Sei domande “scomode” (e sei risposte) sulla guerra in Ucraina

L’Ucraina è un Paese nazista? Il battaglione Azov ha un ruolo centrale? Esiste “un battaglione Azov” anche tra le fila russe? L’estrema destra è schierata dalla parte dell’Ucraina o della Russia? Sostenere la resistenza ucraina significa essere “di destra”? L’indipendentismo del Donbass è paragonabile a quello curdo? Lo abbiamo chiesto a Elia Rosati che svolge attività didattica e di ricerca in Storia Contemporanea presso l’Università degli Studi di Milano ed è autore del libro “L’Europa in camicia nera”.

Daniele Nalbone

Con Elia Rosati, ricercatore e autore del libro L’Europa in camicia nera (qui un estratto), abbiamo analizzato, non appena iniziata l’invasione russa e la conseguente guerra, la parabola delle formazioni neonaziste ucraine da piazza Maidan a oggi. In questa intervista risponderemo a domande, molto dirette e apparentemente banali, per fare chiarezza su alcune delle questioni più discusse.

L’Ucraina è un Paese nazista?
No, non è un Paese nazista ma è un Paese nella cui vita politica partiti e movimenti neonazisti – attualmente molto minoritari – sono presenti da decenni, cosa non rara nei Paesi dell’Est. Parliamo di realtà esterne alla destra cosiddetta conservatrice che si rifanno a una visione nazionalista che si sovrappone a quello che è un passato collaborazionista, tra le due guerre, con il Terzo Reich. Questi partiti e movimenti hanno adottato simboli e personaggi – come Stepan Andrijovič Bandera – inseriti in un passato “legittimo” e considerati padri della patria.

Il battaglione Azov [qui un approfondimento] ha un ruolo centrale in Ucraina?
No. Quella in corso è una guerra tra due Stati sovrani e due eserciti. Parliamo di una grande potenza come la Russia di Putin che ha sul campo di battaglia un centinaio di migliaia di uomini e usa ogni tipo di arma, dall’aviazione ai carri armati. Dall’altra parte c’è un esercito nazionale più piccolo ma tenace, che in questi due mesi ha potuto contare su tre miliardi di dollari di finanziamento in strumentazioni militari da parte degli Stati Uniti.
Il battaglione Azov conta su un gruppo di circa tremila volontari: numeri che mostrano l’irrilevante incidenza di questa formazione in un conflitto su larga scala che vede impegnati migliaia di soldati.

Esiste “un battaglione Azov” anche tra le fila russe?
Nei territori che si sono dichiarati autonomi, le repubbliche del Donbass, sono presenti da tempo non solo partiti di destra radicali e filorussi ma anche milizie informali di quel tipo. Il problema è che questo aspetto non è stato sufficientemente evidenziato come invece accade dall’altra parte, con la presenza del battaglione Azov tra le fila dell’esercito ucraino.
Inoltre, tra le truppe russe c’è l’altrettanto famoso battaglione Wagner, che però ha una matrice diversa: si tratta non di volontari come Azov ma di un gruppo di “contractor”, che è stato già schierato dalla Russia in altri contesti, come in Libia.
Non ci sono ancora “prove” sul loro impiego sul fronte ucraino, ma qui entra in gioco un altro problema, l’estrema chiusura da parte russa su ogni notizia che riguarda il suo esercito: l’informazione russa è ovviamente estremamente blindata e schiacciata sulle posizioni di Putin.

In questa guerra, l’estrema destra è schierata dalla parte dell’Ucraina o della Russia?
Per l’estrema destra europea occidentale questa è una domanda estremamente imbarazzante, soprattutto dopo che per quasi quindici anni la dottrina euroasiatica della Russia di Putin è stata la “stella polare” di ogni tendenza di destra radicale a livello mondiale.
In Ucraina il battaglione Azov viene da Pravy Sector, forza paramilitare che in Euromaidan ha avuto un’ampia esaltazione: in quella rivolta CasaPound si schierò al fianco di questa forza politica, producendo addirittura un reportage sui propri mezzi di informazione per raccontarne le gesta.
Dall’altra parte, Forza Nuova, partito gemellato con i neonazisti ucraini di Svoboda con cui però non condivideva la linea “filoatlantista”, ha manifestato più volte la propria simpatia per Putin, con Roberto Fiore che si candidò addirittura come osservatore internazionale durante il referendum in Crimea.
In mezzo, troviamo i maggiori partiti sovranisti, nazionalpopulisti, che hanno avuto ottimi rapporti con Putin manifestando evidenti simpatie per il suo regime: mi riferisco specialmente a Matteo Salvini per l’Italia, Marine Le Pen per la Francia e, anni fa, Christian Strache per l’Austria. Nel primo caso, quello della Lega, c’è un’inchiesta scandalistica aperta sui rapporti tra il Carroccio e la Russia; nel caso dell’FPÖ austriaco ci sono addirittura delle video intercettazioni che mostrano rapporti opachi con pezzi del mondo economico-speculativo russo (che costò a Strache le dimissioni dal governo); nel caso di Marine Le Pen sono state accertati diversi casi di fideiussioni bancarie di provenienza russa già per le presidenziali del 2013. Oggi, obtorto collo, queste forze politiche hanno disconosciuto Putin. Questo conflitto determinerà sicuramente l’isolamento internazionale della Russia, un isolamento che non sarà temporaneo.

Sostenere la resistenza ucraina significa essere “di destra”?
Capisco il motivo della domanda. Una parte della narrazione vuole questa polarizzazione. Ovviamente la risposta è no. Qui non parliamo di una guerra tra l’esercito russo e un esercito “di destra” ma di un’aggressione da parte della Russia a uno Stato, quello ucraino. Schierarsi contro Putin non significa schierarsi con Azov o prendere parte alla vita politica Ucraina, ma distinguere bene chi sono gli aggressori e chi gli aggrediti. Senza dimenticare la complessità storica di uno scontro che non è solo regionale, ma che tocca tantissimi piani: dal ruolo della NATO alla corsa al riarmo occidentale, dai temi energetici ad alcuni interessi nazionali contrapposti nell’Unione Europea.

Da estrema sinistra si guarda con simpatia all’indipendentismo del Donbass. Questo indipendentismo è paragonabile, ad esempio, a quello curdo?
Il tema del nazionalismo filo-russo nell’Est Europa e del nostalgismo post-sovietico è un tema storico-sociale complesso, va detto, soprattutto in territori che noi tendiamo troppo spesso a leggere con i nostri occhi.
Qui parliamo di zone a maggioranza russofona e di un indipendentismo regionale di confine che guarda in modo positivo alla sfera di influenza geopolitica russa e a Putin, probabilmente affascinato anche dalla rinnovata potenza di quella nazione. Come spesso avviene nel contesto ex-sovietico l’attrazione politica o la simpatia per la Russia di oggi finisce per assumere un’immagine che si mischia propagandisticamente al mito imperiale del passato più prossimo, quindi l’Unione Sovietica. Ricompaiono quindi iconografie, toponomastiche, narrazioni politico-economiche e forse anche immaginari sociali “sovietici” o “comunisteggianti”.
Ma, a mio modo di vedere, il paragone con il Kurdistan non regge perché l’esperienza concreta delle comunità del Rojava ha alla base del suo autogoverno un’articolata teorizzazione progressista che trae origine dal pensiero di Ocalan e che vede un progetto di reale autonomia incentrato su un nuovo modello di democrazia, in cui sono centrali i diritti sociali, il ruolo fondamentale delle donne e l’autogoverno dei territori in un’ottica ambientalista.
In Donbass c’è un revanscismo sovietico di stampo nazionalistico e filo-russo che non mi sembra paragonabile alla costruzione di una nuova società progressista come in Rojava.

 

Credit Image: © Ukraine Presidency/Ukraine Presi/Planet Pix via ZUMA Press Wire



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