Democrazia e istruzione permanente

Che democrazia ed istruzione siano intimamente connessi, è oggi un dato di fatto. Il preambolo della Carta dei Diritti dell’Unione Europea (dicembre 2000), non a caso individua nell’istruzione quel bene fondamentale per realizzare “i valori indivisibili ed universali di dignità umana, di libertà, di uguaglianza e di solidarietà”.

Maria Mantello

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, all’art. 26, comma 2 recita: “L’istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana e al rafforzamento dei diritti umani e delle libertà fondamentali”. Oggi sappiamo bene quanto tutto questo sia importante, perché sulla maggiore affermazione di libertà e diritti si realizza la dignità umana e con essa la democrazia, che garantisce la reciprocità delle libertà. È in questa prospettiva che la libertà diventa un dovere per ciascuno e per tutti.Che democrazia ed istruzione siano intimamente connessi, è oggi un dato di fatto. Il preambolo della Carta dei Diritti dell’Unione Europea (dicembre 2000), non a caso individua nell’istruzione quel bene fondamentale per realizzare “i valori indivisibili ed universali di dignità umana, di libertà, di uguaglianza e di solidarietà”. Un ideale ambizioso che richiede un processo educativo continuo. Quell’educazione permanente  che mira soprattutto allo sviluppo di conoscenze, competenze e capacità per la piena realizzazione della cittadinanza democratica.
Un’istruzione permanente che mira a sviluppare la fiducia in se stessi e nelle proprie capacità per  essere cittadini capaci di poter modificare, se necessario, l’esistente. “L’autostima, la volontà di cambiamento, la fiducia nelle scienze e nelle tecniche – scriveva Vittorio Sarracino in La formazione diffusa  costituiscono i punti di partenza di una formazione continua di tutti gli individui e di ciascun individuo”. Istruzione è allora innanzitutto scuola di libertà, in un processo di formazione permanente che dà strumenti per l’autodeterminazione collettiva. La scuola dello Stato democratico, dove è garantita la libertà di ricerca, di insegnamento e di apprendimento, ha un ruolo determinante in tutto questo. Scuola di educazione alla crescita e all’emancipazione dei cittadini. Non a caso l’art. 33 della Costituzione repubblicana affida allo Stato il “compito di istituire scuole statali per tutti gli ordini e gradi”.  Perché «l’apprendere ad apprendere” si struttura fin dall’infanzia e continua in tutte le età.
Questa scuola in Italia è quella statale, che svincolata da confessionalismi e mercatismi di sorta, crea i presupposti del pensiero riflessivo problematico: intelligenza intrapersonale ed interpersonale. Ovvero capacità di riconsiderare proprie idee, conoscenze, orientamenti, atteggiamenti e comportamenti dentro se stessi ( intrapersonale), ma anche di porsi in modo dialettico con l’esterno (interpersonale). Occorre pertanto rimettere al centro la cosiddetta “strategia di Lisbona” elaborata fin dal 2000 dal Consiglio europeo, che nell’imparare ad imparare individuava il perno per la crescita economica e la coesione sociale, prospettando una “società della conoscenza” che combatte i rischi di disuguaglianza e di esclusione sociale in Europa e non solo. E raccomandava (e continua a raccomandare ancora oggi) di iniziare fin dall’infanzia a porre le basi per “realizzare uno spazio europeo dell’apprendimento permanente”, “per porre i cittadini in grado di spostarsi […] tra contesti di apprendimento, lavori regioni, paesi, traendo il massimo profitto dalle loro conoscenze e competenze e, dall’altro, per consentire all’Unione Europea e ai paesi candidati di raggiungere i loro obbiettivi in termini di prosperità, integrazione, tolleranza e democrazia”. Una dimensione di conquista della democrazia, dove  l’auto apprendimento è da intendersi come “qualsiasi attività di apprendimento, in qualunque momento della vita volta a migliorare le conoscenze, le capacità e le competenze in un prospettiva personale, civica, sociale e/o occupazionale” (Memorandum strategia di Lisbona).
L’educazione permanente diventava un investimento imprescindibile per creare società più libere e giuste. Come tutte le dichiarazioni sancivano e si impegnavano a conseguire. Così nel 2004, il Consiglio Europeo di Bruxelles, per realizzare la “strategia di Lisbona” sottolineava quanto la priorità di quegli ambiziosi obiettivi costituisse la strada  per i paesi europei  “di diventare più inclusivi, tolleranti e democratici». Visto che «l’apprendimento permanente è qualcosa di più di un semplice fattore economico […] e costituisce la premessa di un’Europa in cui i cittadini abbiano l’opportunità e la capacità di realizzare le loro ambizioni e partecipare alla costruzione di una società migliore”. L’educazione  permanente  era vista nelle sollecitazioni del Consiglio europeo, come un «concetto fondamentalmente  nuovo  e  comprensivo: un  modello educativo globale capace di andare incontro ai bisogni educativi in rapida crescita e sempre più diversificati di ogni individuo, sia giovane o che anziano, appartenente  alla  nuova  società  europea”.  L’impulso più forte a tutto questo si andava si andava intanto sviluppando nella prospettiva del   Learning to Be (Imparare a essere). Quindi in una dimensione di crescita umana globale delle singole esistenze. Con tanto di raccomandazioni della Commissione della Comunità europea, volte a sollecitare progetti “di qualità elevata concentrati sull’apprendimento, ma anche sulle competenze personali e sociali, che hanno vantaggi a lungo termine, soprattutto per gli più svantaggiati”. Accentuando il ruolo del docente, valorizzato come educatore alla “creatività, alla capacità di pensare liberamente”.
In Italia l’innovazione pedagogico-didattica e la prospettiva dell’educazione permanente, è stata sentita con particolare sensibilità negli anni Settanta. Ne scaturivano esperienze pilota in collaborazione col Ministero della pubblica istruzione, come si chiamava allora. E poi a cavallo tra fine anni Ottanta e inizi anni Novanta prendevano forma progetti strutturali di sperimentazione promossi dal Ministero della pubblica istruzione. La scuola del nesso democrazia-istruzione in Italia si è fatta sempre più spazio, nonostante i tentativi, falliti, della riforma Aprea che avrebbe voluto mettere le scuole della repubblica nelle mani della Chiesa e di Confindustria, e poi la renziana “buona scuola”, ovvero mercatismo e privatizzazione! Adesso, però, pare proprio che il peggio stia arrivando con la riforma governativa degli istituti tecnici e professionali incentrata sul tecnicismo di capacità sigillate in scatole disciplinari chiuse, che diventano automatismo senza sviluppo e ricerca nel trovare soluzioni a problemi nuovi.
Altro che scuola per ogni ordine e grado della crescita umana globale!

CREDITI FOTO: Mourad Balti Touati



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