Dopo la pandemia: endemia o sindemia?

La lotta al virus anticamera della restaurazione orleanista.

Pierfranco Pellizzetti

«La rivoluzione francese ha inventato un tipo
di borghese che si è emancipato attraverso la
politica. La rivoluzione industriale un borghese
che si è emancipato mediante il capitale».
François Furet
L’uomo romantico, Laterza, Roma/Bari 1995, pag.VI

Douce France
Riferendosi ai nobili che facevano rientro in Francia, dopo l’esilio loro imposto dalla esecrata parentesi rivoluzionaria e poi dall’avventura imperiale napoleonica, fu forse il cinico quanto altrettanto lucido principe Charles-Maurice Talleyrand-Perigod ad asserire che costoro “non avevano dimenticato nulla, non avevano imparato nulla”.
Oltre trent’anni dopo – il 27 gennaio del 1848 e restando sempre nell’Esagono – Alexis de Tocqueville, prendendo la parola alla Camera dei Deputati, pronunciava il suo famoso discorso: «Stiamo dormendo su un vulcano. […] Non vedete che la terra ha ripreso a tremare? Soffia un vento di rivoluzione, la tempesta cova all’orizzonte»[1].
Insomma, “niente sarà più come prima”.
Oggidì parrebbe che la pellicola della storia sia stata riavvolta in senso inverso rispetto al passato, quando la sequenza fu prima la Restaurazione e poi l’Insorgenza.
Insomma, adesso “tutto sarà come prima” (o forse peggio di prima).
D’altro canto, in questo riproporsi del momento che stiamo vivendo sotto forma di remake, permangono significative e curiose analogie con le corse alla normalizzazione attraverso la riconquistata primazia del potere del denaro – diciamolo, della “plutocrazia” – avvenute all’incirca due secoli fa.
E non si trattò certo di una vicenda edificante neppure allora.

Nella Francia dopo il 1848, come prima di lei la restaurazione borbonica di Luigi XVIII e Carlo X, la monarchia orleanista di Luigi Filippo crollò senza gloria e senza una seria resistenza; «in tre fredde giornate di febbraio» – quanto scrivono gli storici Georges Duby e Robert Mandrou nella loro Storia della civiltà francese[2] – «come diciotto anni prima in tre belle giornate di luglio, un regime logoro e impopolare cade sotto i colpi dei parigini in tumulto dal sobborgo di Saint-Antoine a l’Hotel de Ville». Dopo di che inizia quel periodo di grande fervore economico, scientifico e artistico che va dal Secondo Impero (1850-1873) alla Francia repubblicana. Alla Belle Époque.

Ma vediamo le succitate analogie, invertite temporalmente nel “prima il Quarantotto” – l’allora “primavera dei popoli”, che nella sua riedizione del 2020-21 ha smascherato l’imbroglio come priorità di governo (la svendita della sanità pubblica ai privati) – e solo poi nell’avvento dell’assiomatica dell’interesse avido e i suoi scandali; allora come “monarchia repubblicana degli affari” del luglio 1830, ora come mercificazione della vita fino alle estreme conseguenze della catastrofe ambientale (la minaccia incombente dell’antropocene: l’aggressione alle condizioni di sopravvivenza della vita prodotta dall’insensata devastazione a fini speculativi della natura ad opera dell’uomo).

Ovviamente, con tempistiche di svolgimento a misura delle differenti stagioni: dalle longues durées del primo Ottocento al “tempo zero” dell’attuale just-in-time mediatizzato; dai dieci chilometri orari della carrozza a cavalli[3] ai mille della velocità di crociera di un jet privato.

Sempre alla ricerca un po’ forzata delle simmetrie, la condanna morale del regime che svendeva “gli immortali principi dell’89” risuonava nelle celebri parole del deputato Tocqueville: «Quello che esiste nella classe che governa mi preoccupa e mi spaventa. Quello che vi vedo, signori, posso esprimerlo in una parola: i costumi pubblici si corrompono, essi sono già profondamente corrotti; essi si corrompono sempre più ogni giorno; sempre più alle opinioni, ai sentimenti, alle idee comuni subentrano interessi particolari, mire particolari, punti di vista tratti dalla vita e dall’interesse privato»[4].

Lo stesso vale per quella improvvisa, generosa, riscoperta della solidarietà nella lotta collettiva al nemico comune della pandemia, che aveva impegnato al prezzo persino della vita il personale medico e fatto accettare alle moltitudini comportamenti responsabili che imponevano sacrifici; che ora svanisce negli illusionismi dei padroni del mondo, rinsaviti dal temporaneo adeguamento al principio di responsabilità. Il bla,bla,bla che Greta Thumberg e migliaia di giovanissimi hanno sbattuto in faccia – la nuova condanna morale del Terzo Millennio – ai Grandi della Terra riuniti nei loro consessi finalizzati a un’inutile perdita di tempo – all’insegna del più vieto gattopardismo – e all’imbullonamento dell’ordine vigente – seppure perverso – a Roma (il G-20 dello scorso ottobre, con tutti i partecipanti in preda all’entusiasmo per aver concordato il limite dell’aumento del riscaldamento globale in quel 1,5 gradi che era stato già deciso nel summit di Parigi sette anni prima) e Glasgow (la conferenza mondiale sul clima del 9 novembre 2021: una parata da star-system all’insegna del nulla di fatto).

Sempre le stesse salamandre, gli stessi camaleonti. Allora i maestri del riposizionamento opportunistico; i vari Talleyrand, l’Adolphe Thiers buono per tutte le stagioni e perfino il sempreverde marchese di La Fayette. Ora i professional della politica-ascensore di carriere individuali; di ercolini-semprinpiedi: le Angela Merkel, gli Emmanuel Macron e perfino Barak Obama, e le sue promesse non mantenute,

Mentre i gruppi sociali di riferimento dei politicanti preposti a tenere a bada antiche e nuove “primavere dei popoli” (leggi, la democrazia presa sul serio) rimangono – mutatis mutandis – sempre gli stessi. Le figure dei possidenti nelle loro varie rivisitazioni. Allora – cito ancora Duby e Mandrou– i «fabbricanti, negozianti o banchieri», che oggi – dalle nostre parti – potremmo impersonificare nell’ex industriale John Elkan, nel grossista di prodotti biomedicali Carlo Bonomi e – naturalmente – in Mario Draghi.

I banchieri, naturalmente
Se allora c’era James Rothschild ora ci sono i Fondi d’investimento.
La finanza come modo permanente di estrarre ricchezza, che nella Francia della “monarchia di luglio” e della nascente Haute Banque era sempre alla ricerca di profitto speculativo attraverso operazioni una tantum. Guadagno perseguito – come scrive lo storico di Harvard David S. Landes – con la «combinazione di uno sfruttamento senza principi con delle coscienze limpide e tranquille»[5]. Sicché, mentre nel mondo anglosassone il capitale imparava a riprodursi attraverso l’investimento industriale, nella Francia orleanista la finanza previlegiava le rendite di posizione assicurate dalle grandi opere; la cui icona ottocentesca fu il Canale di Suez (già nel 1846 era stata costituita la Societé d’étude pour le Canal de Suez).

Oggi – mentre incominciamo a capire che per l’umanità la convivenza con la Pandemia si avvia a passare dall’eccezionalità alla cronicità endemica – anche il big business di Big Pharma diventa la nuova rendita posizionale. Da metabolizzare negli assetti sistemici della società post-Covid. Il viatico definitivo da una società della partecipazione a una tecnocratica, in cui si è definitivamente consumato il divorzio tra capitalismo e democrazia. Sotto la spada di Damocle della catastrofe ambientale; il cui pericolo incombente i grandi Fondi proclamano di voler sconfiggere vincolando le policies dei clienti al rispetto delle compatibilità imposte dalla transizione energetica. E poi finanziano le principali imprese carbonifere al mondo.

Sicché l’industria finanziaria emerge dalla breve stagione del patriottismo del sociale, cementato dalla lotta al Covid-19, come la forza colonizzatrice che impone il nuovo ordine globale. Per cui – come denuncia Wolfgang Streeck, direttore del Max Planck Institute di Colonia, «i governi, primo fra tutti quello degli Stati Uniti, rimangono saldamente nella morsa delle industrie produttrici di denaro»[6], pronte a investire in quel debito pubblico in costante espansione per l’immane evasione fiscale consentita dalla globalizzazione tramite la deterritorializzazione; per cui i suoi agenti infiltrati nelle istituzioni impongono i diktat dei mercati (leggi, i grandi investitori finanziari), diventati i principali meccanismi del processo decisionale collettivo (magari imponendo il proprio ordine alla Grecia, massacrandone il popolo, grazie a Goldman Sachs; il “più grande produttore di sempre di jumk bond”, con i suoi fiduciari e consulenti: i Mario Monti, i Mario Draghi, lo stesso presidente della Banca centrale greca Lucas Papademos); per cui, «laddove ci sono meno beni pubblici a causa delle privatizzazioni, c’è meno da decidere politicamente e la democrazia economica del capitalismo – un dollaro, un voto – comincia a sostituire la democrazia politica»[7]; per cui l’europeizzazione promossa da questa Ue mira a svuotare le democrazie a base statale promuovendo l’egemonia mercatista. Per cui – innanzi tutto – si impone la logica “a breve”, che cancella le speranze generose di un diverso assetto dell’organizzazione umana, coltivate nel biennio di lotta al contagio come impegno collettivo, e riappaiono le soluzioni semplicistiche di segno opposto, quanto ad alto tasso di potenzialità speculative, come il ritorno al nucleare. L’operazione altamente mistificatoria – in Italia promossa con macabra ironia proprio dal ministro preposto alla transizione ecologica, Roberto Cingolani – che pretenderebbe l’opzione nuclearista “ambientalmente compatibile”: E chi sostiene “ideologicamente” il contrario è “un radical chic ambientalista”

Guardare a Oriente
Come sempre avviene nell’istaurazione di un’egemonia finanziaria, con la nascita. di quelle società dualistiche che Braudel descriveva «opulente e sordide»[8], l’opera costruttivistica si accompagna a un intenso lavorio ideologico di supporto. Come ci spiega Furet – «nel periodo che va dal 1814 al 1848 le nazioni d’Europa sono oggetto di una vasta pedagogia antidemocratica»[9], che mette in campo al servizio della Restaurazione le menti reazionarie più brillanti dell’epoca: da Joseph de Maistre, che teorizza la perversità del cambiamento, a Edmund Burke, impegnato a sostenere la tesi arzigogolata che il perseguimento di nuove libertà metterebbe a repentaglio le conquiste sociali già conseguite[10].

Oggi assistiamo al revival degli integralismi privatistico-mercatisti del tandem Friedrich Hayek e Milton Friedman, a fronte della crescente disattenzione nei confronti della lezione newdealistica di John Maynard Keynes.

Operazioni di alto mimetismo intellettuale, rapidamente smascherate dalla constatazione di quali siano i gruppi sociali che traggono i prevalenti vantaggi materiali da queste operazioni di pretesa oggettività: nell’aprile 1825 Carlo X varava la controversa legge in base alla quale gli emigré (i nobili fuoriusciti al tempo della Rivoluzione) venivano indennizzati dei disagi subiti grazie allo stanziamento di un miliardo di franchi. Uno dei primi atti del governo Draghi è stato quello di varare l’ennesimo condono; a seguire, il dirottamento a Confindustria della quota maggioritaria delle somme erogate dall’Unione europea per rilancio post-Covid dell’Italia (Next Generation).

Ma qui le nostre analogie si arrestano. Mentre resta al centro del problema l’avvenuto divorzio tra democrazia e ricchezza, lo scenario di riferimento cambia. E scorre a Est.

Concordando con la filosofa dell’Università Bordeaux Montaigne Barbara Stiegler, che ci propone di prendere atto che in Pandemia la stessa democrazia è ormai in discussione. Per cui bisognerebbe parlare di “sindemia”, l’epidemia causata dalla disuguaglianza. «Per una buona parte delle classi dirigenti, che hanno assistito con orrore all’ascesa di Donald Trump e Boris Johnson, ma anche al risveglio delle rivolte popolari un po’ovunque nel mondo, il modello non si deve più cercare in Occidente, ma in Oriente. Sono stati i leader cinesi a esplorare per primi questo nuovo continente mentale, con il suo linguaggio, le sue norme e il suo immaginario. Sono dunque loro che hanno tutto da insegnarci, mentre gli Americani e i loro cugini britannici non hanno visto arrivare nulla. In Pandemia, ormai è la Cina che domina. Non più solo economicamente, ma anche moralmente, culturalmente e politicamente»[11].

Ecco – dunque – palesarsi una altra sfida veicolata dal Covid: l’orrido fantasma della “Democratura” (la democrazia ridotta a guscio vuoto per il libero esercizio di logiche e pratiche autoritarie) non avrebbe più l’epicentro nell’Est dei Paesi Visegrad, bensì nel Far East di Pechino. Nello scontro tra gli Stati Uniti in piena decadenza e la crescente potenza a Oriente.

Anche in questo caso un remake intellettuale? Un quarto di secolo fa Ralf Dahrendorf scriveva un’agile saggina sulla sfida che stava palesandosi tra Primo Mondo con le tigri e i draghi dell’Asia. E proponeva una “missione impossibile”: «il compito che incombe sul Primo Mondo nel decennio prossimo venturo è quello di far quadrare il cerchio tra creazione di ricchezza, coesione sociale e libertà politica»[12].

Purtroppo non è andata per nulla così. Semmai siamo alla liquidazione del – seppure contraddittorio – patrimonio civile accumulato dal Primo Mondo nella sua egemonia nel sistema-Mondo durata grosso modo mezzo millennio. Sicché – ragionando sul futuro prossimo venturo con l’ultra pessimista Wolfgang Streeck – «possiamo solo domandarci quale forma di oppiaceo i profittatori del tardo capitalismo si inventeranno, una volta che il doping del credito dell’era della globalizzazione cesserà i suoi effetti e una dittatura della ‘gente con i soldi’ sarà ancora di là da venire»[13].

 

[1] A. de Tocqueville, Scritti, note e discorsi politici, Bollati Boringhieri, Torino 1994 pag. 85

[2] G. Duby e R. Mandrou, Storia della civiltà francese, Mondadori, Milano 1990 pag. 524

[3] D. Harvey, La crisi della modernità, EST, Milano 1997 pag.296

[4] A. de Tocqueville, Scritti, cit. pag.81

[5] D. S. Landes, Banchieri e pascià, Bollati Boringhieri, Torino 1990 pag.295

[6] W. Streeck, Come finirà il capitalismo, Melteni, Milano 2021 pag.81

[7] Ivi, pag180

[8] F. Braudel, Il Secondo Rinascimento, Einaudi, Torino 1986 pag.78

[9] F, Furet, L’uomo romantico, cit. pag.V

[10] A. O. Hirschman, Retoriche dell’intransigenza, il Mulino, Bologna 1991

[11] B. Stiegler, “Democrazia-omertà, il mondo di dopo”, Il Fatto quotidiano 17 ottobre 2021

[12] R, Dahrendorf, Quadrare il cerchio, Laterza, Roma/Bari 1995 pag.14

[13] W. Streeck, Come finirà il capitalismo, cit. pag.193

FOTO ANSA/ IGOR PETYX



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