Ideologie di guerra: denazificare l’ucraina con metodi nazi-fascisti?

La retorica ideologica imperial-nazionalista di Putin: sublimare l’invasione militare come nuova “grande guerra patriottica”.

Fausto Pellecchia

Nella “selva oscura” della disinformatia sull’invasione russa dell’Ucraina, accanto alle notizie frammentarie delle agenzie di stampa e degli inviati al fronte, prolifica un inestricabile intreccio di fake news, manipolazioni propagandistiche e utopistici appelli per un immediato “cessate il fuoco” e per l’avvio dei negoziati: puntualmente inascoltati e respinti dallo zar del Cremlino. In questo clima di impenetrabili mistificazioni che dilaniano le già disiecta membra della sinistra italiana, croce e delizia dei “complessisti” nostrani, si innalza il vociare confuso degli intellettuali che si autoproclamano “pacifisti a oltranza”, il cui esasperato “sospetto” alimenta una scepsi sofistica anche sui dati più elementari della vicenda bellica. Ed anzi proprio l’oscillazione permanente sulle responsabilità del conflito- nella forma di un “così ma anche” viene spacciata come feconda, superiore equidistanza dalla narrazione corrente, a sostegno di una cultura del dubbio e dell’interrogazione critica contro le dogmatiche certezze del cosiddetto pensiero unico.

Ora è del tutto evidente che tutti noi vogliamo la pace, ma gli appelli astratti non bastano: la “pace” non è più un termine che ci permetta di tracciare una linea di divisione essenziale. Resta infatti aperta la questione delle condizioni che rendano fin d’ora possibile l’apertura di una trattativa negoziale tra le parti in grado di preparare una pace duratura. È facile obiettare, infatti, che la “pace” di cui si fa parola come obiettivo ideale universale ha conosciuto nel ‘900 accezioni semantiche spesso discordanti e contraddittorie. È certo innegabile che gli eserciti occupanti desiderano sinceramente la pacificazione dei conflitti sul territorio che è stato militarmente (e illegittimamente) occupato. Ad esempio, Israele vuole la pace in Cisgiordania; Erdogan e l’esercito di Assad intendono pacificare la Siria, estromettendo sia al-Qaida, sia le milizie a prevalenza curda YPG e YPJ; e anche la Federazione russa dichiara di aver organizzato non una invasione, ma una “missione speciale” per la pace in Ucraina. Giustamente, Etienne Balibar ha affermato in maniera volutamente brutale e provocatoria: “Il pacifismo non è un’opzione”. Nei primi decenni del sec. XX, Lenin pensava ancora che una grande guerra avrebbe potuto creare le condizioni di una rivoluzione; a distanza di un secolo, al contrario, abbiamo bisogno di una specie di rivoluzione per impedire la prosecuzione della guerra. Bisogna prevenire l’apocalisse di una nuova Grande Guerra, ma il solo mezzo per scongiurarla passa attraverso una mobilitazione totale contro la finta “pace” di oggi, che non può non incoraggiare guerre locali disseminate nelle zone “calde” del pianeta. Tanto per citare un dato significativo: dopo la caduta dell’URSS, Cuba ha proclamato un “Periodo speciale in tempo di pace”, nel quale si recensiscono le eventuali condizioni delle guerre locali (fredde o calde che siano) in un tempo di pace. Ed è forse questa l’espressione che dovremmo impiegare oggi: siamo sul punto di entrare in un periodo specialissimo del “tempo di pace”, che si presenta come una prosecuzione della “guerra fredda” nella forma di una “pace calda”, cioè di una guerra ibrida permanente.

Un dato ci pare tuttavia innegabile: fino alla guerra attualmente in corso, la grande maggioranza delle persone in Ucraina era bilingue, passava disinvoltamente dal russo all’ucraino e viceversa. L’invasione russa ha favorito non solo il ricompattarsi sul piano politico dell’Europa occidentale, ma ha altresì ridato uno slancio formidabile a ciò che la Russia rifiuta, cioè all’esistenza di una identità ucraina radicalmente distinta dall’identità russa. È il compimento del processo di “ucrainizzazione”, represso fin dal 1920, all’epoca della costruzione dell’URSS, e che ritorna un secolo dopo, ma questa volta con una differente connotazione politica.

È nello snodo epocale di questa crisi del sistema geopolitico che si inserisce altresì la “vexata quaestio” della nazificazione dell’Ucraina che la Federazione Russa ha assunto come comodo alibi per giustificare l’invasione militare, presentandola come una operazione di ‘denazificazione’ perfettamente omologa all’”esportazione della democrazia” come finalità perseguita dagli USA e dagli Stati europei negli interventi in Kossovo, in Afghanistan, in Iraq, Libia ecc.

Certamente, non si può sottacere che alcune azioni compiute dai governi ucraini e da alcuni Stati baltici nel corso degli ultimi decenni sono addebitabili all’insorgenza di un’ideologia neonazista: esemplare è stata la riabilitazione di molti collaborazionisti (corresponsabili delle liquidazioni di massa di ebrei e di prigionieri russi), celebrati come eroi tutelari della resistenza anticomunista. Il neonazismo di alcune formazioni ucraine, infatti, ha avuto, innanzitutto e per lo più, un significato puramente reattivo, presentandosi come viatico simbolico dell’emancipazione dell’Ucraina dal dominio dell’Unione Sovietica, e successivamente, dopo la caduta dell’URSS, come veicolo dell’identità nazionale ucraina in funzione antirussa.

Per evitare un fatale fraintendimento, questi trascorsi non implicano nessun tipo di relativismo assolutorio dell’invasione russa, l’olimpica equidistanza sancita dall’adagio populista “nessuno ha le mani pulite…”. La Russia ha compiuto un atto orribile e inimmaginabile: ha brutalmente attaccato un paese indipendente, macchiandosi di crimini di guerra contro la popolazione civile. Questa è la verità dalla quale, salvo ipocriti scivolamenti ideologici, non è possibile né lecito discostarsi.

Nella sua brillante analisi degli imbrogli delle rivoluzioni europee moderne che sono poi sfociate nello stalinismo, il filosofo Jean-Claude Milner insiste sul fossato radicale che divide l’esattezza (= la verità fattuale, la precisione dei fatti) e la Verità (la Causa per la quale ci impegniamo): “Quando si ammette la radicale differenza tra esattezza e verità, resta una sola massima etica: non contrapporle mai. Non fare mai dell’inesattezza e della mistificazione il mezzo privilegiato degli effetti di verità. Il che equivale a non trasformare mai questi effetti in sottoprodotti della menzogna. Non fare mai del reale (e della sua indistricabile “complessità”) uno strumento di conquista della realtà”.

Molti analisti fanno risalire quello che sta accadendo in Ucraina in queste ore alle proteste antirusse e pro-Europa di piazza Maidan del 2014. In quella piazza erano presenti anche non pochi esponenti di forze di estrema destra, se non espressamente neonaziste. Che ruolo hanno svolto allora queste forze?
In verità, con la rivolta di Maidan, il panorama del nazismo ucraino si è alquanto frastagliato. Tradizionalmente la formazione egemone in quest’area politica è il partito neonazista Svoboda, la formazione più antica, fondata nel 1991 quando si chiamava Partito Socialnazionalista d’Ucraina. È però a partire dal 2004, quando ha assunto la denominazione Svoboda, che ha iniziato a rafforzarsi. Il suo logo è una runa utilizzata dalle SS come mostrina militare (il gancio di Lupo), che è anche un simbolo del neofascismo e neonazismo a livello mondiale, spesso utilizzato anche in Italia, per esempio da Forza Nuova e da Casa Pound. Il loro primo exploit avviene nelle elezioni parlamentari del 2012. Si tratta del periodo in cui si consolida la virata verso la Russia dell’Ucraina con Yanukovich che ha avuto un ruolo di primo piano dal 2002 ed è diventato presidente dell’Ucraina dal 2010 al 2014: una sorta di eterno leader di grande fedeltà putiniana. Risale a quel periodo, per esempio, l’accordo di Kharkov che concedeva ai russi alcune basi navali, come quella di Sebastopoli. È qui che inizia la forte polemica antirussa, perché non ci si potava sottrarre alla sensazione di un paese quasi occupato dai russi. Svoboda cavalcò astutamente l’opposizione a Yanukovic, auspicandone anche più volte l’impeachment e chiedendo di chiudere le basi navali concesse ai russi con l’accordo di Kharkov. Nel 2012 questa campagna antirussa molto brutale fruttò il 10,4% dei voti, con 38 deputati. A Maidan poi faranno la parte del leone, tanto è vero che dopo la rivolta diventano in breve tempo una delle forze a sostegno del governo provvisorio, ottenendo dunque un riconoscimento politico da parte del post-Maidan. Stiamo parlando di un partito autoritario, neonazista, omofobo, xenofobo, che sostiene il diritto di portare le armi, chiede l’abolizione dell’aborto ecc.

Ma, a partire dal 2010, i dirigenti di Svoboda compiono una radicale svolta ideologica, diventando sostenitori dell’entrata dell’Ucraina nella NATO, in funzione naturalmente antirussa. Ed è canalizando questo diffuso sentimento antirusso che si rafforzano e riescono a entrare nel governo provvisorio. Si tratta tuttavia di una bolla destinata a sgonfiarsi presto. Poroshenko li espelle rapidamente dalle forze di governo, preparando la definitva irrilevanza di Svoboda che alle elezioni del 2019 si colloca appena al 2,15% dei suffragi, ottenendo un solo deputato, il loro leader Oleh Jaroslavovyč Tjahnybok. Anche se è ancora presente in alcuni parlamenti regionali ed è piuttosto radicata in un quartiere di Kiev, stiamo dunque parlando di un partito oggi molto piccolo, che nel recente passato fu molto abile a capitalizzare il sentimento antirusso grandemente diffuso in Ucraina.

Il rapido tramonto politico di Svoboda è stato in seguito surrogato dalla nascita della formazione paramilitare e neonazista di Pravy Sektor. Si tratta di milizie informali, tollerate se non addirittura sfruttate dall’esercito ucraino per contenere i separatisti, piuttosto ben equipaggiate (da chi non è dato sapere…) e che ricevono rinforzi anche da combattenti neonazisti provenienti dal resto d’Europa. Un ruolo centrale nel ventaglio delle milizie informali, impegnate nella resistenza ucraina all’invasione russa, è occupato dal famigerato battaglione Azov, la cui composizione è costituita da gruppi volontari provenienti da partiti e movimenti politici legati all’estrema destra ucraina e integrati da volontari d’ispirazione nazifascista e neonazista provenienti anche da diversi paesi europei tra cui Italia, Francia, Spagna e Svezia, che si sta accreditando come una delle principali forze della resistenza ucraina all’invasione russa.

La Russia, intervenendo attraverso i suoi accoliti in Bosnia e in Kosovo, attraverso la voce del ministro Lavrov ha affermato che l’unica soluzione duratura presupporrebbe la smilitarizzazione di tutta l’Europa; dopo di che, la Russia provvederebbe a mantenere la pace con interventi umanitari occasionali. Teorie del genere abbondano nella stampa russa: Dmitrij Evstafiev, commentatore e opinionista politico, ha dichiarato in un’intervista a un giornale croato: “È nata una nuova Russia che vi dice senza mezzi termini che non percepisce voi, l’Europa, come un partner. La Russia ha tre partner: Stati Uniti, Cina e India. Voi per noi siete un trofeo da dividere fra noi e gli americani. Non avete ancora capito questa cosa, ma ci stiamo avvicinando”. Dal canto suo, Dugin, il filosofo di corte di Putin, ha ancorato questa posizione a una curiosa versione del relativismo storicista: «Il postmodernismo dimostra che ogni cosiddetta verità dipende dal crederci oppure no. Noi crediamo in quello che facciamo, crediamo in quello che diciamo. E questo è l’unico modo di definire la realtà. Abbiamo la nostra verità russa specifica, che voi dovete accettare. Se gli Stati Uniti non vogliono dare il via a una guerra, devono riconoscere che non sono più un padrone unico. E con la situazione in Siria e in Ucraina, la Russia dice: “No, non siete più voi che comandate”. Tale è propriamente la questione di chi governa il mondo. Solo la guerra può realmente decidere».

D’altra parte, i gruppi neonazisti superstiti, dopo la svolta atlantista ed europeista, per quanto solo strumentale in chiave antirussa, si allonanano sempre più dalle altre forze di estrema destra europee. Infatti, tutte le forze che erano state loro alleate fino ad allora – da Fiamma Tricolore e Fratelli d’Italia a Forza Nuova, passando per il British National Party e al Partido Nacional Renovador portoghese – erano tutti fortemente anti-Nato e, a partire più o meno dal 2014, filo-Putin. È in quel momento, infatti, che si crea questa nuova famiglia sovranista europea affascinata da Putin, che va da Salvini a Le Pen. Non si tratta però di un fascino puramente ideologico: dietro ci sono anche precisi interessi: basti pensare all’associazione filoleghista di Amicizia Italia Russia costituita da imprenditori lombardi e dai chiacchierati legami di Salvini con il mondo russo. Esemplare in tal senso è l’enorme fideiussione che, come è emerso, ha avuto Le Pen per ben due campagne presidenziali da parte di finanziarie russe. Per non parlare nel 2019 dello scandalo che ha coinvolto il sovranista austriaco Christian Strache insieme ad alcuni oligarchi russi, e che gli è costata la fine dell’avventura di governo.

Perciò, alla luce dell’invasione dell’Ucraina – che naturalmente rinfocola i sentimenti antirussi della popolazione – queste formazioni non possono realisticamente aspirare a ricoprire un ruolo di primo piano come ai tempi del Maidan. È sufficiente tener conto della forte disparità delle forze in campo: un conto, infatti, è scontrarsi sulle barricate con la polizia a Maidan o anche con le milizie filorusse nel Donbass, tutt’altra cosa è affrontare l’esercito russo, la sua artiglieria pesante, la sua aviazione e le sue dotazioni missilistiche.

Del resto, formazioni e gruppi neonazisti si sono radicati anche in Russia, a partire dalla regione del Donbass, come il battaglione mercenario “Wagner” che affianca l’esercito russo e, come emerge dalle teorie xenofobe sulla necessità di una pulizia etnica, è stata preparata dai sogni pericolosi dei poeti e dei pensatori: nel caso della Russsia, dai libri del teorico nazionalista Alexandre Douguine e dai film di Nikita Mikhalkov.

Perciò niente di meno attendibile di ciò che la retorica ideologica di Putin rivendica come la principale motivazione dell’invasione: un grottesco tentativo di “denazificare” l’Ucraina con metodi violenti che appaiono assolutamente contigui al medesimo ceppo ideologico nazi-fascista, declinato in chiave imperial-nazionalista attraverso la fittizia sublimazione dell’invasione militare come nuova “grande guerra patriottica”. Nel discorso di Putin l’epopea zarista, il sistema di potere dell’Unione sovietica ereditato da Putin come strumento oppressivo della “pacificazione” autocratica si uniscono nella grande narrazione storica del secolare imperialismo russo.
Naturalmente questo progetto di egemonia imperialistica non ha alcun rapporto con la pretesa “denazificazione” dell’Ucraina – che attualmente, non è affatto nazificata-, pur ospitando nelle file della resistenza antirussa milizie volontarie neonaziste. Qui, infatti, non è in gioco uno scontro ideologico, bensì radicalmente geopolitico.

Del resto, chi potrebbe legittimamente invocare la necessità di un’operazione di “defascistizzazione” dell’Italia dove le forze di estrema destra, alimentate e protette da partiti come Fratelli d’Italia e la Lega (che riscuotono oltre il 40% dei consensi), compaiono nelle mobilitazioni di piazza e nelle azioni eversive (come l’assalto alla sede della CGIL)? Resta pertanto inevasa la domanda fondamentale: che cosa spinge i paesi dell’ex patto di Varsavia, insieme ai paesi di antica neutralità come la Svizzera, la Finlandia, la Svezia a chiedere l’ingresso nella Nato, se non il terrore di essere assorbiti, mediante “speciali operazioni militari”, nell’orbita della Federazione russa e la conseguente rinuncia alla loro indipendenza e alla loro libera autodeterminazione?

Credit foto EPA/SERGEY GUNEEV/KREMLIN POOL/SPUTNIK



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