegare perché i precedenti libri declinisti fossero nel torto. La gente […] che vuole definire la Cina come il nuovo Pericolo Giallo, è costretta a spiegare perché il Sol Levante [il Giappone] ha smesso di sorgere. C’è di più: poiché i predecessori intellettuali del declinista sono tutti anch’essi declinisti, egli deve districarsi dal pericolo di insistere che l’era precedente in realtà era una vetta invece della valle che i declinisti precedenti credevano di star guardando» 2.

Le specificità dell’impero americano
Prima d’impantanarci nelle sabbie mobili del declinismo, bisogna però osservare che una cosa accumuna declinisti e antideclinisti, e cioè che nessuno di loro s’interroga mai sulle specificità dell’impero americano. La prima: è un impero che rifiuta di esser chiamato così, che addirittura si cela ai propri cittadini. «La maggior parte degli americani non riconosce, o non vuole riconoscere, che gli Stati Uniti d’America dominano il mondo per mezzo della forza militare. A causa del riserbo governativo, essi perlopiù ignorano il fatto che il loro Paese presidia militarmente il globo. Non capiscono che la vasta rete di basi militari americane sparse in tutti i continenti, Antartide esclusa, costituisce di fatto una nuova forma d’impero» 3. Se non capiscono, un motivo c’è: un tempo, quando uno Stato manteneva basi militari in altri Paesi, si diceva che li “occupava”; oggi li “difende” (l’evoluzione in senso eufemistico era già stata avviata dagli imperi quando “proteggevano” le colonie, che chiamavano appunto “protettorati”). E i Paesi “difesi” dagli Stati Uniti sono ben 80, presidiati da più di 750 basi. Gli Stati difesi, protetti, accuditi, rimboccati, non sono “sudditi” come nei vecchi imperi, ma “alleati”. Questo espediente linguistico era stato usato già dagli antichi romani che in battaglia, sulle ali, schieravano sempre la “cavalleria dei federati”, cioè degli “alleati” (di fatto tributari), legati a Roma da un’“alleanza”, da un feodus: la natura ambigua di quest’alleanza risulta dal fatto che da feodus deriva “feudo”, il sistema feudale, cioè la relazione di vassallaggio. Una volta i popoli soggetti pagavano tributi all’impero, ora gli “prestano” soldi che non si vedranno mai restituire, comprando i loro buoni del Tesoro (federal bonds) 4. Riconoscere la natura imperiale dell’impero richiede un realismo politico, una crudezza di cui sono capaci solo gli émigrés europei, i Kissinger, i Brzezinski. Scrive Perry Anderson: «Nella sua capacità di fornire verità sulla sua patria di adozione e sui suoi alleati – gli Stati Uniti con la loro “élite egemonica” di “burocrati imperiali”, un’Europa di “protettorati” e “vassalli” da essi dipendenti – Brzezinski rompe le file con i suoi pari» 5.
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1 Noam Chomsky, “American Decline: Causes and Consequences”, al-Akhbar, 24 agosto 2011, disponibile al seguente link: bit.ly/31cG6f1.

2 Adam Gopnik, “Decline, Fall, Rinse, Repeat. Is America going down?”, The New Yorker, 5 settembre 2011, bit.ly/3lqIt4D.

3 Con queste parole inizia il libro di Chalmers Johnson, The Sorrows of Empire. Militarism, Secrecy and the End of the Republic, Metropolitan, 2004; trad. it. Le lacrime dell’impero, Garzanti, 2005, p. 7.

4 Su questo punto rimando al mio Dominio. La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi, Feltrinelli, 2020, pp. 200-201.

5 Perry Anderson, “Consilium”, The New Left Review, n. 83, settembre/ottobre 2013, p. 149.


Credit Image: © Rod Lamkey/CNP via ZUMA Press Wire (s) – Cover MM 1/2022 (d)

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