Donne migranti per una società laica. Un’esperienza tedesca

Negli ultimi anni l’islam politico ha rafforzato la sua influenza, senza che i politici di sinistra – quelli che dovrebbero per propria natura combattere ogni elemento autoritario e patriarcale – si rendano conto della gravità problema. Tre donne immigrate in Germania vogliono cambiare questa percezione.

Cinzia Sciuto

Tre donne. Tre migranti provenienti da tre diversi paesi musulmani. E un obiettivo comune: lottare per una società laica. Fatma Keser ha trent’anni, è di origini curde, è nata a Xalfetu in Turchia. Giunta in Germania all’età di cinque anni come figlia di profughi politici, ha studiato Letteratura comparata e Filosofia alla Goethe Universität di Francoforte. Monireh Kazemi lascia l’Iran nella metà degli anni Ottanta per motivi politici e si trasferisce in Germania, dove diventa un’attivista per i diritti delle donne. Come Naïla Chikhi, che è nata ad Algeri nel 1980; dopo aver trascorso alcuni anni in Francia, è giunta in Germania dove ha studiato Linguistica applicata all’Università di Mainz. L’idea di fondare il movimento Donne migranti per la laicità è nata da una serie di episodi che si sono succeduti negli scorsi tre anni. Il primo ottobre 2018 esce sul settimanale Die Zeit un articolo dal titolo “La libertà della donna velata”, nel quale veniva presentata una mostra sulla “moda islamica” che stava per essere aperta a Francoforte. L’articolo si apriva con queste parole: “Le minigonne sono davvero progressiste? Una mostra sulla moda islamica mette in discussione il dogma della moda occidentale: anche la copertura del corpo può essere liberatoria”. Parole che alle orecchie di donne cresciute sotto regimi fondamentalisti islamici suonano assurde: come si può pensare di combattere il ‘dogma della moda’ esaltando un dogma misogino fondamentalista? Le prime proteste non si fanno attendere, vengono inviate lettere al direttore del museo, organizzati dibattiti che mettono esplicitamente a tema le contraddizioni del velo e denunciano come esaltarlo significhi ignorare la battaglia delle donne che nei paesi musulmani lottano per la propria libertà. Incontri che molto spesso vengono pesantemente disturbati da piccoli ma molto rumorosi gruppi di studenti che ne impediscono il regolare svolgimento. Naïla, Fatma e Monireh Kazemi decidono di rivolgersi con una lettera aperta ai leader dei partiti di sinistra: Spd, Linke e Verdi. “Tutti i partiti hanno un atteggiamento indulgente quando non addirittura di collaborazione con gruppi che rappresentano un islam fondamentalista e naturalmente tutti i partiti dovrebbero fare la loro parte, ma ci siamo rivolte a questi tre in particolare perché sono quelli che la difesa dei diritti delle donne, delle persone lgbt e della laicità dello Stato ce l’hanno nei loro programmi”, spiega Fatma. “Per questo volevamo capire proprio da loro come è possibile che negli ultimi anni spesso si sono ritrovati dalla parte dei fondamentalisti”. Nella lettera le tre attiviste hanno richiamato l’attenzione sul fatto che in Germania, con il pretesto della libertà religiosa, cresce sempre di più l’influenza dell’Islam fondamentalista e politico, con il conseguente pericolo che ne deriva soprattutto per i laici, gli atei, le persone Lgbt, e per le ragazze e le donne musulmane intrappolate in strutture patriarcali. Le risposte dei politici si sono fatte a lungo attendere e, quando sono arrivate, sono state molto deludenti. “I politici di sinistra in Germania”, denunciano Fatma, Naïla e Monireh, “non sanno riconoscere gli elementi autoritari, patriarcali, fascistoidi quando questi si presentano sotto le spoglie dell’islam”.

Naturalmente la mancanza di laicità, le tendenze autoritarie e patriarcali non sono un’esclusiva dell’islam: “Il nostro punto di partenza è l’islam sia perché siamo cresciute tutte e tre in paesi musulmani”, spiega Fatma, “sia perché oggi in Europa i gruppi islamici più fondamentalisti mettono seriamente a rischio la libertà e i diritti delle donne senza che il pericolo sia preso seriamente soprattutto a sinistra. Ma naturalmente siamo perfettamente consapevoli che anche altre religioni hanno grossi problemi con l’autodeterminazione delle donne. Basti pensare ad alcuni gruppi evangelicali o a quello che accade in Polonia sul diritto all’aborto, pesantemente ostacolato dalla Chiesa cattolica. Il nostro lavoro, dunque, parte dalla condizione delle donne all’interno delle comunità musulmane in Europa ma va oltre l’islam. Il nostro scopo è una società laica, ossia libera dall’influenza di qualsivoglia religione, in difesa dei diritti e della libertà di tutte e tutti”.

 

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