Se il buio ci stringe all’improvviso

Una sconosciuta oscurità partita dall’Antartide sta annientando la Terra e nessuno sa perché: “L’eclisse di Laken Cottle”, il nuovo romanzo di Tiffany McDaniel (Blu Atlantide).

Marilù Oliva

“L’eclisse di Laken Cottle” di Tiffany McDaniel, nata in Ohio nel 1985, è uscito in anteprima mondiale per Atlantide Edizioni, con una traduzione di Clara Nubile e una suggestiva copertina nera, resa brillante da stelle in rilievo. L’autrice si è misurata con qualcosa di diverso rispetto ai romanzi precedenti – “L’estate che sciolse ogni cosa”, “Sul lato selvaggio” e “Il caos da cui veniamo” – e premetto che quest’ultimo giunge da una stesura avvenuta a vent’anni ed è il risultato di una rielaborazione recente, fatta quindi con una certa consapevolezza autoriale.

Cosa sta succedendo, in un mondo che, anziché imparare dai propri errori, preferisce l’oblio?
Non è proprio l’Apocalisse, ma quasi. Una sconosciuta oscurità partita dall’Antartide sta annientando la Terra e nessuno sa perché. Il pianeta è colto indifeso, potenti e poveri nulla possono contro la distruzione che avanza. Intanto Laken Cottle cerca disperatamente di tornare a casa, dalla moglie e dalla figlia di lei e il suo viaggio sarà a volte una catabasi nell’orrore, altre un ritorno al passato, altre ancora il disvelamento di un caso che gli sembra ostile.

In questo romanzo tornano i demoni della McDaniel: la violenza, le famiglie disfunzionali, la sua America che non è né quella del successo né quella dei bassifondi, l’incognita delle relazioni che qui si amplifica a mistero in grado di perturbare il mondo e che tocca l’universo, di cui lo stesso è infinitesimale ipostasi. Chi legge lo incontra subito: è quel buio che sta divorando la terra, un’entità che ci ricorda il Nulla di Michael Ende, e l’autrice è immaginifica nel descriverne la voracità:

«Dalla costa del Cile, il buio s’infila nel Pacifico, raggiunge l’isola di Pasqua e avvolge i Moai, le enormi statue di roccia, poi continua verso l’Uruguay e la sua capitale Montevideo, dove la folla radunata balla al ritmo delle percussioni di un gruppo di candombe. Lì si accorgono presto del buio. Molti si mettono a correre. Confusi, si agitano e travolgono quelli con cui, fino a pochi secondi prima, stavano ballando gioiosamente. Altri invece non si muovono affatto. Restano immobili, troppo spaventati per azzardare anche solo un passo. Ma non importa se corri o se resti immobile. Questo mostro inghiotte chiunque, senza distinzione»

Con un andamento che va dal catastrofico all’horror di Mary Shelley, dal gotico all’onirico – in alcuni passaggi sembra di essere in un film di David Lynch – questo libro è una successione di rivelazioni da decriptare, tra frasi redatte nel classico stile parlato che però nascondono qualcosa di cifrato: la sensazione è quella di entrare in un labirinto magico, dove le dimensioni si incontrano e dove, a ogni svolta, si dispiega una sorpresa e ogni elemento ricalca una mitologia ancestrale che coinvolge corpi celesti, animali, creature fantastiche.

Un viaggio stratosferico e struggente nel paradosso dell’(im)possibile, dove però tutto torna e il finale si incastra credibile, con la sua cocente verità. Verità che Tiffany – l’ha dimostrato con tutta la sua produzione, inclusa quella bellissima raccolta di poesie “Queste voci mi battono viva” (anche questo, come tutti i suoi libri, pubblicato da Edizioni Atlantide) – ha sempre inseguito, al di là della fiction. Così come celebra la potenza della nostra immaginazione:
«Di tutte le cose che abbiamo ereditato dal primissimo uomo, è forse la nostra immaginazione, la nostra mente, a essere la più preziosa».



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