Chi ha scritto il discorso di Mario Draghi al Senato?

Breve analisi delle strategie comunicative del discorso politico contemporaneo.

Flavio De Bernardinis

La cronaca della giornata del 20 luglio 2022, cronaca politica, ha posto in evidenza una questione che può apparire secondaria, visti gli esiti della giornata stessa, ma in realtà non lo è. La questione riguarda le strategie di comunicazione adottate da alcuni dei soggetti protagonisti.

Innanzitutto, Mario Draghi, e il suo discorso nell’aula del Senato della Repubblica. Quindi il Tg1, che alle 13.30 ne dà notizia. Infine, la leader della forza politica di opposizione, che alla fine del discorso di Draghi fa uscire un tweet molto preciso. Comunicazione orale in presenza, televisione, social. Ma non è questo ancora il punto.

Il punto è che la frattura consumatasi tra il premier Draghi e parte delle forze politiche fino a quel momento partecipi dell’esperienza di governo ha messo in evidenza una modalità del discorso politico contemporaneo, e non solo, che non costituisce specifica novità ma ha comunque influito, e pesantemente, sugli esiti dell’intera vicenda.

Ci riferiamo al populismo, quale asse paradigmatico del discorso: il riferimento costante e ripetuto alla volontà degli italiani, di cui l’uomo di potere altro non sarebbe che una sorta di mero esecutore, se non una eco.

La formula può essere: non sono io che voglio, sono gli italiani a volere.

Roberto Gressi, sul Corriere della sera, ripercorrendo l’ordine degli strappi a cui la maggioranza di governo è stata sottoposta, conclude la sua sintesi menzionando proprio la matrice populistica dell’intervento di Draghi in Senato:

“La furia è esplosa in realtà quando hanno sentito citare gli italiani. Gli oltre duemila sindaci. Medici e infermieri, gli angeli della pandemia. La scuola, l’università, la ricerca. Il mondo della produzione. L’elenco dell’Italia che chiedeva di affrontare uniti gli ultimi scogli è stato il vero scivolone del premier dimissionario, perché il richiamo a stare insieme questo Paese, o almeno chi lo rappresenta, non lo ha mai digerito”.

Senza entrare nel merito delle considerazioni di Gressi, la domanda è una e una sola: chi ha scritto il discorso di Draghi al Senato?

O meglio: la strategia della comunicazione messa in atto nel discorso di Draghi è stata sufficientemente ponderata? Si sono valutati gli effetti non solo emotivi, ma più propriamente politici, di tale strategia? Si è creduto fosse davvero indispensabile un simile impatto emotivo per scongiurare derive e fughe rispetto alla responsabilità di un rinnovato, più che nuovo, patto di governo?

Noi sosteniamo che la scelta di tale strategia non solo è parsa inadeguata, ma persino controproducente.

Riepiloghiamo i passaggi in questione di mercoledì 20 luglio 2022.

Ore 09.30. Il presidente del consiglio si presenta in Senato e chiede al parlamento di arrivare a fine legislatura. Pronuncia il suo discorso.

Ore 13.30 – Il TG1, ossia il portavoce della linea governativa, dopo il redazionale che informa sulla richiesta di Draghi di un nuovo patto di fiducia ai partiti, presenta ai telespettatori un montaggio di parti estrapolate dall’intervento in aula del premier. Il Tg1 taglia il discorso privilegiando le seguenti frasi:

“Siete disposti partiti e parlamento a un nuovo patto che non sia una fiducia solo di facciata? A chiederlo sono soprattutto gli italiani. La mobilitazione di questi giorni da parte di cittadini, associazioni, territori a favore della prosecuzione del governo è senza precedenti e impossibile da ignorare”.

Interviene la voce fuori campo dell’inviato al Senato del tg1 che insiste sull’appello dei sindaci e del personale sanitario eroe della pandemia. Poi riappare Draghi:

“Sono qui, in quest’aula, a questo punto della discussione solo perché gli italiani lo hanno chiesto. La risposta non la dovete dare a me ma la dovete dare a tutti gli italiani. Mai come in questi momenti sono stato orgoglioso di essere italiano”.

Questo il montaggio che il Tg1 delle 13.30 fa delle dichiarazioni del Presidente del consiglio. È fuor di dubbio che si è inteso rappresentare l’intervento del premier attraverso una chiave di lettura dominante, quella di matrice populistica, incentrata sul richiamo alla volontà del popolo italiano.

A questo punto, Giorgia Meloni non perde tempo. A pochi minuti dalla conclusione dell’intervento di Draghi al Senato, precisamente alle 11,32, la leader di Fratelli d’Italia twitta:

“Draghi ha chiesto pieni poteri, le autocrazie rivendicano di rappresentare il popolo senza farlo votare. Draghi arriva in Parlamento e di fatto chiede pieni poteri, sostenendo che glielo hanno chiesto gli italiani. Ma in una democrazia la volontà popolare si esprime solo con il voto, non sulle piattaforme grilline o con gli appelli del PD. FDI non intende assecondare questa pericolosa deriva”.

Ore 17 circa. Draghi torna in aula e deve giustificarsi: “Nessuno ha mai chiesto pieni poteri”.

Questa, la cronaca.

Il punto della questione è che, se pur in altri passaggi del proprio intervento Mario Draghi ha sottolineato la centralità del parlamento, la comunicazione, nel nostro esempio il Tg1, ha enfatizzato la dimensione populistica del discorso.

Nessuno intende insinuare che con altre parole gli eventi sarebbero andati diversamente.

Però, i tecnici della comunicazione al servizio dell’autorità di governo avrebbero potuto individuare i rischi, anche di strumentalizzazione, di alcuni passaggi del discorso, che lo stesso Draghi, ascoltandone la voce, non ha evitato di sottolineare con ciò che si chiama la paralinguistica, ovvero i toni, i timbri, l’intensità della voce. Il succo del discorso, sul fronte della comunicazione e/o informazione, appare di marca iper-populista. Il Parlamento non rappresenta ormai più nessuno, mente il governo soltanto rappresenta la nazione.

Non è tanto la tenuta della maggioranza di governo ad essere chiamata in causa, ma l’immagine stessa dell’opposizione. Giorgia Meloni non deve aver creduto alle proprie orecchie. Attraverso il tweet in cui chiama in causa il nodo “Autocrazia Vs Democrazia”, Meloni diventa di colpo la figura leader di una destra conservatrice, moderata, moderna, per niente sovranista, e a vocazione schiettamente parlamentare.

Anche noi infine coltiviamo le nostre congetture. La manovra di Lega e Forza Italia per andare al voto era certa già in atto, almeno secondo alcune dichiarazioni della ministra Gelmini, ma siamo davvero certi che non sia stato il tweet di Giorgia Meloni a dare l’ultima decisiva spinta alla crisi? Se Lega e Forza Italia avessero trascorsi altri otto mesi in un governo quanto mai del Presidente, mai come adesso a traino e spinta Mario Draghi, Fratelli d’Italia sarebbe diventato di gran lunga il primo partito delle forze politiche di centrodestra. Mentre FI e Lega si sarebbero cucinati al governo, FDI avrebbe proceduto a tessere una campagna elettorale fondata sulla difesa e rispetto delle democrazie parlamentari occidentali. Come farà anche adesso, ma con Salvini e Berlusconi ai fianchi.

Ciò che in ogni modo a noi preme sottolineare è la pervasività indiscussa e indiscutibile del linguaggio a matrice populistica. Al punto da essere diventato ormai puro e semplice linguaggio comune, persino sgravato di ogni connotazione o senso impliciti.

In cauda venenum, l’interrogativo resta: chi ha scritto il discorso di Draghi al Senato la mattina del 20 luglio 2022?

 

 



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