Diritti umani, doveri sociali

È solo il dovere di contemperare le esigenze di tutti che può limitare l’ab-solutus godimento dei diritti del singolo. Laddove non esistono doveri per tutti, il più forte, il più attrezzato, il più cinico vince.

Teresa Simeone

Viviamo ormai calati in modo inarrestabile nella società dei diritti, diritti a cui sembra non debbano più corrispondere doveri che possano limitarli. Eppure, la legge fondativa della nostra Repubblica, all’articolo 2, afferma il valore della solidarietà come base della convivenza sociale: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.”

È un articolo importante, non a caso il secondo della Costituzione, esaustivo nella sua essenzialità, in cui ai diritti “inviolabili” dell’uomo, non del cittadino, per indicare che essi sono preesistenti a qualsiasi formazione statale che si limita a riconoscerli non ad attribuirli e che dunque riguardano tutti gli esseri umani, compresi stranieri e apolidi, sono fatti corrispondere i “doveri inderogabili” di solidarietà, senza i quali non sarebbe possibile alcuna forma di convivenza civile.

Tali doveri riguardano la partecipazione alla vita pubblica (solidarietà politica), la possibilità di fare in modo che lo Stato possa provvedere ai bisogni essenziali dei cittadini attraverso, ad esempio, il pagamento delle tasse (solidarietà economica), il prendere in carico le persone in difficoltà (solidarietà sociale).

Non sono elementi ininfluenti: sono quelli che definiscono il nostro vivere insieme agli altri. D’altronde, a meno che non si scelga la condizione di anacoreta, che non è nemmeno la solitudine di fare quello che si vuole considerando che implica il privarsi di ogni piacere mondano, il distacco da ogni bene, anche quello supremo della compagnia umana, non si può contestare che ogni forma di vita in società implichi delle responsabilità, come il limitare i propri specifici interessi nella considerazione che si è calati in una comunità in cui è imprescindibile l’aiuto reciproco.

Anche la condizione che abbiamo vissuto durante il lockdown del 2020 ci ha fatto comprendere come oggetti di lusso, vestiti alla moda, beni materiali possano essere secondari, mentre irrinunciabili sono le relazioni e lo stringersi intorno a valori comuni. Per quanto criticate per la loro ingenuità siano state affermazioni come “Andrà tutto bene”, “Torneremo ad abbracciarci”, “Ne usciremo”, ci hanno, comunque, in una certa fase dell’emergenza, quando la paura, il senso di precarietà e l’angoscia di perdere i nostri cari prevalevano sulle polarizzazioni feroci, aiutato a superare momenti drammatici. Sia coloro che considerino il vivere insieme come frutto di naturale socievolezza (il politikòn zôon di Aristotele), di reciproca benevolenza (Stoici e Seneca) come coloro che lo riconducano a esigenze di sopravvivenza (Epicuro e Lucrezio) o a necessità di sicurezza (Hobbes), non possono non riconoscere il valore comunitario di una scelta che, per continuare ad avere un senso, ha bisogno di superare egoismi e comportamenti lesivi della compattezza del gruppo. Ovviamente ciò non solo non esclude ma richiede, come condizione imprescindibile della sua longevità democratica, rispetto per le minoranze, apertura al dissenso e alimentazione di quello spirito d’innovazione e cambiamento che solo un pensiero divergente può apportare e che dà linfa al dibattito, rende aperte società che altrimenti, come ammoniscono Bergson e Popper, resterebbero chiuse nella staticità morale e intellettuale e condannate all’immobilismo, al culto della tradizione e alla ripetizione meccanica di se stesse.

Eppure, nonostante la banalità di tali riflessioni, nella pratica molti rimangono convinti che lo Stato debba garantire solo il rispetto dei diritti dimenticando, come scriveva uno dei più appassionati assertori dell’istanza repubblicana, Mazzini, che a ognuno di essi corrisponde un dovere: “Quand’io dico, che la conoscenza dei loro diritti non basta agli uomini per operare un miglioramento importante e durevole, non chiedo che rinunziate a questi diritti; dico soltanto che non sono se non una conseguenza di doveri adempiti, e che bisogna cominciare da questi per giungere a quelli.[1] Come ribadiva anche Paine ne I diritti dell’uomo, non c’è Dichiarazione dei diritti che non sia Dichiarazione dei doveri. Il mio diritto come essere umano è anche il diritto di un altro che non posso limitarmi a possedere ma devo anche garantire.

Basterebbe superare il recinto del proprio Io e calarsi in chi ci è prossimo per ricordare come nel rivendicare le mie prerogative non possa prescindere da quelle dell’altro. Si ha, a volte, invece la percezione di vivere un’esaltazione feticistica dei diritti, che chiediamo con pervicace arroganza allo Stato di difendere, in modo unilaterale, senza contrappeso, evitando di considerare che se esiste una norma è proprio per rendere oggettivo l’esercizio della cittadinanza a tutti.

C’è un narcisismo del diritto quando, forse, ci vorrebbe un prometeismo del dovere. Pronti a scendere in piazza, com’è giusto che sia, per presentare le nostre istanze, ci chiudiamo quando ci viene chiesto di limitare le nostre richieste in nome di un bene collettivo. Viviamo con estremismo la rivendicazione di ciò che crediamo nostro: ho il diritto di essere felice e dunque di fare tutto quello che voglio per esserlo. Che questo confligga con l’eguale diritto di un altro lo vivo come una limitazione insopportabile alla mia sfera di libertà personale. Ma cos’è il dovere se non la considerazione che c’è qualcuno cui devo il rispetto che chiedo per me? Una società solidale è un bene per tutti. E se il cittadino non è disposto a dare il proprio contributo come può pretendere di averne? Partecipare alla vita pubblica, pagare le tasse, avere attenzione per le fasce deboli non solo non è buonismo ma è l’essenza del vivere civile. L’alternativa è ritornare allo stato ferino presociale (in cui non c’è un’organizzazione che moderi gli egoismi di tutti) o dittatoriale (in cui ci sia un ente tanto forte da annullare insieme agli egoismi anche le libertà individuali).

Una società fondata unicamente sul diritto finisce per configurarsi come una società di tanti solipsisti in cui ciascuno pensa unicamente a ciò che è meglio per se stesso: ho diritto a essere bella e allora via con la chirurgia plastica che elimina ogni mio difetto; ho diritto di essere giovane e allora ecco ogni sorta di intervento che possa fermare il tempo; ho diritto di essere benestante ed ecco la corsa al profitto; ho il diritto di pensare solo alla mia tranquillità ed ecco le proteste contro il vaccino; ho diritto di dire ogni sciocchezza che mi passa per la mente ed ecco le intemperanze sui social fino a ricorrere alle offese.

Non ci sarebbe nessuna obiezione se tutto questo non rendesse più cinica, arida e respingente la società in cui viviamo. E non avesse come contraltare la non giustificazione della condizione di chi ha minori possibilità di scelta: la colpa del non essere o del non avere è, così, dell’altro. Se l’altro non è bello, è colpa sua, essendoci i mezzi per diventarlo; se l’altro è invecchiato è perché si trascura ed è pigro, invece di andare in palestra; se l’altro è povero è perché non è abbastanza in gamba per trovare le strade giuste per fare quattrini; se l’altro si vaccina è perché è servo del sistema, dal momento che non c’è obbligo formale. Nessuno finisce per includere l’altro nel proprio mondo fatto anche di doveri e l’etica diventa un fardello inutile per moralisti bacchettoni, per idealisti ingenui e pedanti, per “comunisti sanitari”. Ciò che conta è arrivare, è essere vincenti, è essere ammirati. L’estetica prevale sull’etica, anzi la sostituisce invece di essere complementare alla vita.

Il diritto si spoglia, si libera, come fosse una zavorra insopportabile, della responsabilità che necessariamente contiene in sé per affermare il “se stesso puro”, dimenticando l’obbligo morale che in quanto anche dovere implica. Il diritto non ci preserva, non può preservarci dall’arbitrio e dall’ingiustizia se non è accompagnato dal dovere: se la ricerca del benessere è un diritto di tutti, indipendente dagli altri, come evitare i conflitti se tali diritti entreranno in contrasto tra di loro e non c’è chi stabilisce cos’è giusto per ciascuno? Chi deciderà tra il diritto dell’operaio e il diritto dell’imprenditore? È solo il dovere di contemperare le esigenze di tutti che può limitare l’ab-solutus godimento dei diritti del singolo.

Laddove non esistono doveri per tutti, il più forte, il più attrezzato, il più cinico vince. L’Io voglio soffoca l’Io devo e la società diventa l’arena in cui combattere per imporre la propria volontà di vivere, non importa se, nel confliggere con le diverse soggettività, le prevarichi.

Così rappresentata, la collettività non è più il luogo in cui ci sentiamo protetti, tutelati e garantiti dalla presenza degli altri, una pluralità di intelligenze e sensibilità tutte egualmente importanti che devono trovare il modo migliore di convivere e di stare bene, ma la somma di tanti Io particolari, il cui unico interesse è la massima soddisfazione possibile per sé nella sublimazione dell’egoismo e nell’annichilimento di ogni spirito solidale.

[1] Giuseppe Mazzini, I doveri dell’uomo, 1860, edizione scaricabile al seguente link: https://www.liberliber.it/mediateca/libri/m/mazzini/doveri_dell_uomo/pdf/doveri_p.pdf pag. 10



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