Decolonizzare il patrimonio. L’Europa, l’Italia e un passato che non passa

Solo dalla consapevolezza del fatto che le nostre stesse idee di patrimonio culturale, di museo, di conservazione e tutela, sono il frutto di un’ideologia escludente, parziale e storicamente situata il dibattito può fare un passo in avanti.

Valeria Deplano

Quando nel 2020 gli echi del movimento Black Lives Matter arrivarono in Europa, riaccendendo il dibattito sulla matrice coloniale della cultura del “Vecchio continente”, in Italia l’attenzione della stampa e dei movimenti che criticavano il portato razzista e violento della storia nazionale si diresse principalmente sulla statua di Indro Montanelli, collocata dal 2006 nei giardini omonimi a Milano e già contestata precedentemente dal gruppo “Non una di meno”. A causa della partecipazione alla guerra d’Etiopia, della rivendicazione da parte sua di rapporti sessuali con una bambina eritrea, oltre che del suo ruolo centrale nell’orientare il dibattito sul colonialismo in Italia, il giornalista divenne l’emblema della violenza coloniale e allo stesso tempo della sua negazione in età repubblicana.

La scelta della statua di Montanelli come simbolo di quella stagione di proteste, se indubbiamente stimolò un inedito dibattito sulla storia del colonialismo, soprattutto quello fascista, allo stesso tempo assorbì e in parte disinnescò, a parere di chi scrive, il portato più ampio e critico della protesta decoloniale che stava alla base delle mobilitazioni europee. Il dibattito, o almeno la parte che ha avuto visibilità mediatica, si è concentrato sulla figura di Montanelli lasciando in secondo piano la riflessione sul ruolo strutturale che il pensiero e la pratica coloniale, in Italia come in tutta Europa, hanno avuto e hanno nel dare forma al sistema di valori, pensieri e autorappresentazioni su cui si basa la società attuale. In qualche modo la figura ingombrante del giornalista ha cannibalizzato una riflessione di cui non avrebbe dovuto essere lui, Montanelli, il protagonista, bensì appunto l’Italia, con i suoi valori, le sue narrazioni, le sue specificità e le sue affinità col resto dell’Europa occidentale.

Inoltre, la centralità assunta da una statua costruita nel 2006, se da un lato sollevava il problema di come la società attuale scelga ancora i simboli in cui identificarsi, allo stesso tempo facilitava la marginalizzazione se non la scomparsa dal dibattito pubblico di una riflessione più approfondita. Una riflessione capace di mettere a fuoco come la lunga ombra del colonialismo non si proietti solo sui monumenti dedicati in età contemporanea a personaggi riconducibili in vario modo all’occupazione coloniale (in Italia Montanelli, ma anche quel Rodolfo Graziani cui nel 2012 è stato dedicato un monumento ad Affile, o ancora le statue otto-novecentesche che celebrano Bottego o Toselli), ma abbia a che fare in maniera più ampia anche se meno visibile con i musei, i siti archeologici, i beni artistici e culturali in senso ampio su cui l’Europa e l’Italia fondano una fetta sostanziosa della propria narrazione identitaria.

Su questi temi, come ci spiega Maria Pia Guermandi in Decolonizzare il patrimonio. L’Europa, l’Italia e un passato che non passa (Castelvecchi, 2021), e come emerge dal lavoro di altre studiose tra cui Giulia Grechi o Carmen Belmonte, in realtà esiste un dibattito scientifico ampio che è andato crescendo dagli anni Ottanta: quando si è ridefinito il concetto di patrimonio culturale, non più letto solo nei suoi aspetti archeologici o storico-artistici ma anche in quelli sociali; e quando, anche con l’influenza dei postcolonial studies, questo non è stato più “interpretato come un’entità oggettiva da scoprire o identificare, ma […] come qualcosa allo stesso tempo costruito da e costruttore di valori ancorati nel presente” (p. 29).

Seguendo questa prospettiva, Decolonizzare il patrimonio racconta – in una maniera accessibile anche a un pubblico non specializzato – come la storia dell’imperialismo europeo otto-novecentesco e le sue eredità si intreccino e influenzino il modo in cui, nel corso del tempo, il patrimonio culturale è pensato, definito, gestito. In Europa, ma anche in Italia: sollevando quindi quest’ultima da quella condizione di eccezionalità in cui è stata spesso collocata in materia di colonialismo; ed evidenziando i processi che trascendono le dinamiche nazionali (come ad esempio il ruolo del fascismo) e si rivelano invece costitutivi della storia e della cultura continentali.

Punto di partenza dell’analisi di Guermandi è il ruolo che l’archeologia, dall’epoca napoleonica in avanti, ha avuto nel legittimare l’occupazione europea dei territori asiatici e africani: come l’antropologia, la disciplina si è perfezionata proprio in concomitanza con l’espansionismo e ne è stata strumento fondamentale, così come è stata strumento fondamentale della costruzione dell’idea di civiltà europea. Gli scavi archeologici hanno consentito di sostenere il discorso dicotomico dell’imperialismo che contrapponeva le popolazioni civilizzate a quelle considerate incivili, la modernità all’arretratezza, sostenendo il monopolio europeo della capacità di conoscere, conservare e poi valorizzare il passato. L’Italia, mostra Guermandi nel secondo capitolo (ma per approfondire questo tema si suggerisce anche un altro volume, Pietre d’oltremare di Simona Troilo, uscito per Laterza nel 2021) partecipa pienamente a questo processo, inviando fin dall’età liberale e poi col fascismo missioni archeologiche che, in particolare in Libia, si incaricarono di mostrare il diritto italiano alla colonizzazione non solo per generici meriti di civiltà presente, ma per una presenza pregressa ai tempi dell’impero romano. Guermandi e Troilo tra le altre cose mostrano come lavori il nesso tra politica e archeologia: a essere valorizzato è il patrimonio romano ed eventualmente ellenistico, funzionale a uno specifico ideale di classicità, mentre il patrimonio punico, quello bizantino e quello arabo vengono ignorati quando non danneggiati o distrutti.

I territori coloniali, oltre che delle loro ricchezze naturali e minerali, subirono in questo contesto sistematiche spoliazioni di beni archeologici (una pratica che costituisce un vero e proprio “genocidio culturale”). I beni asportati andavano ad arricchire i musei europei, che diventavano in questo modo istituzioni cruciali in cui i visitatori si facevano una prima idea delle culture “altre” basata su un pregiudizio di inferiorità delle popolazioni extraeuropee, e allo stesso tempo consolidavano una concezione di sé stessi come superiori e civili.

La matrice coloniale dei maggiori musei europei, ma anche il ruolo fondamentale del colonialismo nell’elaborazione e nel consolidamento dell’idea stessa di museo e di patrimonio culturale, costituiscono il cuore del successivo discorso di Guermandi, che ricostruisce il modo in cui tali dispositivi, non messi in discussione nella loro genesi e nella loro essenza, continuino a funzionare e a dare forma alle pratiche e alle politiche relative al patrimonio anche dopo la fine degli imperi coloniali.

Un esempio, forse il più sorprendente per un pubblico occidentale non addentro al dibattito degli heritage studies, è quello dell’Unesco, l’organizzazione dell’Onu che si occupò dal dopoguerra della ricostruzione e dell’accessibilità del patrimonio monumentale colpito dagli eventi bellici, e che dal 1972 promuove il programma di valorizzazione di siti e luoghi riconosciuti come patrimonio universale. Questa vocazione all’universalità è probabilmente il motivo per cui l’Unesco viene percepita come un soggetto neutro e super partes rispetto a gestioni del patrimonio che sono spesso soggette a interessi nazionali o di specifiche istituzioni. Guermandi sottolinea invece la scivolosità della stessa idea di universalità, che si rivela ancora ispirata a un modello eurocentrico, e le diverse criticità del programma: ad esempio, il fatto che questo imponga una concezione di tutela che prevede la separazione dei siti dalla fruizione quotidiana, alterando spesso equilibri locali consolidati (quindi imponendo lo spostamento delle comunità che vivono il sito); e replicando così un approccio che rimanda al passato, in cui l’uso (turistico) del territorio prevale sul benessere delle popolazioni che lo abitano. Allo stesso tempo Guermandi dà conto delle contestazioni subite dall’organizzazione dell’Onu e dai correttivi – spesso insufficienti – adottati: dimostrando dunque come non solo il patrimonio, ma anche la sua valorizzazione e tutela non possono che essere letti in una dimensione dialettica in cui il mutamento, e non la staticità, è la cifra dominante.

La critica e il mutamento sono i concetti chiave per decifrare anche i due dibattiti più attuali: quello sulla possibilità di una “decolonizzazione” dei musei, quindi dello stravolgimento del fine e delle ideologie con cui sono nati; e quello sulle restituzioni agli ex-territori colonizzati dei beni depredati durante il colonialismo.

Guermandi restituisce in maniera efficace la complessità dei problemi che l’Europa sta affrontando negli ultimi anni in merito a tali questioni (come spiegare l’origine degli oggetti musealizzati continuando a esporli? Come cambiare la narrazione che compongono? Che cosa fare di fronte alle richieste di restituzione?), e le diverse risposte che sono state finora messe in campo. Se una patina di decolonizzazione ha almeno superficialmente coinvolto la maggior parte dei musei, e se esempi virtuosi non sono del tutto assenti (uno è quello del Tropenmuseum di Amsterdam), nota l’autrice come una buona parte dei processi avviati risultino di facciata o parziali, perché incapaci di rovesciare le “strutture ideologiche del museo tradizionale”. Il motivo risiede in buona parte nell’indisponibilità dei diversi soggetti europei a portare a fondo processi che mettano radicalmente in discussione il proprio modo di vedere e raccontare sé stessi. Nonostante le dichiarazioni di principio il mutamento (della narrazione museale, del patrimonio conservato, dell’approccio alla musealizzazione stessa in territori extra-europei) continua spesso a essere considerato innaturale, mentre il museo (al pari dello spazio pubblico caricato di significati attribuiti da monumenti) è considerato come dato, acquisito, immutabile e soprattutto imprescindibile per riconoscersi ancora come italiani ed europei.

Dall’affermazione degli studi latinoamericani sulla decolonialità, il termine decolonizzazione è sempre più utilizzato per indicare non la rottura del legame colonizzatore-colonizzato, ma un lavoro di messa in discussione, anche dall’interno, delle strutture di potere europee che vengono dal passato ma riguardano il presente. Il primo passo di questo processo è, evidentemente, quello di non accettare tali strutture e l’idea stessa di Europa come date, e neutre.

Da questo punto di vista, l’operazione di Guermandi di storicizzare in maniera accessibile e comprensibile il nesso colonialismo-patrimonio culturale, e di rendere fruibile al pubblico italiano il dibattito internazionale su questo tema è un passaggio cruciale e necessario per contrastare la diffusa percezione naturalizzata e immobile del patrimonio (come quella che riguarda i monumenti, o la storia). Solo dalla consapevolezza del fatto che le nostre stesse idee di patrimonio culturale, di museo, di conservazione e tutela, sono il frutto di un’ideologia escludente, parziale, e storicamente situata il dibattito può fare un passo in avanti, e creare i presupposti per elaborare idee e narrazioni diverse, complesse; come scrive Guermandi, transculturali. Certo non si tratta di un’operazione semplice, perché se le concezioni otto-novecentesche hanno contribuito alla formazione dell’identità europea, superarle non può che andare di pari passo con il superamento, in senso plurale, di quella stessa idea di europeità.



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