Il discorso di Putin e quella “dimenticanza” sugli orrori della guerra

In occasione dell’annuale parata del 9 maggio, davanti a undicimila soldati schierati sulla Piazza Rossa, non un cenno da parte del presidente russo sulle pagine dolorose e orribili della guerra.

Giovanni Savino

Davanti agli undicimila soldati schierati per l’annuale parata del 9 maggio, Vladimir Putin nuovamente è tornato a dare la propria interpretazione della storia russa e sovietica. Mai come quest’anno l’attenzione verso le truppe, i carri armati e gli automezzi militari passati in rassegna sulla Piazza Rossa è stata così alta, a causa della guerra in Ucraina. Ed è proprio l’aggressione militare a Kiev a essere la ragione attraverso cui riformulare il passato, rendendo la vittoria del 1945 un’antesignana della battaglia condotta oggi dalla Federazione Russa, in un rapporto schizofrenico con l’eredità sovietica, ora volutamente demolita e ridicolizzata, ora selezionata e innestata sull’impianto ideologico-culturale del putinismo.

Nel discorso di Putin vi è ben poco delle sofferenze patite dai popoli sovietici durante la Grande guerra patriottica, non vi è spazio per gli orribili massacri ai danni dei civili ebrei, bielorussi, russi, ucraini e di altre nazionalità da parte delle forze di occupazione dell’Asse, né vi sono accenni a tragedie come l’assedio di Leningrado, i milioni di vittime (civili e militari) passate attraverso i campi nazisti. Putin non ricorda le pagine dolorose e orribili della guerra, a differenza anche della memoria che si aveva in Unione Sovietica del 1941-45, ma ha trasformato gli anniversari del 9 maggio in una operazione di autolegittimazione all’insegna della grandezza militare e di una potenza militare russa considerata come eterna e persistente nella storia.

La schiera di eroi accostati ai miliziani del Donbass e ai militari russi risente di questa rilettura militarista (e risuona beffardo l’accenno del presidente alla sconfitta del militarismo da parte delle forze alleate): il generale zarista Aleksej Brusilov assieme al comandante sovietico Nikolaj Vatutin; Vladimiro il Grande e Ljudmila Pavlyčenko, il principe Georgij Potëmkin e le schiere di Minin e Požarskij, Suvorov e Svjatoslav, sono, per Putin, i campioni della causa russa che guidano le truppe russe durante la cosiddetta “operazione speciale”. In un certo senso, si tratta di una caricatura postmoderna e tragica del discorso di Stalin il 7 novembre 1941 per l’anniversario della rivoluzione d’Ottobre, quando i soldati in parata raggiunsero il fronte a poche decine di chilometri da Mosca per difendere la capitale. In quell’occasione Stalin fece appello al patriottismo russo, citando alcune delle figure menzionate da Putin nel discorso di oggi, per chiamare alla resistenza contro l’invasione nazista.

In questa narrazione la minaccia viene da Ovest, e vi è anche un legame costruito tra la battaglia di Borodino, ricordata di sfuggita nel discorso, la Seconda guerra mondiale e quanto avviene oggi nella martoriata Ucraina, quando Putin denuncia la politica dell’Occidente. Il rifiuto da parte degli Stati Uniti e dell’Alleanza Atlantica delle proposte del Cremlino, per il presidente russo, sono dovute alla fine a una profonda differenza etica, al tener fede, da parte russa, ai valori “millenari” espressi nella religione e nelle tradizioni, un leit-motiv presente sia nei discorsi di Putin che nei sermoni del patriarca Kirill. Uno scontro di civiltà degno di Samuel Huntington, in cui la Russia immaginata da Putin assomiglia più che a un cavaliere della fede cristiana a quel gendarme d’Europa tanto caro a Nicola I. La Nato è responsabile della situazione attuale, ma vi è anche menzione di un non meglio precisato sostegno occidentale ai terroristi, ricordo della Seconda guerra cecena.

Spazio per le vittime della guerra di oggi non ve n’è, se non in un breve passaggio sul chinar la testa di fronte ai caduti con l’annuncio di aver firmato un decreto presidenziale per il sostegno alle famiglie di chi non c’è più e dei feriti. Manca però in questa narrazione un elemento tipico di ogni nazionalismo, l’eroicizzazione della morte, la costruzione dell’immagine del sacrificio, forse perché nell’orizzonte di Putin, che ancora negli anni Duemila si presentava come manager “efficiente”, la sconfitta non può e non deve esistere. Questo elemento è preoccupante, perché non vede la fine della guerra in Ucraina nell’immediato, e vede il rischio di ulteriori sviluppi, come la volontà di acquisizioni territoriali, espresse anche nei comunicati dell’amministrazione della regione di Cherson, insediata dal comando russo, dove si esprime la volontà di entrar a far parte della Russia. Una ridefinizione dei confini che ricorda logiche d’altri tempi.

CREDIT FOTO: EPA/YURI KOCHETKOV



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