Del Boca, lo storico che insegnò agli italiani che non erano brava gente

È morto Angelo Del Boca, uno dei più grandi e influenti storici del Novecento italiano cui va il merito di aver ridisegnato il modo di leggere il rapporto tra l’Italia e le sue colonie.

Francesco Filippi

Angelo del Boca è stato tante cose: partigiano, giornalista, saggista e soprattutto storico; uno dei più grandi e influenti storici del Novecento italiano. Anche se per anni in molti, nel Paese di cui raccontò la storia, non la pensavano così. Estraneo all’accademia, quella che negli anni in cui lui portava avanti la propria indagine rimaneva abbarbicata alle proprie posizioni di rendita, Del Boca è stato soprattutto un indagatore, e di quelli bravi: un ricercatore che per informarsi o scrivere un pezzo sente la necessità di conoscere e vedere coi propri occhi. Un rigore per la fonte, per la realtà fattuale, che all’epoca fece deviare la sua carriera dal giornalismo portandola sui binari della ricerca storica. Uno “sbandamento” che avvenne a causa di uno dei grandi buchi neri della memoria pubblica: il colonialismo italiano con la sua barbarie.

È il 1965 quando si mette a scrivere e pubblica a puntate su La Gazzetta del Popolo un’inchiesta sull’invasione fascista dell’Etiopia. La ricerca darà vita a un libro, La guerra d’Abissinia 1935-1941, primo faro puntato sul passato prossimo di un’Italia ancora incrostata di narrazioni zoppicanti, omissioni e vere e proprie mistificazioni. Un lavoro pionieristico, coraggioso, che esce quando ancora il tema del passato coloniale è in mano a strutture come Il Comitato per la documentazione dell’opera dell’Italia in Africa, ente pubblico post coloniale dominato da figure che fino al 1941 furono “colonialisti attivi”, impegnati poi, negli anni della Repubblica, a tenere sotto controllo gli archivi coloniali per evitare che ne uscissero scomode verità e a pubblicare volumi encomiastici che avevano la funzione di raccontare agli italiani come bonari esportatori di civiltà.

Quel libro, che parlava di soprusi, violenze e stermini, fu un primo sasso lanciato contro il muro di omertà sulle responsabilità italiane nella corsa fascista all’Africa. Una sassata dirompente non solo perché ineccepibile dal punto di vista storiografico ma anche perché, ed era una bella novità per l’Italia del tempo, scritto benissimo.

Infatti, tra le molte altre cose, Angelo Del Boca era quel che si dice una penna felice, che ricorda bene la vecchia regola del mestiere di storico: scrivere di storia significa anche scrivere “una” storia.

La godibilità dei suoi saggi fu la chiave della loro diffusione e il grimaldello grazie a cui una parte dello sbarramento di omertà sulle vicende degli “italiani in Africa” creatosi dopo la guerra cominciò a cedere. Del Boca, il ricercatore non accademico, veniva letto, e le questioni poste dai suoi scritti cominciarono a infiltrarsi nella coscienza storica degli italiani.

Al primo libro seguirono altri, fondamentali tasselli per la ricostruzione della nostra memoria storica: su tutti i volumi dal titolo Gli italiani in Africa orientale e Italiani in Libia (Laterza), che ridisegnano il modo stesso di leggere il rapporto tra l’Italia e le sue colonie. Un vero e proprio terremoto che fece riemergere nella memoria un intero continente scomparso: quell’Africa invasa e sfruttata per un ottantennio e poi dimenticata in fretta in un’Italia proiettata al futuro dell’industrializzazione.

Un lavoro che cambiò la storiografia ma che condizionò pesantemente la stessa vita di Del Boca. Per anni fu attaccato brutalmente dall’estrema destra, che cercò addirittura di trascinarlo in tribunale, e venne difeso poco o nulla da quell’accademia a cui aveva la colpa di non appartenere. Famigerato lo scontro con Indro Montanelli, che ancora negli anni Novanta dichiarava dalle colonne del Corriere della Sera che lui i gas in Africa non li aveva mai visti e che quindi non c’erano. Lo scontro finì con Montanelli a fare retromarcia a denti stretti di fronte all’inconfutabilità delle fonti presentate da Del Boca, il quale fino a poco prima era stato sbertucciato dalla destra come un mitomane o, peggio, definito traditore.

La diatriba con Montanelli fu una grande lezione, per la storiografia in generale e per le ricerche sul rapporto tra storia e memoria in particolare: insegnò che a volte nemmeno le evidenze fattuali possono scalfire le narrazioni di comodo messe in campo per nascondere un passato non gradito.

Contro questi racconti cristallizzati Del Boca spese negli anni le sue energie, nella consapevolezza che senza un passato “sincero” non si sarebbe potuto avere un presente realmente pacificato.

Il suo Italiani, brava gente? (Neri Pozza, 2005), che cita nel titolo un vecchio adagio della vulgata sul “buon italiano”, smonta con precisione i falsi miti bellici mettendo il dito in una piaga mai realmente rimarginata, quella delle molte guerre sporche degli italiani. Un saggio dall’enorme successo editoriale ed esempio di meticoloso debunking storico contro i falsi miti storici italiani che col suo effetto dirompente segna un “prima” e un “dopo” nella memoria pubblica del Paese.

Angelo Del Boca, uomo del Novecento, divenne storico “sul campo”, con l’acume delle sue tante pubblicazioni – più di 70 titoli – e “dal campo” della ricerca insegnò a generazioni di storiche e storici che quello di chi studia il passato non può che essere un attento lavoro di scavo per portare alla luce i fatti, unico modo efficace per togliere di mezzo le scorie che ostruiscono il cammino di una società verso un rapporto sincero col proprio passato e, quindi, col proprio futuro.

 

(Immagine tratta da YouTube: Italiani brava gente? – Intervista a Angelo del Boca / 1)



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