Navi quarantena e CPR: come lo Stato viola i diritti umani dei migranti

Dagli hotspot ai Centri di Permanenza per il Rimpatrio passando per le navi quarantena: un modello che passa attraverso la reclusione e la violazione dei diritti umani con il solo scopo di rimpatriare. Come nel caso di Abdel Latif, tunisino di 26 anni morto all’ospedale San Camillo di Roma.

Valerio Nicolosi

Isolare le persone e rendere le procedure di rimpatrio più veloci possibile, una sorta di gioco delle tre carte dove un avvocato cerca il suo assistito ma sceglie quasi sempre la carta sbagliata, perché lo Stato nasconde bene quella giusta.

I CPR, Centri di Permanenza per il Rimpatrio, sono una parte fondamentale del sistema di rimpatrio veloce di cui abbiamo parlato in un altro pezzo della nostra inchiesta sulle Navi Quarantena e l’accoglienza.

I dati del Viminale aggiornati al 30 novembre 2021 parlano di 4.486 persone transitate nei CPR italiani nel 2021, delle quali 2.231 già rimpatriate e altre in attesa, anche se molte non saranno mai rimpatriate. “L’Italia non ha accordi con molti paesi d’origine delle persone che sono nei CPR, tanto che sono transitati 40 ghanesi e solo 1 è stato rimpatriato. Questo è solo un esempio che però ci interroga sulla detenzione di persone che non potranno essere rimpatriate ma che passano mesi della loro vita private delle libertà personali” dichiara Mauro Palma, Presidente del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, in un’intervista che ci ha rilasciato per la nostra inchiesta. “Quello che avviene a bordo delle navi quarantena e al momento dello sbarco determina tutto quello che viene dopo”, racconta Palma, che aggiunge: “un solo operatore legale non basta a bordo per ricostruire la storia della persona che vuole chiedere protezione umanitaria e non ci sono i tempi per ascoltare tutti quelli a bordo”.

Questo è uno dei passaggi cruciali del sistema di rimpatrio veloce italiano, in particolare con i cittadini tunisini, perché una volta scesi in porto fanno firmare un foglio nel quale rinunciano alla richiesta di protezione internazionale, diventando così persone da rimpatriare nel giro di pochi giorni.

“Un mio assistito tunisino era a bordo della nave quarantena, ho scritto alle questure competenti, dove probabilmente sarebbe sbarcato, per comunicare la sua volontà di richiedere asilo politico. Non ho mai ricevuto risposta e dopo 24 ore dallo sbarco immaginavo quale fosse stato l’epilogo: era in un CPR e per alcuni giorni non mi hanno dato notizie” ci racconta Nicola Datena, avvocato che segue molti casi di persone rinchiuse nei CPR.

Anche nel caso di questo ragazzo tunisino, al momento dello sbarco è stato fatto firmare un foglio nel quale la persona dichiara di non voler richiedere la protezione internazionale, nonostante le questure fossero già informate che la sua volontà fosse di richiederla.

Con questo sistema nei CPR il 55% delle persone che transitano sono tunisini, come nel caso di Abdel Latif, un ragazzo di 26 anni morto pochi giorni fa all’ospedale San Camillo. La procura sta indagando sul caso ma per il momento sappiamo che è arrivato il 12 ottobre scorso al CPR di Ponte Galeria a Roma, dopo essere sbarcato ad Augusta da una nave quarantena e prima ancora era transitato per Lampedusa. Gli psicologi del CPR avevano chiesto una visita specialistica alla ASL e gli era stata assegnata una terapia, che però non aveva ottenuto effetti, tanto che il 23 novembre era stato portato all’ospedale Grassi di Ostia per essere ricoverato. Il 25 novembre è stato trasferito al San Camillo di Roma e 3 giorni dopo è morto.

Un paziente psichiatrico è passato quindi per un hotspot e una nave quarantena prima che venisse diagnosticato un problema psichiatrico e successivamente è stato trattenuto in un CPR per 40 giorni. In totale e a vario titolo ha passato 2 mesi in custodia dello stato e alla fine è morto senza che quest’ultimo lo abbia curato.

“Sono posti che ti fanno diventare pazzo, non ci sono arredi e i letti sono inchiodati a terra con dei bulloni. Di fatto sei buttato là dentro senza poter fare nulla, ti tolgono anche il cellulare e per fare una chiamata dal telefono del centro devi chiedere dei permessi con tempi d’attesa molto lunghi” ci racconta un ex detenuto di un CPR che dopo il ricorso è fuori e sotto protezione speciale. Gli atti di autolesionismo sono molto frequenti e i morti durante la detenzione negli ultimi 2 anni sono 6.
Tutto questo senza aver commesso reati ma solo in funzione di un rimpatrio che spesso non arriverà mai.

“Nel Centro c’è da diventare pazzo, la violenza dello stato è inaudita. Molti non dicono nulla perché restano pochi giorni e vanno via, ma chi resta di più deve prendere gli psicofarmaci altrimenti non resiste” racconta l’ex detenuto del CPR.

Preparano gli ordini di espulsione quando i migranti sono ancora a bordo, così quando viene presentata una domanda di protezione internazionale viene definita “pretestuosa ai fini di fermare il rimpatrio” e in attesa della decisione sulla stessa si procede o portandoli nei CPR oppure, quando i posti sono terminati, dando un foglio di via. Con la seconda opzione è più facile per le persone continuare il viaggio verso la Francia, destinazione preferita da quasi tutti i tunisini, e proprio il foglio di via è stato uno dei motivi della rivolta nell’hotspot di Lampedusa dell’agosto 2020, quando un’ottantina di tunisini rinchiusi da tempo nel centro iniziarono una protesta per chiedere che non fossero spostati nelle navi quarantena, visto che il periodo obbligatorio di quarantena era già stato svolto nell’hotspot, e che gli dessero il foglio di via, unico modo per loro per proseguire il viaggio oltralpe.

I CPR sono quindi uno strumento fondamentale nel meccanismo di rimpatrio veloce e forzato anche se i tempi medi di permanenza variano da centro a centro, con quello di Macomer in provincia di Nuoro e Palazzo San Gervasio in provincia di Potenza, che hanno una media più alta: rispettivamente di 73 e 58 giorni, con picchi di permanenze che arrivano anche all’anno. “In teoria non sei privato della libertà personale perché è una detenzione amministrativa” racconta l’avvocato Datena “ma ti tolgono il telefono con tutti i tuoi contatti e ti isolano dal mondo. Per riaverlo, come per avere qualsiasi altro permesso o documento, ogni volta c’è uno scaricabarile tra la direzione del CPR, le forze dell’ordine che lo presidiano e l’ufficio immigrazione che si rimpallano le responsabilità e intanto passano giorni, settimane e mesi e le persone sono ancora lì”.

Nonostante l’Italia abbia un accordo di rimpatrio veloce con la Tunisia, molti di loro passano mesi nei centri perché una volta presentata l’istanza contro il rimpatrio la persona attende tutto l’iter all’interno del CPR.

Questi centri sono spesso in luoghi lontani dalle città e questo ha la stessa funzione delle navi quarantena: allontanare il problema dai cittadini e farlo diventare invisibile. “Questo modello non costruisce empatia tra la popolazione e chi è arrivato in Italia in cerca di una vita diversa, le navi in rada sono qualcosa di lontano e quindi non sono un problema per la maggioranza della popolazione. Esattamente come le carceri isolate” commenta Mauro Palma, al quale chiediamo se c’è il rischio che quello delle navi diventi un modello anche per il post-pandemia. “Il rischio c’è perché il modello è quello dell’esternalizzazione delle difficoltà, come se non le volessimo vedere”.

Immigrazione, il fallimento delle “navi quarantena”



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