Draghi, l’illusione del centro e i veri problemi

Il premier è davvero quel tecnocrate liberista che tutti temevano? Ad analizzare le sue uscite pubbliche, sembra proprio di no. Sembra, appunto.

Mauro Barberis

Dopo l’ennesima settimana politicamente travagliata, con le fibrillazioni crescenti nella maggioranza e i sindacati in piazza contro la fine del blocco dei licenziamenti, l’argomento dei talk show è se Mario Draghi, dopotutto, non sia davvero quel tecnocrate liberista che tutti temevano. In realtà, ogni volta che ha voluto presentarsi politicamente, Draghi s’è guardato bene dal qualificarsi come un tecnico, meno che mai liberista. Al contrario, ha detto di essere un socialista liberale, un liberal, all’americana, e finora nulla di quanto ha fatto lo ha davvero smentito.

Non gli è mai passato per la testa, invece, di qualificarsi come centrista o moderato: due aggettivi che non si usano più, per molte ragioni. Nel suo caso, la scelta che lo ha reso famoso – il whatever it takes, difendere l’euro e l’Unione europea costi quel che costi – non era moderata né nel tono né nella sostanza. Ma la ragione vera per cui neppure lui pare più disposto a definirsi così è un’altra. Il centro e il moderatismo che hanno governato l’Italia dalla fine della seconda guerra mondiale agli anni Novanta sono finiti, per tre ragioni difficilmente superabili.

La prima ragione è l’aumento delle disuguaglianze e il tramonto della classe media prodotto dalla globalizzazione. La seconda è l’abbandono del sistema elettorale proporzionale, o almeno del doppio turno, che non favoriscono certo l’alternanza al governo ma almeno escludono le ali estreme. La terza ragione è mediatica: in tv e ancor più in internet qualsiasi raglio populista farà sempre più audience di un ragionamento sensato. I social, in particolare, producono polarizzazione: o di qui o di là, con distanze che diventano siderali.

Secondo i sondaggi, da trent’anni l’Italia è divisa in due blocchi, sempre gli stessi, uno di destra e uno di sinistra, ognuno con uno zoccolo duro del quaranta per cento e molti travasi interni. Il centro, che fa pendere l’ago della bilancia da una parte o dall’altra, rappresenta il restante venti per cento: fuoriusciti dalla sinistra, come Azione di Calenda e Italia Viva di Renzi, e possibili fuoriusciti dalla destra, come la stessa Forza Italia e da ieri Coraggio Italia, promossa dal presidente ligure Toti e dal sindaco di Venezia Brugnaro.

L’iniziativa è partita da quest’ultimo, imbaldanzito da sondaggi che davano il 31% degli elettori potenzialmente interessati, ma ancor di più dal consenso che ha sinora circondato l’azione del governo Draghi. Il quale Draghi non può però costituire un punto d’aggregazione per un futuro partito di centro, essendo impegnato a ottenere i fondi europei tenendo insieme la sua composita maggioranza. In queste condizioni, neppure Toti e Brugnaro, o magari Carfagna, paiono in grado di ricostruire un centro politico degno di questo nome.

L’esperienza della pandemia, il problema del riscaldamento globale e la stessa agenda del governo Draghi, però, fanno pensare che la politica del futuro dovrà essere radicalmente ripensata. L’emergenza climatica, la transizione ecologica, il rinnovo delle fonti energetiche non sono né di destra né di sinistra né di centro, ma obbligano chiunque si presenti sulla scena politica a rinnovare e aggiornare radicalmente la propria offerta. Rispetto all’enormità dei problemi, il trapestio dei politici italiani, tutti impegnati a smarcarsi, riposizionarsi o piantare bandierine in vista delle prossime elezioni comunali, mette non so se più inquietudine o tristezza.

 

 



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