Draghi va alla guerra

Tra i più solerti e proni yesman di Biden, Draghi non solo si precipita a inviare armi alla resistenza ucraina, ma, senza consultare né governo né Parlamento, s’impegna a Bruxelles al rialzo delle spese militari al 2% del Pil.

Michele Martelli

Draghi, indossata la tuta mimetica, elmetto in testa e fucile in spalla, va alla guerra? No, lui, che non è il «soldato Ryan» da salvare, ma l’uomo delle élites bancocratiche già da sempre in salvo, no, lui no, in guerra non ci va, né ci andrebbe mai. Al massacro ci vanno, costretti, gli altri, la povera gente, i tanti, troppi Ryan. Di certo, sta spingendo sempre più l’Italia sull’orlo del precipizio di una guerra che, con l’uso delle armi nucleari, potrebbe essere senza ritorno, l’ultima per tutti, ma sicuramente l’ultima per noi europei, stretti nella morsa atomica Usa-Russia.

In Parlamento ci va poco. Le decisioni continua a prenderle lui, con i pochi tecnocrati di fiducia, bypassando spesso anche il Consiglio dei Ministri. Figuriamoci il Parlamento! Montecitorio? Che noiosa perdita di tempo! Meglio fare in fretta, per il Migliore che meglio non si può. Importante è acconciarsi, accodarsi ai Potentati del neo-atlantismo politico-militar-industriale. La cui vera sede non è Bruxelles, centro dell’Ue, ma Washington e Londra, cioè le due capitali rispettive dell’Impero statunitense e dell’antieuropeismo militante.

A differenza della «Professione di fede del Vicario Savoiardo» roussoiana, frutto di tormentosi dubbi, ricerche e scelte eretiche, anti-istituzionali, la «Professione di fede» euro-atlantista di Draghi è un dogma di ferro, attestato sin dal suo Discorso d’insediamento nel febbraio 2021: «Questo governo nasce nel solco dell’appartenenza del nostro Paese, come socio fondatore, all’Unione europea, e come protagonista dell’Alleanza Atlantica». Peccato che sin dall’inizio del suo mandato abbia ignorato, o fatto finta di ignorare, che altro è l’Ue, altro la Nato. L’Ue – c’è bisogno di dirlo? – è il progetto degli Stati Uniti d’Europa, di un’Europa politicamente, culturalmente ed economicamente unificata, solidale, autonoma e sovrana, finalmente libera dagli odii nazionalistici e dagli orrori della guerra. La Nato è l’organizzazione militare asimmetrica di alcuni paesi, non tutti dell’Ue, sotto il comando supremo degli Stati Uniti d’America; non a caso il capo della difesa Nato è sempre un generale (filo)statunitense. La Nato ha chiaramente una natura e una struttura sub-imperiale. Una longa manus degli Usa, in Europa e non solo.

L’euro-atlantismo è un concetto contraddittorio. Com’è pensabile un’Europa unita e sovrana, ma al tempo stesso subordinata militarmente agli Usa, succube dei piani geopolitici imperiali di Washington? Si dice «alleanza», s’intende «sudditanza». Ergo: europeismo non si coniuga con atlantismo. Che dovrebbe chiamarsi, in verità, nord-atlantismo. La sigla Nato significa N(orth) A(tlantic) T(reaty) O(rganization). Ma come mai allora sin dall’inizio vi aderiscono la Grecia e la Turchia, nel 1952, paesi non nord-atlantici, ma mediterraneo il primo, medio-orientale il secondo, e appartenente per giunta all’area dell’Islam? Come mai la Nato si allarga poi, dopo il crollo dell’Urss, ai paesi est- e sud-europei, non certo nord-atlantici, come Polonia, Ungheria, Slovenia, Albania, Montenegro, Macedonia del Nord, ecc.?

E come mai la Nato ha firmato nel 2001 un accordo di sicurezza con Israele, diventato poi membro dell’Assemblea della Nato e protagonista di esercitazioni militari congiunte sia nel Mediterraneo sia nel 2021 in Ucraina? Come si spiega? Forse col supporre che Israele è di fatto la 51ma stella della bandiera degli Stati Uniti d’America, suo avamposto in Medio-Oriente? Certo è che la sigla Nato oggi più di ieri copre e mistifica una realtà molto diversa. E cioè quella di un’organizzazione militare offensiva, non difensiva, che interviene in Europa e fuori dell’Europa, dall’Iraq all’Afghanistan alla Serbia alla Libia alla Siria, dovunque il dio Pentagono comandi e gli interessi geo-strategici statunitensi lo richiedano.

La Nato, nata e rinata nella culla nord-atlantica degli Usa, è in contraddizione non solo col progetto europeista, ma con la Costituzione italiana, che all’art. 41 ripudia la guerra. Negli ultimi vent’anni i nostri governi, di centrodestra e di centrosinistra, senza che l’Italia fosse mai stata minacciata o aggredita, hanno aggredito altri paesi sovrani. E senza mai un dibattito serio ed esauriente in Parlamento. Di questa tradizione ventennale è erede Draghi, che, tra i più solerti e proni yesman di Biden, non solo si precipita a inviare armi alla resistenza ucraina, ma, senza consultare né governo né Parlamento, s’impegna a Bruxelles al rialzo delle spese militari al 2% del Pil, scoprendosi paradossalmente, lui neo-atlantista di ferro, in pieno accordo con la Destra sovranista e fascistoide di Meloni. Il Sì al riarmo ha spinto al primo abbraccio FdI e Pd. Siamo al parto mascolino del nuovo secolo, alle doglie della nascita del partito unificato dei Demo-melonisti? Letta, che si professa cattolico a dispetto di papa Bergoglio, che ritiene «pazzia e vergogna» il riarmo, si è rivelato il politico più «pazzo», cioè il più neo-atlantista e bellicista d’Italia. A riprova, si direbbe, che il c.d. «centrosinistra» altro non è ormai che un «diversamente centrodestra».

Perché il riarmo? Ovvio: perché ce lo chiede Biden e la Nato; ossia per i fini geo-imperiali summenzionati; e per ingrassare inoltre i profitti giganteschi dell’industria militare statunitense, al primo posto nel mercato mondiale delle armi; e quindi, in definitiva, per indebitare ulteriormente e tragicamente l’Italia, a danno delle classi meno abbienti. Più armi significa inevitabilmente meno sanità, scuola, ricerca, pensioni. Non era nato il governo Draghi per attuare il Pnrr, cioè il piano nazionale per la ripresa economica e la transizione ecologica? Che cosa vuol lasciare Draghi alla nostra Next Generation Eu? Un’Italietta disastrata, in completa bancarotta, un paese di stracci?



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