Disastro afghano: altro che missione compiuta

Biden ha dichiarato che non si era in Afghanistan a “esportare democrazia” ma a combattere il terrorismo. Peccato che il terrorismo non lo si combatte solo sul piano militare e se vent’anni dopo i talebani sono più forti di prima vuol dire che la missione è tutt’altro che compiuta.

Cinzia Sciuto

Fra le cose dette ieri sera da Biden, nel discorso tenuto per difendere la sua scelta di ritirare le truppe dall’Afghanistan (una scelta da più parti criticata soprattutto per le modalità con cui si sta realizzando e le conseguenze che sta avendo), ce n’è una particolarmente significativa: “Non eravamo in Afghanistan per costruire una nazione”, ha dichiarato il presidente Usa, “ma per combattere il terrorismo. La nostra missione è compiuta, non potevamo rimanere oltre”.
Parole, quelle di Biden, che fanno piazza pulita di tutti coloro che pensavano che si fosse lì a “esportare la democrazia”, abbaglio che ha colpito sia coloro che, talvolta persino in buona fede, pensavano così di giustificare la guerra sia coloro che fin dall’inizio hanno preso sul serio queste ipocrite giustificazioni e si sono opposti alla guerra sostenendo (giustamente) che la democrazia non si esporta con le armi. Con il discorso di ieri Biden ha candidamente ammesso che in questi vent’anni “esportare la democrazia” – ammesso e non concesso che fosse possibile – non è mai stato fra gli obiettivi della missione americana.
Stiamo allora a quello che il presidente dice essere stato il vero obiettivo della missione, quello di combattere il terrorismo che aveva attaccato le Torri gemelle. Biden ha detto che, con l’uccisione di Osama Bin Laden, la missione era compiuta. Tralasciando il piccolo particolare che Bin Laden è stato ucciso il 2 maggio del 2011, dieci anni fa, il problema con il terrorismo è che, che piaccia o no, non lo si combatte solo sul piano militare. Non basta uccidere qualche esponente delle organizzazioni terroristiche, fossero anche i capi, per annichilirlo ma è indispensabile prosciugare l’humus politico, ideologico, culturale e, nel caso del terrorismo islamico, anche religioso del quale si nutre. Perché il terrorismo è come quei mostri a cui tagli la testa ma che continua a vivere producendo continuamente nuove teste. Tanto è vero che in questi vent’anni di “missione compiuta” gli attentati di matrice islamica non sono affatto diminuiti, anzi.
Un po’ come per la lotta alla mafia, che diventa completamente inutile se al lavoro indispensabile di polizia e magistratura non si affianca un profondo lavoro culturale e sociale, combattere solo militarmente il terrorismo è, come minimo, un approccio ingenuo. Alcuni dei talebani che oggi quasi senza colpo ferire e in pochissimi giorni hanno riconquistato tutto l’Afghanistan erano bambini quando questa “guerra al terrorismo” è iniziata. E se vent’anni dopo li ritroviamo sui pickup a sventolare la bandiera bianca dei talebani è perché evidentemente nulla, assolutamente nulla, è stato fatto per impedirlo.
La democrazia non si può esportare, men che meno con le armi, certo. Quel che si può e si deve fare è lavorare politicamente, diplomaticamente, economicamente, culturalmente per sostenere tutti i movimenti che in ogni angolo del pianeta, Afghanistan incluso, lottano ogni giorno contro i fondamentalismi religiosi e gli autoritarismi politici. A partire dai movimenti delle donne, delle persone Lgbt, degli atei, che sono sempre le prime vittime dei regimi teocratici.
La missione dunque è tutt’altro che compiuta. Si può dire anzi che è completamente fallita e oggi non solo l’Afghanistan ma il mondo intero è meno sicuro.

 

(credit foto Xinhua/Liu Jie)



MicroMega non è più in edicola: la puoi acquistare nelle librerie e su SHOP.MICROMEGA.NET, anche in versione digitale, con la possibilità di scegliere tra vantaggiosi pacchetti di abbonamento.

Altri articoli di Cinzia Sciuto

In California una bambina di soli tre anni è morta soffocata durante un rito per “scacciare il maligno” in una chiesa pentecostale.

Una nuova associazione intende difendere i diritti di coloro che non si riconoscono in nessuna organizzazione religiosa.

Alessia De Luca, analista dell’Ispi, spiega le ragioni che hanno condotto i due Paesi scandinavi a rompere una lunga tradizione di neutralità.

Altri articoli di Mondo

In un paese diseguale e violento, la vittoria di Gustavo Petro e Francia Márquez rappresenta un primo segnale di cambiamento.

La guerra in Yemen. La paura di morire sotto i colpi di artiglieria. La decisione di un giovane e di suo fratello: andare via dal Paese. In qualsiasi modo.

Le analisi e le opinioni sulla crisi pubblicate su MicroMega. In taluni casi molto distanti dalla posizione del direttore Paolo Flores d'Arcais.