Disumanità istituzionale: la conferenza stampa del Governo a Cutro

Il Consiglio dei ministri ha cercato di mandare un segnale di presenza ferma dello Stato, ma la conferenza stampa del Governo a Cutro ha lasciato nella popolazione solo due sensazioni: l’indifferenza verso le vittime, e l’inevitabile confusione con cui la Presidente ha cercato di spiegare i fatti e di dare un’apparenza di giustizia a leggi disumane.

Federica D'Alessio

“Siamo determinati a sconfiggere la tratta di esseri umani responsabile di questa tragedia”, ha affermato con la solita enfasi comiziale Giorgia Meloni all’inizio della Conferenza stampa del Governo a Cutro, dove pochi giorni fa la comunità locale – e buona parte del Paese – è rimasta sconvolta dal naufragio di una barca a circa 200 metri dalla riva, in assenza di soccorsi, con 72 vittime accertate, una buona parte di nazionalità afghana, e il mare che per giorni ha continuato a restituire corpi, abiti, peluche di bambini: è di oggi la notizia dell’ultimo piccolo ritrovato morto.
E con i peluche, tirandone tanti contro le auto blu governative, tante cittadine e cittadini hanno deciso di accogliere, in protesta, la sfilata dei ministri che qui a Cutro sono venuti a dare un segnale di… cosa? Di presenza dal polso fermo? Di controllo della situazione? Invero, la sensazione è che questa “prima volta” in cui un Governo decide di tenere un CdM in un luogo caldo del “dossier immigrazione” – questo il linguaggio tutt’altro che caldo usato dalla Presidente del Consiglio – possa rivelarsi un grosso boomerang per Meloni e compagnia.

Perché oltre a tanta retorica e la solita misura contro l’ultima ruota del carro – gli “scafisti” – il Governo non ha offerto nulla di concreto affinché si possa sconfiggere la tratta di esseri umani. Tant’è che Meloni stessa si è inventata una realtà che non esiste: cos’è precisamente “la tratta degli scafisti”? Come diversi studi e inchieste hanno ricostruito, il ruolo degli scafisti nella tratta di esseri umani è spesso quello di chi, profugo a sua volta, viene costretto con la minaccia ad assumere la guida dell’imbarcazione, o viene ricattato prima della partenza e indotto ad assumersi i principali rischi. Un capro espiatorio, che serve a dare l’immagine di una mano ferma, senza realmente risalire a nessuna delle strutture di controllo e gestione del traffico di esseri umani. Tanto che spesso ci si fa persino pochi scrupoli di arrestare una persona per un’altra, come ha raccontato il giornalista italiano Lorenzo Tondo che per il Guardian seguì la persecuzione del pastore eritreo Medhanie Tesfamariam Berhe. La mano sarà pure ferma ma è vuota: non tiene in pugno nessuno. Viceversa, le realtà che si occupano del traffico di esseri umani fanno capo a persone con le quali i nostri ministri si intrattengono in amabili riunioni: l’ultimo caso, come ha scritto Luca Casarini su Il Riformista, è quello del trafficante Imad al Trabelsi, già schedato come tale dalle Nazioni Unite, eppure invitato presso le sale del Ministero degli Interni, eletto a interlocutore del Viminale. Fermato di recente all’aeroporto di Parigi con mezzo milione di euro in contanti, e una copertura diplomatica a proteggerlo. L’inasprimento delle pene e l’introduzione di nuove fattispecie di reato sostanzialmente inutili perché già coperte dalle leggi italiane, come quelle proclamate da Meloni, non sfioreranno neanche coloro che davvero fanno affari a palate sulla tratta. Un po’ come, lo sappiamo bene, riempire le carceri di spacciatori di strada non consente di entrare negli uffici dei trafficanti internazionali di stupefacenti.

Durante la Conferenza stampa il Governo non ha fatto menzione minima delle vittime, non ha speso una parola sulla loro provenienza e sulla loro identità: forse perché le giornaliste afghane come Torpekai Amarkhel, 42 anni, la calciatrice pakistana Shahida Raza, i bambini e le bambine rimasti uccisi che ora popolano gli incubi dei pescatori che hanno provato a salvarli senza riuscirci, non rispondono granché all’immagine del “clandestino” invasore che la retorica della “difesa dei confini” dipinge in barba a ogni realtà. Ma quelle bare bianche alle quali solo il Presidente della Repubblica Mattarella ha avuto la decenza di andare a porgere un saluto istituzionale, le vite dei sopravvissuti, i loro racconti, la loro protesta contro la disumanità delle sistemazioni che sono state loro riservate e la contro la decisione, talmente assurda che hanno dovuto ritirarla, di trasferire le salme a Bologna, parlano da sé.

 

Così come parla l’atteggiamento tenuto dal Governo in conferenza stampa, ben più loquace delle dichiarazioni di Meloni, e in linea con la sostanziale inconsistenza delle misure stabilite dal decreto. Il quale a fronte delle solite dichiarazioni altisonanti – “abolire la tratta di esseri umani del terzo millennio” – non ha offerto l’unica cosa che avrebbe dovuto offrire: canali di arrivo sicuri e protetti per persone che scappano dai regimi totalitari che rendono la vita invivibile, e per farlo devono sottoporsi a torture e pericoli. Canali che i “decreti flussi” non coprono, perché chi scappa dall’Afghanistan, così come dalla Siria o dallo Yemen, o dalla stessa Libia dove magari è rimasto bloccato per anni nelle carceri del regime, ha diritto alla protezione umanitaria. Ma il CdM di Cutro ha deciso, in questo senso, una ulteriore stretta rispetto ai criteri per ottenere la protezione speciale.  Un ritorno ai decreti sicurezza nella loro versione più punitiva (la dicitura “allargamento improprio” utilizzata dal governo si riferisce agli allentamenti decisi a suo tempo da Lamorgese) che ricorda molto quanto sta avvenendo – con sconcerto profondo della società civile – in Gran Bretagna, dove è piuttosto simile a quello di Meloni il messaggio che il Primo Ministro Rishi Sunak ha deciso di inviare a chi cerca di approdare sull’isola: “dovete arrivare per canali legali, se non lo fate, non vi sarà riconosciuta alcuna protezione”. Peccato che questi canali legali non esistano, e che persino i corridoi umanitari stentino a partire, neanche quando – come denunciato dal CISDA (Comitato italiano in sostegno alle donne afghane) – si tratta di salvare le donne che, dopo il ritorno al potere dei talebani, sono le più esposte alle ritorsioni della neodittatura patriarcale. Donne come Torpekai Amarkhel.

Sulle diverse fattispecie di ingresso, sulla differenza fra clandestinità – un reato che andrebbe abolito il prima possibile –, flussi di manodopera estera, protezione umanitaria, nel corso della conferenza stampa Giorgia Meloni ha fatto più volte una gran confusione, sovrapponendo l’una cosa all’altra per poi cercare di distinguerle, per poi di nuovo sovrapporle. Se sia stato per mistificare creando una intenzionale nebbia dei fatti o perché davvero lei stessa non sa bene di che cosa si tratti, è una questione aperta. Di certo c’è che nella fase di interlocuzione con i giornalisti durante la Conferenza stampa, il Governo e Giorgia Meloni in particolare si è dimostrata in grande difficoltà nel difendersi, davanti a semplici domande, sia sulle responsabilità eventuali del Governo nella strage di Cutro, sia sulle reazioni glaciali del Governo, sull’indifferenza istituzionale verso le vittime e verso la stessa popolazione calabrese colpita dalla tragedia. È difficile dare un volto umano alla disumanità e la Presidente del Consiglio, a Cutro, non ci è riuscita.



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