Dove comincia e dove muore l’Europa: Io capitano e Green Border

Il film di Matteo Garrone "Io, capitano" e quello di Agnieszka Holland "Green Border", presentati e premiati a Venezia 80, mostrano un'Europa vista come approdo mitico da chi arriva. Un'Europa dannata la cui possibilità di riscatto è nella forza epica di chi porta avanti il suo viaggio e nella solidarietà di chi mette al centro l'umanità e rifiuta l'idea di fare della sua terra una Fortezza: è quello che avrebbero voluto i nazisti.

Federica D'Alessio

Una nuova epica della frontiera, non più con il colono al centro, bensì il migrante, finalmente soggetto. Non la conquista ma l’approdo. Non l’occupazione ma la salvezza e la speranza. Un “controcampo”, come l’ha definito Matteo Garrone, dal punto di vista del reietto che si spinge in cerca della sua libertà e trova il dolore e la gratuita crudeltà umana. E nonostante tutto va avanti, “va e non torna” come da titolo del bellissimo libro dello scrittore albanese Ron Kubati; non può rinunciare al suo viaggio. Le frontiere militarizzate non lo scoraggeranno; non serviranno a niente, se non a uccidere per fare del mondo intero un deserto, come quello che vediamo, spaventoso, meraviglioso, in “Io, capitano”, premiato a Venezia con il Leone d’argento alla regia e con il Premio Marcello Mastroianni per il miglior attore emergente al giovane protagonista del film, Seydou Sarr. Il deserto della frontiera di sabbia, e il deserto del cimitero di acqua salata del Mediterraneo, il deserto della foresta che unisce il territorio della Bielorussia e quello della Polonia. Il deserto del senso dell’umanità, quella capacità di riconoscere il simile nell’estraneo, che film come “Zielona Granica” (Green Border) della regista polacca Agnieszka Holland e il già citato film di Garrone provano a scuotere e risvegliare nelle addormentate coscienze di noi spettatori europei. L’Europa, in entrambi i film, torna a essere ciò che era all’origine: mito, del viaggio e dell’approdo libero, il mito della salvezza, dopo la fuga e il pericolo. Ma anche fortezza, come la chiamavano e volevano i nazisti; un castello militare che alza il suo ponte levatoio e spara dai cannoni per segnare la differenza fra chi è dentro e chi è fuori, retaggio di classismi da Stato assoluto che non abbiamo affatto lasciato fuori dalla Storia. Un castello fortificato per chi ci vive dentro, innanzitutto una meta, ambita e sognata, per chi migra. Molti antirazzisti che hanno fatto proprio il paradigma identitaristico e vittimario hanno storto il naso di fronte a “Io, capitano” e non potendo stroncarlo, hanno deciso di fargli le pulci per dimostrare, in fin dei conti, che un “bianco” non può parlare della vita di un nero. Quello che non hanno capito è che il controcampo di Garrone, che non ha mai preteso di sostituirsi a ciò che è nel realizzare il suo film, ha valore proprio perché pensato da un cittadino europeo: è l’Europa borghese che incorpora in sé stessa l’epica del viaggio per approdarvi. È l’Europa razzista che infine allarga i suoi confini, cominciando dalla forza dell’immaginario, arrivando in Senegal e via risalendo fino a Lampedusa. È l’Europa che finalmente si apre e vede chi arriva come soggetto, non più come oggetto. Questo punto di vista, onesto, esplicito in Matteo Garrone, è il punto di vista che riesce a unire infine lo sguardo di chi quel viaggio l’ha vissuto, chi è sopravvissuto, chi ha visto morire suoi compagni di strada durante la traversata, con lo sguardo di chi finora non aveva mai accettato che l’Europa potesse iniziare dal Senegal. È sfarinare, dissolvere, come sabbia, il concetto stesso di “identità” – una iattura per qualsiasi antirazzismo – e comprendere che siamo tutti accomunati dal viaggio, tutti figli di un viaggio di chi ci ha preceduto.

Garrone ha scelto, per ampliare i confini, il registro del romanzo di formazione: il suo film non è fantastico e non è favolistico, come stanno dicendo in tanti. È un film di profonda realtà che integra nel vissuto dei protagonisti un paio appena di inserti onirici, fra il sogno e il miraggio, invitandoci a non pensare la realtà come il crudo dato di fatto razionalistico che presto diventa cinico e inumano. La realtà è innanzitutto lo spirito delle persone, in questo caso la realtà è lo spirito, la forza d’animo, la crescita da ragazzo ad adulto di un giovane figlio, che come in ogni romanzo di formazione – lo vediamo e abbiamo esaminato anche nel pur diversissimo “Poor things” di Yorgos Lanthimos, vincitore del Leone d’Oro – abbandona la casa di famiglia e tradisce i suoi affetti perché sente l’ineliminabile spinta a vivere le sue avventure. Ma l’amore nel quale è stato cresciuto fa parte di ciò che porterà con sé nel viaggio e quell’amore lo spingerà a prendersi le sue responsabilità. Vivere e far vivere, non accettare di lasciarsi uccidere, non accettare di lasciar morire. Un adulto che compie il suo viaggio epico e di crescita rimanendo, fino alla fine, figlio di una madre amata, salvando altre madri e altri figli nel suo nome.

Vederlo rappresentato così, questo viaggio che siamo così tanto abituati a considerare “della disperazione”, dell’umiliazione, disumanizzato come se ad arrivare fossero esseri alieni e non persone, non pieni soggetti di volontà e forza, è disturbante per chi ha fatto proprio il paradigma razzista. È disturbante e fa storcere il naso a chi ritiene che le migrazioni vadano considerate per il tramite della fredda ragion di Stato e che guardarle con occhio umano sia “buonismo”. Le classi dominanti europee hanno spinto tanto, spingono da almeno un trentennio in modo costante e infaticabile sulla propaganda disumanizzante e criminalizzante di chi migra. Allo scopo di alimentare quell’indifferenza sulla pericolosità antiumana della quale la senatrice a vita Liliana Segre, la più limpida fra le voci ancora in vita, ha spesso messo in guardia. La ragion di Stato ha bisogno di disfarsi dell’ingombrante senso dell’umanità allo scopo di servire al meglio i propri interessi geopolitici e affaristici. I respingimenti alle frontiere sono questo: un’occasione per farsi la guerra con il vicino sulla pelle dei migranti, nel caso della “frontiera verde” alle porte orientali d’Europa, e un’occasione per alimentare un traffico mafioso e paramafioso di apparati tribali, con la piena complicità delle democrazie occidentali Italia in testa, nel caso del viaggio africano. C’è tutto un mondo di sfruttamento, di criminalità e giochi di potenza, di patti criminali e di mafia, di promesse di affari, di indotti collaterali legati a business estrattivi eccetera, che va mantenuto vivo; ecco perché ciò che fino a qualche tempo fa era normale – arrivare dal Senegal o dal Marocco in Italia a bordo di un aereo o di un traghetto – oggi non lo è più. Oggi, da alcuni Paesi, non ha più neanche senso provare a chiedere un visto per arrivare in Italia attraverso canali di viaggio regolari. Sarà negato, come viene negato a ogni persona che non dia le sufficienti garanzie “di non avere intenzione di rimanere sul territorio per cercare lavoro”. Può accadere a chiunque, accade ogni giorno, anche a chi nel suo Paese ha un ottimo lavoro, anche a chi è perfettamente in grado di dimostrare che non ha la minima intenzione di restare in Europa, né per un periodo né per sempre. Se pensiamo che il visto per arrivare in Italia è stato negato persino al direttore del casting del film di Garrone, di cittadinanza marocchina, cui non è stato possibile viaggiare per appena pochi giorni per assistere alla premiazione del suo stesso lavoro, forse abbiamo una vaga idea di quale macchina insensata, oltre che infernale, gli Stati europei abbiano messo in moto quando hanno deciso che era loro potere esercitare un arbitrio assoluto sulla mobilità degli esseri umani e consacrarla agli interessi della geopolitica.

“Io, capitano” e “Green Border” a Venezia hanno portato la forma di politica più radicale che si possa portare oggi, la politica che punta dritta alle coscienze passando per l’indispensabile tramite dei sensi e delle emozioni. Dai loro film si esce devastati, scossi, accesi di passione per l’umanità, rabbia per le ingiustizie e l’assurdità, per la cattiveria, commozione per la solidarietà che prevale nonostante tutto, per l’eroismo delle persone che salvano la vita alle persone; oppure si esce con la bocca piegata all’ingiù e una ruga in più sulla fronte, invecchiati; infastiditi dal pizzicotto ricevuto alla propria corazza di cinismo. Sono film che cercano il riscatto; quello dei loro personaggi, ma soprattutto quello di chi guarda, il riscatto nelle coscienze di quel poco che rimane di un afflato umanista, di senso della comune umanità, che decenni fa da queste parti sembrava destinato a trionfare e che invece è stato tradito. Da quegli stessi Stati e quelle stesse élite che lo celebravano mentre cadeva il muro di Berlino, mentre cadeva l’apartheid in Sudafrica. O che tuttora, come ben mostra la pellicola di Holland, fanno appello alla vicinanza umana quando si tratta di accogliere i profughi ucraini, ma quegli stessi gendarmi che accomodano donne, bambini, cani e gatti dall’Ucraina sui pullman, massacrano di botte famiglie siriane, donne incinte ivoriane, giovani marocchini. Le élite stanno provando ad annichilire con ogni mezzo il senso dell’umanità; lo fanno in modi subdoli, rinfocolando il cinismo delle divisioni identitarie e scioviniste; ma anche in modi feroci, pensando alle persone come armi e come proiettili, dando alle polizie il diritto di esercitare ogni forma di tortura, ricatto e umiliazione su chi arriva. Il governo polacco (ancora prima di vedere il film, che uscirà in Polonia il 22 settembre) ha lanciato una fatwa vera e propria contro Agnieszka Holland, perché senza risparmiarsi in verismo e crudezza – il bianco e nero della sua pellicola accentua paradossalmente l’effetto di realismo del film, ma è la bravura dei suoi attori, la loro capacità di immedesimazione a farti chiedere se quello cui stai assistendo non sia un documentario in presa diretta – il suo lavoro mostra tutte le tecniche di propaganda adottate dalla polizia polacca per disumanizzare i profughi alla frontiera, tutta la disinformazione che spargono sulle loro storie allo scopo di indottrinare i poliziotti e convincerli a prestarsi alla barbarie, il ricorso a descrizioni mostrificate e demoniache, la cattiveria elevata a forma di potere. Bielorussi e polacchi, che nello scacchiere geopolitico hanno la presunzione di appartenere a due schieramenti diversi di un ideologico scontro di civiltà, sono invece esattamente identici, giocano allo stesso gioco “trattandoci come palloni da calcio” racconta una donna, tirando giovani incinte addosso al filo spinato, picchiando, umiliando, derubando, lasciando morire di freddo, fame e sete, privando dell’acqua, privando del cibo, massacrando senz’altra ragione che il potere del disprezzo. Si rimpallano “i turisti”, come li chiamano i bielorussi, trasportandoli illegalmente oltre la frontiera polacca, e poi altrettanto illegalmente la polizia polacca li fa tornare indietro. E in questo continuo giocare a pallone, come vediamo nel film, annichiliscono le persone, smembrano le famiglie, uccidono e fanno strame dello Stato di diritto, con la piena approvazione dei vertici degli Stati stessi.

 

Ma forse ciò che più ha infastidito il governo polacco è stata la rappresentazione della solidarietà che Holland fa nel suo film. Personaggi come la psicanalista Julia e come il suo amico/cliente, un uomo che – come tanti ce ne sono anche in Italia – di fronte alla trasformazione della sua democrazia in un regime illiberale si sente impotente e sconfitto, al punto da sviluppare forme di vere e proprie nevrosi, e che infine comincia ad agire e reagire. Invitato a essere solidale, lo diventa. Nel film di Holland proviamo lo strazio e la rabbia per le cattiverie umane dei soldati, ma è la solidarietà quella che fa erompere il pianto, che commuove. Sono i gesti di umanità che risvegliano qualcosa di profondo in chi guarda il film, se qualcosa da risvegliare è rimasto e se il corpo e la mente non si sono ormai troppo irrigiditi nelle loro posizioni ideologiche. Holland fa vedere la coscienza in movimento, anche quella dei complici. Fa vedere la vita e la radicalità del gesto di salvarla, e fa vedere il futuro. Ragazzi neri e bianchi, polacchi e africani, che rappano in francese, che cantano insieme “Mourir mille fois”. Morire mille volte, lo stupendo brano del rapper Youssopha. Giovanissimi, come Seydou, come Moussa, sono già morti mille volte, sono già morti per ogni compagno di viaggio ucciso, per ogni cadavere finito in mare. Sono morti mille volte e sono arrivati vivi. Europa sono e saranno loro, perché Europa è nata prima della freddezza tecnocratica dei suoi Stati, prima delle distopie colonialiste, razziste e nazificanti, prima dell’avidità delle sue élite: è nata con un viaggio e continua a vivere attraverso il loro viaggio.



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