L’egemonia statunitense a un bivio. Un declino irreversibile?

Il rovinoso ritiro dall’Afghanistan rappresenta per gli Stati Uniti l’evento più doloroso dell’anno che si chiude. Ma il crollo americano non è solo militare, bensì sociale, culturale e istituzionale.

Elisabetta Grande

Sul piano geopolitico, il rovinoso ritiro dall’Afghanistan – un’avventura di guerra durata 20 anni – rappresenta per gli Stati Uniti l’evento più doloroso dell’anno che si chiude: l’egemonia statunitense è finita, hanno dichiarato in molti. Se, a seguito della débâcle in Afghanistan, il declino degli Stati Uniti quale potenza mondiale sia davvero una realtà o piuttosto il frutto dell’immaginazione di quanti lo pronosticano è però un punto interrogativo. Come scrive Marco d’Eramo su queste pagine quel presagio non è, infatti, certamente nuovo e ha fatto seguito a pesanti sconfitte, come quella in Vietnam, che al contrario hanno poi segnato l’inizio di una controffensiva americana che ne ha rafforzato la vena imperiale e imperialistica e il ritorno in forza sulla scena internazionale.

Ciò che tuttavia caratterizza il momento americano presente, diversamente da quello della caduta di Saigon nel 1975, è l’associarsi della sua débâcle militare a un profondo declino sul piano sociale e culturale. Mentre gli Stati Uniti degli anni Settanta potevano a ragione essere considerati la terra delle opportunità, del progresso sociale e civile, della vittoria delle lotte per i diritti delle minoranze e dei più deboli e potevano quindi davvero rappresentare il sogno americano cantato fra i tanti da Simon e Garfunkel nel famoso pezzo intitolato “America”, a distanza di 46 anni l’American Dream pare essersi eclissato per sempre.
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