La Juventus di Agnelli è come l’Italia di Draghi

Perché se il calcio è “metafora della vita”, la Juventus lo è dell’Italia degli ultimi anni.

Pierfranco Pellizzetti

Se il calcio è la metafora della vita, la Juventus lo è dell’Italia di questi anni; ossia – in ambiti diversi – due realtà dominanti accomunate dalla senescenza del rispettivo pensiero e dalle scorciatoie illusorie con cui tentano inutilmente di esorcizzare il proprio declino. Tanto il Paese di Draghi come il club degli Agnelli-Elkan, governati da quelli che hanno la convinzione di essere “i migliori” ricorrendo al serbatoio di ferrivecchi da establishment. Sempre con l’arroganza di chi è pervicace nella coazione a ripetere gli stessi errori, giustificati con l’immortale principio del non disturbare il manovratore: il mix del rifiuto di qualsivoglia critica alle proprie scelte avvolgendole nell’imperscrutabilità. E quando i nodi vengono al pettine, ecco il sistematico ricorso allo scaricabarile delle responsabilità: sui propri sottostanti, nel caso del presidente Andrea Agnelli; sui corpi intermedi (partiti e sindacati), parlamento e – in generale – il popolo inetto a esprimere un parere da parte del premier Mario Draghi. Il tutto nel silenzio assoluto del sistema mediatico, tappetato innanzi al potere: il conglomerato GEDI (Repubblica, Stampa, Secolo XIX più una svogliatura di testate minore) per le ex famiglie FIAT (in fuga con il malloppo di finanziamenti italiani, da cui far cadere le briciole per le spese calcistiche di immagine); i cosiddetti “giornaloni” e i canali televisivi di regime per l’algido banchiere, passato alla storia per il detto whatever it takes tanto apprezzato dal sistema bancario internazionale.

Analogia che si riflette nel comune apparato culturale che nutre il loro sistema concettuale; ispirato al mainstream dell’ultimo mezzo secolo: il liberismo e il berlusconismo. Da un lato l’idea di un titanismo individualistico che attribuisce all’iniziativa privata la soluzione di ogni problema, per cui il grande destinatario dei fondi europei risulta Confindustria, la sanità va privatizzata, la questione energetica affidata alle lobbies e così via; dall’altro l’assunto che la pubblica opinione è materia facilmente manipolabile, pronta ad accogliere qualunque idea purché ripetuta un adeguato numero di volte.

Con un ulteriore elemento comune: dominanti entro i confini nazionali, quando giocano fuori casa sono solo scoppole: Draghi avrebbe dovuto essere il dopo Merkel europeo e in realtà non lo fila nessuno, la Juventus viene buttata fuori dalla Champions League agli ottavi nientepopodimeno che dal Villareal.

Concentriamoci sulla società torinese, oggi al centro delle cronache per aver dissipato il maggior talento a disposizione: il fantasista argentino Paulo Dybala, dopo sette anni e oltre cento goal. Da qualche tempo ci si interroga sul perché dell’interruzione di un dominio calcistico in campo nazionale che dura da anni. E si tira in ballo – di volta in volta – la rosa giocatori, l’allenatore, lo staff tecnico, il destino cinico e baro. Ci si dimentica il detto della saggezza popolare che “il pesce puzza dalla testa”. Ossia l’idea di calcio mentalizzata dal presidente (magari riprendendo impostazioni che in passato andavano persino bene, ma che oggi sono a dir poco anacronistiche): l‘illusione che una squadra di calcio la si crea come una raccolta di figurine Panini; ossia mettendo insieme e spedendo in campo un mazzo di star molto costose con la certezza di vincere. E soprattutto si creano importanti ritorni borsistici. Un po’ lo schema Real Madrid dei Galacticos di Florentino Perez, che gli spagnoli hanno abbandonato da tempo. Il format di squadra assemblaggio di grandi nomi (perfetto specchietto per le allodole), promossa ad esempio da un ex grandissimo giocatore (ma pessimo commentatore) alla Domenica Sportiva: Marco Tardelli. Cartina di tornasole è la scelta dell’allenatore, che deve essere un gestore di equilibri interni allo spogliatoio come il doroteo Massimo Allegri (o il suo epigono all’Inter Simone Camomilla Inzaghi, che ha campato mezzo campionato sul gran lavoro ereditato da Antonio Martello Conte). Ma in Europa ormai prevalgono altre impostazioni: si vince attraverso il gioco, come quello predicato dai Guardiola, i Klopp, i Luis Enrique, i Tuchel. Quelli che valorizzano i talenti (che con questa Juventus sono a rischio di perdersi. Vedi i Chiesa, i Vlahovic) e lanciano i giovani: dov’è la cantera juventina che pensa solo a rifornirsi sul mercato e non alleva nessuno dal tempo dei Bettega o – forse – dei Marchisio?

Ma che questo il supremo boss Andrea Agnelli neppure riesca a capirlo lo dimostra il fallimento dell’allenatore chiamato a dare un gioco europeo alla squadra – Maurizio Sarri – e poi lasciato in pasto a uno spogliatoio di milionari indisponibili a imparare.



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