Dire genocidio: utilità e rischi di un termine complesso

L’orrore di Gaza ci costringe a confrontarci con un crimine difficile da provare. Il modo in cui si usa pubblicamente il termine ‘genocidio’ polarizza il dibattito e rischia di lasciare fuori qualcosa. Non esiste una gerarchia nei crimini contro l’umanità, ed è per questo che non è necessario utilizzare prematuramente questo termine per sottolineare l’indiscutibile brutalità e sproporzionalità della risposta dello stato di Israele agli attacchi del 7 ottobre da parte di Hamas.

Erika Sità

La parola genocidio definisce un abisso rimasto senza nome fino al 1944, quando il giurista ebreo polacco Raphael Lemkin introduce il termine per indicare “un piano coordinato volto alla distruzione delle fondamenta essenziali della vita dei gruppi nazionali, affinché tali gruppi avvizziscano e muoiano come piante colpite dalla ruggine”. Per i crimini commessi dalla Germania nazista, infatti, le parole esistenti non bastavano più: se ne aggiunge una nuova che, quattro anni dopo, entrerà ufficialmente nel lessico del diritto internazionale. Il 9 dicembre 1948 viene così approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, all’unanimità, la “Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio”, che entrerà in vigore nel 1951.
Questo documento è oggi al centro del discorso pubblico: il Sudafrica, a fine dicembre, ha accusato Israele di genocidio a Gaza, presentando il caso alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja (Cig), il più importante tribunale delle Nazioni Unite. Il 26 gennaio la Cig ha, parzialmente, accolto le richieste del Sudafrica. Pur non disponendo un immediato cessate il fuoco come voleva Pretoria, ha riconosciuto che un caso esiste – la richiesta di archiviazione di Israele è stata perciò respinta – e che “almeno alcuni atti sembrano in grado di rientrare nella Convenzione sul genocidio”. Per questo ha ordinato delle misure provvisorie che sono volte a proteggere la popolazione di Gaza, prevenendo qualsiasi atto che sia riconducibile a un progetto genocidario, e a impedire la distruzione di possibili prove. Tel Aviv dovrà riferire poi sull’impiego di queste misure entro un mese.
In realtà di genocidio si parlava anche prima delle accuse sudafricane a Israele: il termine era impiegato già durante le fasi iniziali della guerra, sia per riferirsi agli attacchi massicci sui civili palestinesi, sia per riferirsi agli attacchi di Hamas del 7 ottobre sui civili israeliani. In entrambi i casi si tratta di un uso problematico, che rischia di generare una certa confusione. La filosofia del diritto potrebbe essere un attrezzo utile per fare chiarezza sull’impiego di un concetto delicatissimo, specie se usato pubblicamente.

Definire, per cominciare
Per provare a riflettere sul crimine di genocidio, serve prima definirlo. La Convenzione del 1948 lo fa all’articolo 2:
«Per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale:
a) uccisione di membri del gruppo;
b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;
c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;
d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo;
e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro».
La definizione giuridica, come si vede, imbriglia moltissimo e riduce le sue stesse capacità di applicazione. Questo serve però a riflettere il carattere estremo del male che viene compiuto. Quando si usano parole precise, col fine di specificare le caratteristiche di un fenomeno, per forza di cose si restringe il campo ed è in effetti a questo che servono le definizioni. Il genocidio, come dimostrano i precedenti, è infatti un crimine particolarmente difficile da provare perché è richiesta non solo l’intenzione di distruggere ma di distruggere un gruppo come tale, cioè qualcosa che uno Stato si guarderebbe bene dal dire apertamente. Il problema dunque non è tanto provare che a Gaza stiano morendo decine di migliaia di civili – di cui il 70% sono donne e bambini – ma dimostrare che dietro tutto questo ci sia l’intenzione di distruggere il popolo palestinese come tale.
Le accuse del Sudafrica si basano essenzialmente su due tipologie di prove: la massiccia uccisione di civili nella Striscia e, più in generale, l’oppressione sistematica dei palestinesi in corso da anni, da un lato; il linguaggio usato da alcuni membri del governo e altri funzionari israeliani, dall’altro. Alcune dichiarazioni immediatamente successive agli attacchi di Hamas del 7 ottobre sono riconducibili infatti a un tentativo di deumanizzazione del nemico tipico delle strategie di legittimazione della violenza. Tra queste frasi, ce n’è una pronunciata dal ministro della Difesa Yoav Gallant, secondo cui Israele starebbe combattendo contro «animali umani»: la giudice Joan Donoghue, che presiede la Corte, ha dichiarato che il tribunale ne ha preso nota.
Ma questi elementi sono sufficienti a dimostrare quel tipo di intenzionalità richiesto dalla Convenzione? Sicuramente è presto per dirlo.
C’è un’ulteriore difficoltà quando si parla di genocidio in Medio Oriente: la guerra a Gaza è ancora in corso in tutta la sua brutalità. Ci vorrà quindi del tempo – forse anni – prima che la Cig, sulla base di ricostruzioni indipendenti (che per il momento non ci saranno), sia in grado di pronunciarsi sulle accuse a Israele. Ma allora sarebbe corretto usare la parola genocidio solo dopo un verdetto della Corte internazionale? Nel parlare comune si può anche usare il termine per enfatizzare alcune caratteristiche di un crimine che comunque si sta compiendo, ma è un’operazione rischiosa. Il pericolo è quello di annacquare un concetto cruciale e, nell’esprimere pubblicamente opinioni sul tema, forse andrebbe tenuto in conto.
Insomma, tirando le somme di queste prime considerazioni – che, come il resto di questo articolo, non hanno di certo la pretesa di essere esaustive sull’argomento – parlare di genocidio oggi è quantomeno complesso. Ma c’è di più: rischia di polarizzare il dibattito e di generare effetti controproducenti.

Pensare ai rischi
Dire genocidio, per la maggior parte delle persone, è dire la cosa peggiore che possa accadere. Questa convinzione, anche se chiaramente animata dalle migliori intenzioni, è problematica per due motivi connessi tra loro. Per prima cosa, istituisce una gerarchia che formalmente non esiste per la giurisprudenza internazionale. I crimini internazionali (genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra) non sono infatti ordinati gerarchicamente per gravità. Atti come lo sterminio, la deportazione o la tortura non sono perciò meno gravi del genocidio. E quindi sarebbe corretto non sottovalutarli e non usarli come scappatoia per ridurre le responsabilità di Israele.
Si arriva così al secondo motivo di problematicità legato al dibattito di questi mesi: nominare quello che per tutti è il peggiore dei crimini, senza poterlo però dimostrare, potrebbe spostare l’attenzione dal male che si sta consumando. Questo non vuol dire che in assoluto non si dovrebbe procedere in quella direzione, ma che si potrebbe evitare di consegnare il proprio giudizio o la condanna di quanto sta avvenendo solo alla parola ‘genocidio’: anche se poi non lo fosse, il male compiuto rimane.
Sotto quell’asticella portata così in alto infatti, tutto rischia di confondersi e, nei casi peggiori, di scadere nella logica degli effetti collaterali. Le discussioni degli ultimi tempi lo dimostrano e, almeno in Italia, sono riassumibili in questo modo: quanto sta accadendo a Gaza o è un genocidio – ma per il momento dimostrarlo non è possibile – o è l’autodifesa di uno Stato che ha subìto il peggior attacco della sua storia e sta rispondendo in un modo che ha come effetti collaterali decine di migliaia di vite. Questa logica del tutto o niente, però, è fallace. Quando c’è da confrontarsi con traumi collettivi come quello che si sta producendo dal 7 ottobre in poi, ridurre le vittime a effetti collaterali e la violenza estrema a necessità è un modo per confondere le acque: chi sostiene che Israele si stia solo difendendo fa esattamente questo. L’autodifesa è un’emergenza che si dovrebbe legare a un tempo, a uno spazio e soprattutto a un criterio di proporzionalità: se si programma la continuità di operazioni così distruttive, l’idea stessa di emergenza salta. Il fatto che all’opposto si parli quasi esclusivamente di genocidio, che per sua stessa natura è un crimine difficilissimo da provare, però, complica le cose.
A differenziare le due posizioni ci sono le intenzioni: parlare di autodifesa oggi vuol dire essere in malafede, parlare di genocidio forse non è del tutto (o ancora) corretto, ma ha alla base l’intento di denunciare un male estremo, che comunque si sta consumando.
C’è infine un ultimo aspetto da considerare: il ricorso del Sudafrica ha avuto il merito di fare arrivare la questione nella sede opportuna. Se durante le prime settimane di guerra si parlava di genocidio in modo generico per riferirsi a un numero molto alto di vittime, e questo succedeva anche nei discorsi di alcuni leader politici dei paesi islamici, adesso si discute di un crimine preciso, il cui rischio è, per di più, considerato plausibile da un’ordinanza provvisoria della Corte internazionale di giustizia. L’aver portato il caso davanti al tribunale dell’Aja, che non l’ha respinto e ha adottato quasi all’unanimità misure cautelari per prevenire atti genocidari, ha un’implicazione importante: la condotta di Israele nella Striscia di Gaza è, più di prima, sotto i riflettori del mondo e gli alleati occidentali, che sono firmatari della Convenzione, potrebbero fare pressioni per non ritrovarsi implicati in un’accusa gravissima.



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