Ricordo d’un formidabile genio a settant’anni dalla sua scomparsa: il caso Dylan Thomas

Poeta maledetto è un'etichetta che spesso di attribuisce agli autori più oscuri. Ma nessuno incarna questa definizione più di Dylan Thomas.

Andrea Maffei

Sono trascorsi settant’anni dalla scomparsa di Dylan Thomas, poeta maledetto per eccellenza, al cui confronto Rimbaud appare un soddisfatto e bigotto borghese, Campana un provincialotto noioso ed Allan Poe una timida educanda (forse a tenergli testa riesce il russo Esenin, che concluse la sua vita in un fetido albergo a Leningrado impiccandosi con la cintura, dopo avere con il proprio sangue scritto gli ultimi versi). E come ci si sente/ ad essere soli/ senza direzione per casa/ un completo sconosciuto/ come una pietra che rotola (Bob Dylan assunse il suo nome d’arte proprio in omaggio al nostro), ebbene, Thomas lo sapeva esattamente, rinchiuso nel capanno gelido della Boathouse, a comporre, a ubriacarsi, per i vicoli della provincia e poi delle grandi città, nei clubs e nelle bettole, nelle birrerie e nelle taverne e nei bordelli, buttato in un androne o sotto un monumento, su una pan­china al parco o in una stazione di treno. Cantava Neil Young, che alla poetica di Dylan Thomas deve qualche cosa, È meglio bruciar via/ che appassire piano., e fu appunto così per il gallese, una cometa abbagliante che sfuma, perché come ammoniva T.S. Eliot, È questo il modo in cui finisce il mondo;/ non già con uno schianto,/ ma con un gemito. Morì infatti fradicio di sudore in un letto di ospedale a trentanove anni, devastato dall’alcol – come Jim Morrison o Jimi Hendrix, come Janis Joplin, come Hart Crane o Jack Kerouac – a New York, in tour per uno dei suoi reading di poesia, a cui i fans partecipavano entusiasti, così come presto avrebbero fatto con le rockstars: con Elvis, an­zitutto, che in quello stesso 1953 registrava i suoi primi brani.

Oltre Auden e i Trentisti, oltre al già vecchio Eliot, erede delle vertigini di Coleridge, della metafisi­ca di John Donne e del misticismo religioso di Blake, il poeta a cui Dylan Thomas più si potrebbe assomigliare è il San Giovanni dell’Apocalisse. Lo stesso autore teorizzò la sua Poesia come un concatenarsi di immagini, in cui ciascuna è metafora. Scrisse, La morte è ogni metafora, forma di un’unica storia., e qui forse troviamo condensata la sua cifra (da alcuni critici ritenuta tematicamen­te limitata): la morte e però l’incessante, impetuosa rigenerazione. Abbiamo una Natura disseminata di chiari simboli sessuali e nello stesso tempo tutto è sempre prossimo al disfacimento, al trapasso. Così, ad esempio, nella celebre La forza che nella verde miccia spinge il fiore: se qui un’energia sco­nosciuta fa scoppiare le radici degli alberi, lì ecco una rosa reclina, se qui una potenza spinge l’acqua tra le rocce così come in petto il sangue, lì ecco già la foce che prosciuga. In maniera non dissimile, nell’altrettanto nota E la morte non avrà più dominio, in una fine dei tempi che sarà il tor­nare a disperdersi, a trasfondersi di tutto nel tutto, I morti nudi saranno una cosa/ con l’uomo nel vento e la luna d’occidente;/ quando le ossa saranno spolpate e le ossa pulite scomparse,/ ai gomiti e ai piedi avranno stelle;/ benché impazziscano saranno sani di mente/ benché sprofondino in mare risaliranno a galla;/ benché gli amanti si perdano l’amore sarà salvo;/ e la morte non avrà più do­minio. (Qui questo evocativo impiego del futuro, oltre ancora a San Giovanni, ci ricorda per esem­pio il Bob Dylan de L’ora in cui la nave attraccherà.)

Ma la Poesia di Thomas è da ascoltare e sentire, non da comprendere. Assolutamente concava, essa ha per fine la me­raviglia o tutt’al più l’illuminazione, attraverso la potenza di immagini sfolgoranti e solo forse me­taforiche, ulteriormente potenziate da un ritmo e da una musicalità e da una metrica tutti asserviti a questo obiettivo: non si intende trasmettere un messaggio, ma una sensazione. Questo presupposto si può dire sia condotto da Thomas fino alle più estreme conseguenze. Sul lettore spiove una gra­gnuola di figure una appresso all’altra in una sorta di esaltante flusso allegorico: Per tutto il sole era un correre, un incanto, i campi/ di fieno alti come la casa, le melodie dei camini, era aria/ e gioco, allegro e fatto d’acqua,/ e fuoco verde come erba./ E a notte, sotto semplici stelle, mentre io/ incontro al sonno cavalcavo, i gufi si portavano via la fattoria/ e per tutta la luna, beato fra le stal­le, udivo il volo/ dei caprimulgi e dei mucchi di fieno,/ e i cavalli nel buio come lampi. Si noti l’impiego dell’enjambement, per tagliare il passo al lettore e incalzandolo sospingerlo di suggestio­ne in suggestione. Oppure chiudendo la lunga elegia funebre per Ann Jones, la zia materna: Io so che le sue ruvide e aspre umili mani/ devotamente giacciono rattrappite in un crampo, il suo con­sunto/ bisbiglio in un’umida parola, la sua mente svuotata,/ il pugno del suo volto chiuso sopra una tonda sofferenza,/ e quest’Anna scolpita ha settant’anni di pietra./ Queste marmoree mani imbevute di nuvole, questo monumentale/ argomento della voce sbozzata, gesto e salmo,/ m’assaliranno sem­pre, sulla sua tomba, finché/ il polmone impagliato della volpe non frema e gridi Amore/ e la felce impettita deponga semi sulla nera soglia. Inesorabile salmista, con un certo voluttuoso gusto per il macabro, cristiano e panteista a un tempo, puritano (così come egli stesso si definì) e gallese (non sbiadirono mai completamente dalla sua Poesia la baia di Rhossili e il bizzarro promontorio di Pen Pyrrod, i gabbiani e il loro grido, le onde nere), alcolista e mistico, visionario, e la Poesia fu la su Vita e viceversa, sicché quando la prima iniziò a declinare, la seconda rapida cedette: Il mondo è la mia piaga, Dio è Maria nel suo dolore.

Dylan Thomas fu un dissipatore: forse era questo che intendeva il poeta e amico Vernon Watkins, quando per il suo necrologio scrisse, L’innocenza è sempre un paradosso, e Dylan Thomas rappre­senta, in retrospettiva, il più grande paradosso del nostro tempo. Introducendo una raccolta del poe­ta novarese Ernesto Ragazzoni, il suo concittadino Sebastiano Vassalli si soffermava per notare che una componente fondamentale della poesia moderna (o meglio: di un versante della poesia moder­na) è la dissipazione di sé. Da una parte sta la poesia che tiene ben separate vita e arte, per Vassalli quella che apprezzano più i critici, e che per naturale sfogo ha la scuola (così come buona parte del­la pittura e della scultura moderne hanno il loro naturale destinatario nel museo). Dall’altra c’è la poesia che rimane in parte non scritta, perché si compie sempre fuori dal testo, nella vita del suo autore [a tal riguardo noi rimandiamo sicuramente a Bartleby e gli altri, di Enrique Vila-Matas]. La poesia dei grandi dissipatori, che nessuna ruminazione critica può digerire del tutto, perché non appartiene al presente (a nessun presente) ma all’eternità. Dunque Dylan Thomas dissipò la vita e il talento, morendo debole e cieco/ nel più oscuro dei modi, dopo “diciotto whiskies lisci” consecu­tivi, così come confessato al critico Malcolm Brinnin, solo poche ore prima del collasso definitivo? Ma le api vivono soltanto un mese, come le formiche, mentre le mosche per solito tre settimane, così come le farfalle, e le leggere libellule in media non oltre i cinquanta giorni. Similmente i gira­soli d’estate s’aprono e già a settembre restano curvi e inceneriti, le rose avvizziscono e mostrano nudo il pistillo. Narcisi, peonie, iris, gigli, le bionde forsizie e le rosate azalee durano alcune setti­mane a primavera e poi appassiscono, e d’autunno le foglie, lentamente formatesi e poi aperte al sole, ai venti freddi amaranto e gialle e marroni si staccano e cadono, e se le porta il vento. Non chiameremo l’albero “dissipatore” perché verdeggia e resta spoglio, e ancora e ancora, e così nean­che il poeta Dylan Thomas, che illuminò di Poesia una stagione, poi sfiorì e tornò alla pianta d’orti­ca/ nel letto vitreo dell’uva con la chiocciola e il fiore, al sillabico vento d’ottobre, al bosco ove spumeggia una torcia di volpi, ai giorni bianco-agnello, alla scogliera e al mare.



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