La costruzione della star ‘Francesco’

A 10 anni dalla nomina di Papa Francesco ripercorriamo le ragioni del suo successo, frutto di una perfetta operazione di marketing, con un articolo tratto da MicroMega 4/2018.

Marco Marzano

Quali elementi hanno fatto sì che un semisconosciuto vescovo sudamericano si trasformasse in una popstar mondiale venerata e intoccabile? Sono almeno quattro gli attori che hanno concorso a questo risultato: i vertici della Chiesa che, leggendo i segni dei tempi, hanno scelto un pontefice ‘populista’; la stampa, che del papa argentino ha esaltato a dismisura fin dal primo giorno ogni parola, ogni gesto, ogni azione; i cattolici progressisti, sempre speranzosi che il Concilio Vaticano II sia finalmente applicato; e infine quella sinistra politica e sociale che in questi anni si è più volte genuflessa dinanzi al gesuita argentino. A questi va aggiunto un quinto attore: la destra tradizionalista, la cui demonizzazione dell’operato del papa non fa che ingigantire gli effetti di un pontificato in realtà contrassegnato dall’immobilismo.

In La Chiesa immobile. Francesco e la rivoluzione mancata (Laterza, 2018) ho analizzato nel dettaglio le azioni e le decisioni del Bergoglio pontefice, giungendo alla conclusione che il suo pontificato è, da ogni punto di vista, tutto fuorché rivoluzionario: la Chiesa cattolica rimane perfettamente immobile, dando però l’impressione di aver avviato un clamoroso cambiamento. Nel libro, analizzo molte delle ragioni per le quali le riforme non si sono fatte e non si faranno probabilmente mai e insieme descrivo le ambiguità e le «doppiezze» delle scelte e dei gesti di Bergoglio. Nelle pagine che seguono, messi in secondo piano i comportamenti del papa, illustrerò il complesso meccanismo politico-culturale-mediatico che ha prodotto il «miracolo di Francesco», ovvero la trasformazione di un semisconosciuto vescovo sudamericano in una popstar mondiale venerata e intoccabile. Farò riferimento soprattutto alla situazione italiana, ma molti degli elementi che menzionerò valgono anche per altri paesi. 

Un papa ‘populista’: il colpo di genio del Conclave

Si può dire che il prodigio di Francesco sia un’operazione vincente intestabile ad almeno quattro autori (oltre allo stesso pontefice, si intende). 

Il primo di questi è la dirigenza cattolica romana, la cupola dell’istituzione. Eleggendo Francesco al vertice dell’organizzazione, nel 2013 (ma qualcuno di loro ci aveva già provato nel 2005), i gerarchi che guidano la Chiesa cattolica hanno mostrato, ancora una volta (come già fu con Wojtyła), la loro straordinaria capacità di leggere «i segni dei tempi» e di avere a cuore il bene dell’istituzione (e il loro personale), al punto da individuare un leader capace di diventare fulmineamente una star di immenso successo.  I membri del Conclave conoscevano alla perfezione la personalità, le virtù e le capacità di Jorge Mario Bergoglio e dunque potevano immaginare meglio di chiunque altro gli effetti benefici, in un tempo come il nostro, di un pontefice «populista», che va in giro con le scarpe malandate, che si porta da solo la vecchia borsa, che paga il conto dell’albergo al termine del Conclave, che fa la fila in mensa col vassoio in mano, che arriva a un incontro internazionale importante con i fogli del discorso in mano e poi li getta via quasi subito per parlare a braccio, che riesce naturalmente «simpatico» anche grazie alla passione per le battute e al linguaggio semplice e totalmente privo di sottili astrattezze. Francesco è un leader certamente poco o nulla appassionato alle dispute teologiche e però sensibilissimo a fiutare, per usare una sua espressione, «l’odore delle pecore», ovvero i sentimenti delle masse, e pronto ad assecondarli demagogicamente, soprattutto quando non implicano alcuna responsabilità concreta per la Chiesa, come nel caso dei genericissimi discorsi morali o di quelli sulla povertà, l’immigrazione, l’ecologia e in generale i temi politico-sociali. 

Designando Bergoglio al soglio di Pietro, i gerarchi cattolici hanno insomma mostrato di saper sfruttare al meglio tutti i vantaggi che derivano dalla peculiare forma di governo che caratterizza la Chiesa cattolica: la monarchia elettiva. Il fatto che la scelta del principe sia delegata a un piccolo gruppo di anziani gerarchi e non all’intero «popolo di Dio» limita al minimo la possibilità che vengano compiute scelte controproducenti per la continuità e la stabilità della vita dell’istituzione e degli interessi che a essa sono associati. 

Le cospirazioni e gli intrighi dei quali parlano gli organi di informazione sono frutto della fantasia di alcuni giornalisti o sono alimentati dagli stessi uomini di curia per distrarre l’opinione pubblica dai contenuti reali delle decisioni prese in Vaticano. Non c’è nemmeno uno straccio di evidenza empirica che attesti l’esistenza, tra i massimi dirigenti della Chiesa, di una insoddisfazione «politica» per l’operato del papa. L’opposizione a Francesco è in realtà limitata a pochissimi cardinali, i sottoscrittori della famosa lettera coi dubia sull’Amoris laetitia (due dei quali già deceduti e uno pensionato quasi novantenne) 1. I «lupi», cioè i nemici di Francesco, sono solo costoro e il loro sparuto seguito. Ci saranno poi certamente, tra la schiera dei gerarchi, altre persone insoddisfatte dell’operato del pontefice, vuoi perché escluse dal suo «cerchio magico», vuoi perché politicamente emarginate o anche solo insoddisfatte di questa o di quella nomina, di questo o di quell’atto di governo. In tutte le organizzazioni del mondo il capo fa venire il mal di pancia a qualche sottoposto o a qualche cordata di potere, ma la politica e l’ideologia non c’entrano niente. 

A conti fatti, il costo principale che molti alti funzionari cattolici sono chiamati a pagare in ragione dello stile e delle scelte comunicative di Francesco è la rinuncia, in omaggio al populismo pauperista del capo, a qualche orpello estetico, a un paio di belle scarpe o a una veste sontuosa da indossare in una cerimonia solenne, insieme al dovere di menzionare un po’ di più del solito nei sermoni domenicali e nelle altre occasioni pubbliche, sempre facendo il verso al leader, poveri e ultimi, sfigati e rifugiati. 

Credo che in definitiva il bilancio che questo gruppo sociale può tracciare di Francesco non possa che essere ampiamente positivo: a cinque anni dalla sua elezione, il capo del cattolicesimo è più popolare che mai, il suo successo dà lustro e smalto a tutta l’organizzazione e della balzana idea di riformare la Chiesa evocata da molti ai tempi di Ratzinger, non parla più nessuno. All’opinione pubblica, laica e cattolica, la novità Bergoglio basta e avanza. 

La stampa in adorazione

Il secondo autore del «miracolo di Francesco» è il sistema dei media. Sempre alla disperata ricerca di «celebrità», gli organi di informazione hanno trovato in Bergoglio un personaggio fresco, nuovo, inedito: un leader mondiale che, per la prima volta, viene «quasi dalla fine del mondo», amabile ed estroverso, con la spiccata attitudine a inventare metafore, a giocare con le parole, a coniare espressioni originali. La stragrande maggioranza dei media ha proceduto, già da quel 13 marzo 2013 e da quel «buonasera» pronunciato dal balcone di San Pietro, a «beatificare» il papa argentino, esaltandone a dismisura ogni parola, ogni gesto, ogni azione o decisione, compresi i più insignificanti. 

La beatificazione da parte dei media si è avvalsa del consolidato escamotage di considerare il papa come sinonimo perfetto della Chiesa, come suo equivalente. Ai giornali e alle tv quello che succede dentro la Chiesa non interessa né poco né punto: gli scandali legati alla pedofilia del clero, la condanna degli anticoncezionali e dei gay, l’emarginazione delle donne o l’arrivo di centinaia di preti dal Terzo Mondo che prendono il posto dei giovani italiani che disertano in massa i seminari sono eventi che non fanno abbastanza notizia, interessano probabilmente poco a una popolazione in larga misura secolarizzata e che non mette mai piede in chiesa e poi sono espressione di fenomeni che andrebbero indagati e documentati sul campo, alzandosi dalla scrivania o abbandonando la propria postazione nella sala stampa vaticana. Troppa fatica. Per moltissimi giornalisti che seguono le cose cattoliche e per quasi tutte le redazioni dei giornali e delle tv è molto più semplice concentrarsi sul papa, raccontare con estrema dovizia tutti i particolari delle sue giornate, proporre un’esegesi dietrologica di ogni suo intervento, fantasticare su veri o presunti intrighi di corte che si svolgono nei palazzi romani, trasformare la vita di un’istituzione complessa come la Chiesa nella puntata di una fantastica soap opera: i buoni contro i cattivi, il nuovo papa sincero e coraggioso contro il papa emerito infido e subdolo, Francesco come il sovrano buono che ama tanto il popolo e che lo sommergerebbe di amore e di ricchezze se solo non fosse circondato da uno stuolo non meglio identificato di cortigiani corrotti e perversi. 

Ogni sillaba pronunciata dal papa argentino diventa istantaneamente, grazie alla grancassa mediatica, azione, riforma, cambiamento, rivoluzione. Così, per citare solo l’esempio più noto, se il papa in aereo dice «chi sono io per giudicare un omosessuale?» questa per i media non è una frase estemporanea peraltro ricavata (come dichiarato più volte dallo stesso Francesco) dal Catechismo della Chiesa Cattolica, ma il segno inequivocabile che il papa vorrebbe che la sua organizzazione concedesse piena cittadinanza anche a gay e lesbiche. 

Per beatificare il papa, la stampa ha bisogno naturalmente non solo di esaltare alcune notizie, ma anche di sottacerne altre. Ad esempio, è chiaro che se si vuole accreditare l’immagine di un papa misericordioso che svuota gli inferi conviene non parlare troppo dell’esortazione apostolica Gaudete et exultate dedicata, tra gli altri argomenti, al tema del demonio e di Satana, così come per corroborare la leggenda del papa progressista non bisogna insistere sul fatto che ha autorizzato, tramite il suo inviato speciale, l’arcivescovo di Varsavia Hoser, il culto nel santuario di Medjugorje, riconoscendo così implicitamente l’autenticità delle apparizioni, o visitato in pompa magna il santuario di Padre Pio a San Giovanni Rotondo. Ancora, per far passare il papa come un implacabile persecutore dei pedofili dentro la Chiesa bisogna ridimensionare la terribile gaffe compiuta durante il viaggio in Cile (quando ha espresso, in modo assai netto, la sua solidarietà a un vescovo accusato di aver protetto alcuni preti pedofili) o riportare solo brevemente la notizia delle clamorose e polemiche dimissioni di Marie Collins (da bambina vittima di un prete abusatore) da componente della Pontificia commissione che dovrebbe combattere la diffusione della pedofilia nel clero 2. E così via. Per avvalorare l’immagine di un papa moderno e di sinistra bisogna stendere un velo di silenzio sulle sue posizioni sulla fantomatica «teoria gender» e sulle finalità intrinseche della sessualità; sull’omosessualità bisogna enfatizzare l’importanza della già citata battuta fatta in aereo, ma trascurare, tra i tantissimi brani simili, questi passaggi dell’esortazione apostolica Amoris laetitia [172  e 251] nei quali si legge che «ogni bambino ha il diritto di ricevere l’amore di una madre e di un padre, entrambi necessari per la sua maturazione integra e armoniosa. […] Non si tratta solo dell’amore del padre e della madre presi separatamente, ma anche dell’amore tra di loro, percepito come fonte della propria esistenza, come nido che accoglie e come fondamento della famiglia. Diversamente, il figlio sembra ridursi a un possesso capriccioso. […] Circa i progetti di equiparazione al matrimonio delle unioni tra persone omosessuali, non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia; ed è inaccettabile che le Chiese locali subiscano delle pressioni in questa materia e che gli organismi internazionali condizionino gli aiuti finanziari ai paesi poveri all’introduzione di leggi che istituiscano il “matrimonio” fra persone dello stesso sesso». Infine, per amplificare l’immagine del leader riformatore è necessario dare l’enorme spazio che è stato dato alla creazione della Commissione cardinalizia per la riforma della curia, ma non menzionare mai il fatto che, ad anni di distanza dal suo insediamento, quella Commissione non ha prodotto un bel nulla. E, a dar credito a molte autorevoli indiscrezioni e ipotesi, nulla produrrà, se non una banale riorganizzazione amministrativa degli uffici vaticani. 

Naturalmente, una parte (largamente minoritaria) della stampa (quella di destra) demonizza Bergoglio invece di santificarlo. In questo caso il segno dell’operazione è diverso, ma il dispositivo che ne sta alla base è il medesimo: l’enfatizzazione di alcuni gesti e decisioni di importanza trascurabile che esagerano una discontinuità in realtà inesistente e la rinuncia a un esame analitico, critico e razionale dell’operato di Francesco. 

La cecità dei cattoprogressisti

Il terzo responsabile della miracolosa ascesa di Bergoglio nell’empireo delle popstar contemporanee è certamente la sinistra ecclesiale. I cattolici progressisti, al di là della loro consistenza numerica assoluta, annoverano nelle loro file molti intellettuali di vaglia e sono il naturale elemento di collegamento tra la Chiesa e la più ampia opinione pubblica laica e aconfessionale. Nel mezzo secolo seguito alla chiusura del Concilio Vaticano II, questa componente del cattolicesimo ha accumulato un’enorme mole di frustrazioni. Queste sono derivate essenzialmente dal fatto che alla chiusura del Concilio non è seguito lo smantellamento della struttura autoritaria tridentina e della tradizionale dottrina morale cattolica che l’approvazione di alcuni documenti conciliari aveva per la prima volta, dopo secoli di assoluto immobilismo, fatto intravedere. In altre parole, il Concilio, con tutte le sue promesse di rinnovamento, si è rivelato, nel medio periodo, una, pur clamorosa e solenne, parentesi nella storia dell’istituzione, nulla più di un «intermezzo riformista», i cui effetti sono stati immediatamente e drasticamente ridimensionati da tutti coloro che hanno guidato la Chiesa negli ultimi cinquant’anni, da Paolo VI in avanti. A questo depotenziamento del Concilio la sinistra cattolica non si è mai rassegnata. Ha continuato a pensare che, prima o poi, quel programma di riforme radicali che era stato ventilato nella prima metà degli anni Sessanta sarebbe riemerso in qualche forma, sarebbe stato ripreso e finalmente attuato.

La notizia dell’elezione dell’argentino Bergoglio – già rivale di Ratzinger nel precedente conclave – e quindi della sconfitta di Angelo Scola e degli altri ratzingeriani di stretta osservanza, ha fatto istantaneamente immaginare ai cattoprogressisti che fosse finalmente arrivato il tanto atteso «ritorno al Concilio».
I primi gesti, le prime dichiarazioni di Francesco, il documento programmatico Evangelii gaudium, la sua decisione di nominare una Commissione di cardinali per la riforma della curia romana hanno fatto pensare ai progressisti che uno di loro fosse diventato finalmente il capo della Chiesa. 

A distanza di cinque anni da quei giorni la sinistra cattolica dovrebbe onestamente ammettere che il bilancio del papato è terribilmente deludente, che il papa argentino non ha mantenuto nemmeno una delle promesse iniziali: non ha riformato la curia, non ha aperto alle donne, non ha toccato il celibato né la morale familiare e sessuale. Francesco insomma non ha cambiato proprio nulla e la sinistra cattolica dovrebbe riconoscerlo e dichiararsi delusa e pentita di averlo sostenuto con tutto quell’acritico entusiasmo. Questo dovrebbe avvenire secondo logica, eppure non avviene e negli interventi degli intellettuali della sinistra cattolica non si trova alcuna traccia di pentimento, ma la consueta mielosa e adorante retorica filopapale. Perché? Come spiegare questo strano fenomeno? Una prima spiegazione, forse banale ma piuttosto plausibile, ci induce a costatare che i cattoprogressisti si sono spinti troppo avanti per poter fare retromarcia. Con quale coraggio potrebbero ancora pretendere di dir la loro persone che hanno preso una cantonata così gigantesca come quella che li ha portati a scambiare per uno scalmanato incendiario un tranquillo pompiere? E cosa ne sarebbe delle carriere di tutti costoro, dei posti che si sono guadagnati, grazie al culto della personalità di Francesco, nelle redazioni dei giornali, nelle case editrici, nelle parrocchie, nei circoli culturali e nei seminari di tutta Italia? Chi li inviterebbe più a dire quel che pensano? 

Ma c’è qualcosa di più profondo della sola paura di perdere la faccia e la reputazione nello spiegare l’atteggiamento della sinistra cattolica. È qualcosa che ha che fare con la fede. Non tanto con la fede in Dio quanto in quella nell’organizzazione e nella sua capacità di rinnovarsi, ammodernandosi e democratizzandosi. E di farlo spontaneamente e dall’alto, senza nessuno strappo istituzionale, cioè per iniziativa del suo leader supremo, senza nessun sommovimento della periferia, senza nessuna particolare mobilitazione popolare, a partire dal semplice riconoscimento della necessità e dell’opportunità politica ed evangelica dei cambiamenti da apportare. 

Si tratta, lo ripeto, di un atto di fede e alla fede è difficile contrapporre degli argomenti razionali. Certo è che, se osservata da un punto di vista più distaccato, questa prospettiva è viziata da alcuni macroscopici errori di fondo che qui mi limito a riassumere: a) l’idea che le grandi istituzioni burocratiche come la Chiesa cattolica cambino gradualmente, in modo incrementale, un passetto alla volta; b) la convinzione che la Chiesa cattolica si trovi in una situazione di difficoltà tale da rendere necessaria e urgente la sua riforma; c) l’opinione che l’inerzia conservatrice possa essere aggirata in assenza di qualche clamoroso trauma esterno. Detto in altri termini, io sono convinto che le riforme di struttura (quelle che sconvolgono i rapporti di potere dentro un’organizzazione) rappresentino, per le burocrazie ipertrofiche come la Chiesa, una strada buia, rischiosa e pericolosissima, da percorrere solo nel tragico caso in cui non se ne possa fare a meno. Come è avvenuto per l’Unione Sovietica negli anni Ottanta, costretta a riformarsi dalla drammatica situazione economica e poi, proprio in conseguenza delle riforme, dissoltasi come neve al sole. Al pari dei «comunisti riformatori», dei Dubček, dei Gorbačëv, delle Christa Wolf e di tanti altri intellettuali e dirigenti politici marxisti-leninisti, i cattolici progressisti non hanno compreso la natura del sistema di cui fanno parte e spereranno sino all’ultimo secondo della loro esistenza nella possibilità della sua umanizzazione e democratizzazione. Si rifiutano di accettare l’evidenza storica che, guardando al caso del comunismo cinese, mostra come nei sistemi autoritari sia più facile sostituire del tutto l’ideale originario che riformare l’organizzazione. Lì è sparito il socialismo, ma il partito è rimasto onnipotente.

I cattoprogressisti sono convinti che il sistema (cioè la Chiesa) sia fondamentalmente buono e migliorabile e che prima o poi la storia darà loro ragione, che le deviazioni e le corruzioni verranno eliminate e l’ideale originario di un cristianesimo semplice ed egualitario potrà finalmente trionfare nella sua adamantina e primitiva purezza. In questa cornice ideologica, ogni piccolo segno di cambiamento, anche quello che può apparire agli occhi di un profano il più insulso e irrilevante, assume una portata gigantesca, diventa, trasfigurato con gli occhi della speranza fideistica, il sassolino che innesterà la frana, l’inizio della fine del vecchio mondo.

Col cuore colmo di questa speranza e in attesa che l’epifania si compia, i progressisti cattolici finiscono naturalmente per legittimare completamente il presente e per sostenere, con uno zelo privo di parsimonia, l’azione di un papa riformatore solo a parole. 

I ‘compagni’ folgorati da Francesco

Il quarto e ultimo autore del miracolo di Francesco è quell’ampia parte della sinistra politica e sociale che in questi anni si è più volte genuflessa dinanzi all’ex gesuita argentino. Anche in questo caso, come per la sinistra ecclesiale, al di là dell’esigua consistenza quantitativa, pesano la qualità intellettuale, la visibilità e il dato simbolico dell’essere stata a lungo un’irriducibile avversaria della Chiesa. 

Più che i cattocomunisti di Franco Rodano ispiratori del berlingueriano compromesso storico, i papisti laici ricordano gli «atei devoti» di Ratzinger. Al pari di quel che, sul fronte opposto, Marcello Pera e soci facevano con il papa tedesco, costoro, rimanendo i miscredenti di sempre, selezionano del messaggio papale quel che loro garba e su quello costruiscono le ragioni della loro richiesta di arruolamento come truppe di complemento dell’esercito cattolico. In un modo analogo agli intellettuali conservatori atei sedotti dalla capacità dei leader cattolici di parlare al popolo, i comunisti devoti sono signore e signori borghesi che delle periferie sociali e culturali del nostro paese non conoscono nemmeno la collocazione fisica, non sanno nemmeno dove siano sulle mappe. Per questo, l’immenso successo popolare di Francesco, la sua capacità di attirare il favore delle masse, li incanta al punto di pensare, aggregandosi al suo carro, di poter ricavare qualche frutto da mettere in cascina. Oltre a questo c’è un pizzico di invidia per la sorprendente tenuta organizzativa che la Chiesa cattolica ha saputo mostrare, per l’abilità di cui essa ha dato prova nel tenere in piedi, malgrado la secolarizzazione, apparati organizzativi, rigide gerarchie, rituali e simboli, che a sinistra si sono da tempo completamente liquefatti. 

Quel che va detto è che a giustificare la genuflessione verso Bergoglio degli atei devoti di sinistra non c’è nessun reale cambiamento della dottrina sociale della Chiesa, sostanzialmente identica da un secolo e mezzo a questa parte, dai tempi della Rerum novarum. Quel che una parte dei «compagni» folgorati da Francesco non comprende, o finge di non comprendere, è che la Chiesa le cose che oggi Francesco dice sui poveri, gli immigrati, le guerre e il capitalismo le ha sempre affermate. Certo oggi le ribadisce con un’enfasi diversa, sia perché una parte del mondo occidentale è più disponibile a prestarvi attenzione a causa della fase di difficoltà economiche e politiche che sta attraversando, sia, e soprattutto, perché si è finalmente (per la Chiesa) tolto di mezzo quello che è stato il suo grande avversario storico nel «secolo breve», e cioè il comunismo. È proprio la scomparsa del comunismo ad aver determinato, a partire dai primi anni Novanta e dall’enciclica Centesimus annus di Wojtyła (1991), un rilancio della critica cattolica agli eccessi del capitalismo; un biasimo che però non si traduce certo in un sistematico sostegno alle forze di sinistra o in un incoraggiamento alla lotta di classe e men che mai in una qualche forma di simpatia per il socialismo. La limitazione degli eccessi del capitalismo e il miglioramento delle condizioni sociali devono essere la conseguenza, all’interno del tradizionale approccio interclassista e consensuale della dottrina sociale della Chiesa fatto proprio da papa Francesco, di una «conversione spirituale» delle élite economiche e politiche mondiali che conduca i ricchi e i potenti a scoprire le ragioni della solidarietà e dell’altruismo. Aspettando che questo prodigio si produca, la Chiesa nel mondo tutela soprattutto i suoi interessi e non esita a venire a patti, soprattutto nei paesi più poveri e qualora ragioni di Realpolitik lo richiedano, con dittatori di ogni sorta.

In altre parole, la predicazione sociale e politica cattolica è soprattutto un esercizio di raffinata retorica, tanto più che i prelati di ogni grado (incluso il papa) non hanno responsabilità dirette di governo e quindi non verranno mai chiamati a rispondere di quello che fanno per davvero, sul piano politico, a vantaggio di poveri, diseredati e fuggiaschi. In altri termini, a differenza di quel che resta del comunismo devoto nostrano ridotto a poco più di un club di animazione culturale, la Chiesa ha degli enormi interessi materiali e politici che costituiscono, una volta sceso dal pulpito e messi da parte gli appelli alla conversione delle anime, il vero centro degli interessi e dell’azione del pontefice. Ma i comunisti devoti di questo sembrano non accorgersi. Così come non si accorgono che il papa ricevendo per esempio in Vaticano i «movimenti popolari» abbia riservato loro un’attenzione pari a quella che dedica a tutti gli altri suoi interlocutori, di destra e di sinistra 3. Francesco è il papa che ha di fatto riportato l’estrema destra tradizionalista lefebvriana dentro la Chiesa, colui che fatto traslare la salma di Padre Pio a Roma durante l’Anno Santo. Francesco è il papa che ha lodato Lutero e al tempo stesso quello che ha siglato con Kirill, il patriarca russo amico di Putin, un documento omofobo e reazionario 4. Francesco è un papa dialogante ed ecumenico, perché l’élite che guida la Chiesa e il suo capo in questo momento non hanno veri nemici né interni né esterni e riescono a difendere meglio i loro interessi promuovendo l’amicizia e la riconciliazione universali.

Peraltro va anche detto che l’irenismo e la «politica dell’amicizia» bergogliane non annullano in alcun modo il nucleo profondo dell’ideologia cattolica e non cancellano quindi la tradizionale opposizione della Chiesa all’allargamento dei diritti civili, alla libertà sessuale e al controllo delle nascite. È vero infatti che papa Francesco dedica meno spazio rispetto ai predecessori ai «valori non negoziabili», ma è altrettanto indubitabile che essi non sono certo scomparsi né dalla dottrina né dalla predicazione sia del papa sia del clero cattolico, soprattutto nel Sud del mondo. Non mi risulta che la Chiesa abbia autorizzato in Africa (né altrove) l’uso del preservativo come strumento di lotta all’Aids e di controllo delle nascite, né che la stessa organizzazione abbia fatto mostra di un minimo cambiamento di posizione sul divorzio, l’aborto, e i diritti delle coppie omosessuali. E lo stesso Francesco ha ripreso più volte, anche in documenti ufficiali, compresa la tanto lodata Amoris laetitia, i temi dell’odiosa propaganda reazionaria sulla «teoria gender» in termini che a una coscienza laica dovrebbero risultare inaccettabili. 

In definitiva, la sinistra atea in ginocchio dinanzi a Bergoglio porta solo acqua al mulino cattolico; ai gerarchi la cosa sta benissimo giacché coincide con una clamorosa vittoria storica e dimostra per intero l’ampiezza della resa (politica, intellettuale e umana) di coloro che sono stati, per tanto tempo, il loro incubo, il loro principale avversario. 

Il trionfo di Bergoglio è il risultato dunque di un’opera corale, innescata da una scelta geniale delle gerarchie cattoliche e poi rinforzata dal lavoro congiunto di media e sinistra, politica ed ecclesiale. C’è in realtà un quinto autore rilevante, spesso evocato in queste pagine, ed è la destra tradizionalista. La sua demonizzazione del papato, la reazione allarmata ed esasperata a ogni gesto di Francesco, anche il più innocuo e insignificante, sortiscono l’effetto di ingigantire, nel male in questo caso, gli effetti di un papato in realtà contrassegnato dall’immobilismo e dalla conservazione. 

Una volta chiarito il quadro attuale, il quesito rilevante per il futuro diventa questo: cosa succederà col prossimo papa? Cosa si inventerà la gerarchia cattolica per tentare di ripetere il miracolo dell’argentino o perlomeno per non disperdere gli enormi frutti in termini di popolarità che la sua stagione ha portato alla Chiesa?

 

 

 

1 Si fa riferimento ai quattro cardinali (Raymond Leo Burke, Joachim Meisner, Walter Brandmüller e Carlo Caffarra) che espressero al papa cinque dubbi a proposito dell’ortodossia del documento post-sinodale sulla famiglia Amoris laetitia (circa l’accesso dei divorziati risposati all’eucarestia), chiedendogli di fare chiarezza. Di fronte al silenzio del papa, il cardinal Burke giunse a ventilare una «correzione formale». Tutte le note sono redazionali.

2 Un’intervista a Marie Collins è pubblicata in questo stesso volume.

3 Ci si riferisce alle tre edizioni dell’Incontro mondiale dei movimenti popolari, il percorso di dialogo attorno ai tre grandi temi della Terra, della casa e del lavoro costruito da papa Francesco con alcuni importanti leader sociali. Un processo avviato nel 2014 a Roma, proseguito nel 2015 a Santa Cruz de la Sierra, durante il viaggio del papa in Bolivia, per poi far nuovamente ritorno a Roma nel novembre del 2016.

4 Disponibile sul sito del Vaticano al seguente link: goo.gl/CZBJ5x.

 

Foto Flickr | Catholic Church England and Wales



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