Del neo-presidenzialismo della destra

Il Capo dello Stato ha un ruolo positivo e neutrale rispetto alle forze politiche. È curioso che la destra insista nel sostenere una modifica del suo ruolo che stravolgerebbe l’impianto costituzionale della nostra Repubblica.

Michele Marchesiello

Il Presidente Sergio Mattarella (che Dio ce lo conservi) gode del consenso e dell’affetto di almeno il 90% degli italiani: per la persona che è e – soprattutto – per il modo, rispettoso e persino elegante di interpretare il ruolo affidatogli dalla Costituzione.

Ora, provate a immaginare (che Dio ce lo eviti) il povero Mattarella, o uno come lui, candidato ideale ma esposto al neo-presidenzialismo che la Meloni continua a prospettare/minacciare. Provate – dico – a immaginare un Sergio Mattarella condannato a una estenuante e costosa campagna elettorale. Manifesti, gigantografie, promesse e programmi fatalmente inesaudibili, comizi e ‘comparsate’ nei talk show, raccolte di fondi – compresi quelli più equivoci -, ambigue alleanze. Insomma: è chiaro che Mattarella, o uno come lui, sarebbero ineluttabilmente ‘trombati’ da un Bolsonaro o da un Trump qualsiasi, magari un Ignazio Benito La Russa o – perché no – un Silvio Berlusconi, offerti in salsa mediterranea a un popolo plaudente.

C’è veramente da augurarsi – come qualcuno ha fatto recentemente, di fronte alle continue giravolte del Presidente del Consiglio – che Giorgia Meloni insista nel contraddirsi e, anzi, faccia del contraddirsi, o contorcersi, uno stile destinato a segnare i cinque anni per cui si ripromette di governare.

Per ora, il Presidente del Consiglio insiste nel porre la questione del presidenzialismo in cima alla lista delle sue priorità. Si deve sperare che lo Spirito Santo della contraddizione provveda a cancellare l’argomento dalla famosa agenda di Giorgia.

Non è inutile, tuttavia, dare una mano allo Spirito Santo.

Perché la Presidenza della Repubblica è, e deve rimanere, una cosa seria: una cosa da Pertini, da Azeglio Ciampi, da Mattarella, da tutti i presidenti eletti dal Parlamento che – ognuno a suo modo e secondo la sua personalità – hanno contribuito a rendere centrale e addirittura decisiva per le istituzioni repubblicane quella figura che i padri costituenti, sul modello inconscio di una monarchia costituzionale, avevano immaginato come poco più che cerimoniale, sull’esempio inglese.

Nei fatti – pur attraverso le diverse interpretazioni date al ruolo da chi lo ha ricoperto – La Presidenza della Repubblica è andata ben oltre quella funzione originaria. Il Capo dello Stato è divenuto un vero e proprio ‘difensore della Costituzione’ e del sistema politico da essa istituito. La sua è oggi una figura al di sopra delle parti politiche, indispensabile elemento equilibratore de loro contrapporsi, inquinarsi, sparire o sorgere ‘ex novo’. Non figura astratta e remota, o semplice notaio del (dis)ordine politico, ma garanzia del suo mantenersi a tutti i costi entro il quadro costituzionale.

Giuliano Amato ha giustamente parlato di un potere ‘a fisarmonica’, destinato a contrarsi o espandersi a seconda della situazione in cui versa il sistema dei partiti. A una sua sostanziale stabilità (periodo democristiano), corrisponde un mantenersi della Presidenza della Repubblica entro limiti formali ed eminentemente notarili. A una crisi di quel sistema (quella cui siamo ormai abituati da Tangentopoli in avanti) corrisponde una utilizzazione più ‘interventista’ dei già ampi poteri che proprio la Costituzione (art.66)  pone nelle mani del Presidente.

È innegabile, in questo senso, che dalla presidenza Cossiga in poi si sia manifestato sempre più necessario un esercizio effettivo e diretto di questo ruolo, ancorché entro i limiti stabiliti da una Costituzione ‘rigida’. Testimonianza eloquente di questa evoluzione, anche nella proiezione internazionale, è il dato rappresentato dal numero dei viaggi presidenziali all’estero: dall’unico viaggio di Luigi Einaudi ai ben 43 dell’ultima presidenza Mattarella. Segno che anche in ambito internazionale si considera particolarmente affidabile la figura del nostro Presidente della Repubblica, rispetto a quella dei vari, mutevoli, rappresentanti dell’Esecutivo.

E, del resto, anche nei Paesi in cui il Presidente viene eletto direttamente dal popolo, si fa largo (come dimostrano abbondantemente gli Stati Uniti e il Brasile) l’insoddisfazione per un metodo elettorale che da un lato si presta a manipolazioni e dall’altro – coerentemente – a sistematiche contestazioni dei risultati.

È allora davvero curioso – e insospettisce non poco – il fatto che a una evoluzione positiva, pienamente costituzionale e, aggiungeremmo, ‘provvidenziale’ del ruolo del Capo dello Stato, si insista, da destra, nel proporre una modifica tale da comportare il pressoché totale stravolgimento dell’impianto costituzionale della nostra Repubblica.

Che lo Spirito Santo assista Giorgia Meloni anche su questo punto.

 

 

 

 

 

 

Foto Ansa



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