Dietro al femminicidio: una mortifera concezione dell’amore

Se nel linguaggio comune si tramanda la frase “amare da morire”, attribuendole persino un carattere romantico, vorrà pur dire qualcosa questa connessione perversa tra amore e morte che diamo per scontata. Perché è sempre l'uomo che ti "amava" quello che ti farà del male, fino ad ucciderti.

Monica Lanfranco

Impossibile non ripetere gli stessi concetti, in questi tristi, cupi e desolati giorni di commento degli ultimi femminicidi in Italia, compiuti da uomini relativamente giovani, ben inseriti nella società, che si potrebbero definire tranquillamente ‘perbene’: il poliziotto (suicidatosi dopo il femminicidio) e il feroce barman di hotel di lusso.
Si discute, ci si divide sugli approcci, sulle letture del fenomeno strutturale della violenza maschile, sul da farsi. Lo sapevamo tutte, certo, da sempre, tanto da farci anche un hashtag.
È sempre l’uomo che ti ama(va) quello che ti farà del male, fino ad ucciderti. La favoletta dello sconosciuto straniero che ti assale all’improvviso non regge davvero più, e da parecchio.
Se nel linguaggio comune si tramanda, senza riflettere sugli esiti concreti, la frase amare da morire, attribuendole persino un carattere romantico, vorrà pur dire qualcosa questa connessione perversa tra amore e morte che diamo per scontata e subliminale.

E poi, ancora: se è vero, come è vero, che il sesso che uccide nella coppia, in proporzione assolutamente maggioritaria, è quello maschile, perché ci si rivolge solo alle donne dicendo loro: di non andare all’ultimo appuntamento, di scappare al primo segnale di aggressività, di imparare i segni per far capire che si è in pericolo, di mandare a memorie le frasi da dire quando si ordina la pizza e comunicare a chi ascolta di chiamare la polizia? Tutte cose utili, sensate, legate all’emergenza, certo.
Ma il fatto acclarato e manifesto che i perpetratori sono gli uomini, che esista il problema del comportamento e della responsabilità in primo luogo maschile resta, comunque, sullo sfondo. Si fa fatica, c’è reticenza, omertà, opacità a concentrarsi su questo, ovvero sulla incontrovertibile realtà: il problema sono gli uomini. Non tutti, certo, ma molti.
Una decina di anni fa il formatore e attivista contro la violenza maschile Jackson T. Katz rilasciò un Ted nel quale sosteneva che la violenza maschile sulle donne è un problema maschile, e che per fermarla c’è bisogno di uomini che intervengano nei gruppi di pari, dal bar alla palestra, dalle scuole alle famiglie, dai partiti ai centri sociali passando per le parrocchie e le caserme, che abbiano il coraggio di prendere parola su questo.
E non solo nelle aule universitarie o sui giornali, ma nella vita di ogni giorno, a partire dall’uso normalizzato della misoginia nel linguaggio, dalle ‘battute’ umilianti, dalle barzellette ambigue e volgari, sui social.

Ecco le sue parole: “Quando si tratta di uomini e di cultura maschile, l’obiettivo è quello di indurre gli uomini che non sono misogini a sfidare gli uomini che lo sono. E quando dico misogini e violenti non intendo solo gli uomini maltrattanti. Non sto dicendo che un uomo deve fermare l’amico quando sta abusando della sua ragazza al momento della violenza. Non banalizziamo, perché così non andiamo da nessuna parte. Si tratta di avere chiaro che è necessario che sempre più uomini interrompano il continuum di violenza diffusa sulle donne. Così, per esempio, se sei un ragazzo e sei in un gruppo di amici che giocano a poker, che chiacchierano, che stanno fuori insieme, senza nessuna donna presente, e uno dice qualcosa di sessista o degradante o molesto verso le donne, invece di ridere o di fingere di non aver sentito, abbiamo bisogno di uomini che dicano: “Ehi, non è divertente. Quello che hai detto potrebbe coinvolgere mia sorella, o un’altra donna che mi è cara. Non potresti scherzare su qualcos’altro? Non apprezzo questo tipo di discorsi”. L’analisi di Katz ci porta dritto al cuore del problema: il consenso, la minimizzazione della violenza maschile sulle donne passano attraverso il silenzio e l’omertà dei comportamenti quotidiani degli uomini, comportamenti apparentemente inoffensivi che però entrano sotto pelle e costituiscono l’ossatura della corazza patriarcale che ingabbia e stritola corpi e menti, fino a costruire negli uomini, sin da piccoli, la convinzione che le donne siano di loro proprietà, esseri minori da manipolare, sottomettere fino a ucciderle. Di questo discutiamo da decenni tra donne, nei convegni, negli incontri, nelle formazioni, in occasione di eventi dove però, se si tocca questo argomento, gli uomini sono sempre pochi, troppo pochi.

Sui social da tempo circola un cartello nel quale la frase Insegnate alle ragazze a proteggersi è cancellata e sotto di essa è scritto Educate i ragazzi.
Sì, il punto è questo: fino a che la violenza maschile sulle donne verrà letta, descritta, raccontata nello spazio pubblico, così come in privato, come un fatto che riguarda (solo) le donne non sarà possibile cambiare la realtà, i cui numeri parlano di una donna uccisa in ambito relazionale ogni tre giorni in Italia.
Porto un esempio recente di questa situazione nella mia esperienza di formazione nelle scuole. Nel copione del laboratorio teatrale Manutenzioni-uomini a nudo per le scuole superiori, realizzato in gran parte usando le risposte ad un questionario al quale hanno risposto oltre 5000 studenti, c’è la frase (scritta da un ragazzo) “mi vergogno di essere un uomo”, che avrebbe dovuto essere ripetuta da quattro di loro alla fine di una riflessione sulla violenza. Uno degli studenti più attivi e interessati allo spettacolo ha convinto il gruppo della classe coinvolta nel progetto che quella frase era da eliminare dal copione, perché ritenuta offensiva verso il loro sesso. Alla fine di un lungo confronto con i ragazzi, nel quale ho sostenuto che pronunciare quella frase era la manifestazione di una consapevolezza e di una assunzione di responsabilità empatica verso le donne, non di una accusa verso tutti gli uomini, uno di loro ha accettato di dirla, ma gli altri si sono rifiutati.

La fatica più grande, a scuola, quando si porta il discorso sulla violenza maschile sulle donne, è proprio l’aggettivo ‘maschile’: mentre è più facile trovare solidarietà su altre forme di violenza e ingiustizia, per esempio sulla questione migratoria, sulla violenza contro gli animali, l’ambiente, l’orientamento sessuale, sulla primaria questione delle relazioni tra donne e uomini il convincimento è che si stia esagerando, colpevolizzando l’intero sesso maschile. Le reazioni più gettonate sono: “Anche le donne sono violente”, “Perché generalizzate?” fino al surreale ma in voga: “Il femminismo criminalizza tutti gli uomini per prendere il potere”, molto caro ai movimenti Incel sparsi sul pianeta.
È così difficile aprire un duro conflitto nello spazio pubblico sul fatto che dobbiamo cambiare alle fondamenta il modo di educare i maschi, fin da piccoli, a considerarsi, come le femmine, portatori di gentilezza, premura, sensibilità, cura e non solo muscoli?
Sì, è molto difficile, ma senza questo lavoro di smantellamento dei pregiudizi, degli stereotipi, del sessismo inconscio e della misoginia che deve iniziare dai primi anni di vita dei bambini non faremo che continuare a piangere donne massacrate, persino incinta, uccise da uomini normali e perbene.

Foto Flickr | Emanuele



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