Eduardo Mendúa, martire della lotta contro l’estrattivismo ecuadoriano

L'omicidio di Mendúa, dirigente della CONAIE, ci ricorda che “hay que seguir luchando” in difesa dell'Amazzonia ecuadoriana.

Marcello Giampaoletti

“Non siamo disposti a cedere nemmeno un centimetro del nostro territorio affinché le compagnie petrolifere straniere possano distruggere gli esseri spirituali e le persone invisibili della nostra selva, i fiumi, le lagune, i luoghi sacri, i corsi d’acqua, le medicine, i nostri ceibos”.

Queste sono le ultime parole pubblicate da Eduardo Mendúa, dirigente nazionale della CONAIE (Confederación de Nacionalidades Indígenas de Ecuador) e leader della resistenza Cofán contro il progetto di PetroEcuador EP di installare 30 pozzi petroliferi all’interno dei territori ancestrali riconosciuti alla comunità indigena Cofán Duran, di cui Eduardo faceva parte.

Eduardo è stato assassinato nel pomeriggio di domenica 26 febbraio a Dureno, nella provincia di Sucumbios, nella regione settentrionale dell’Amazzonia ecuadoriana. Alcuni uomini incappucciati sono entrati all’interno della comunità e lo hanno ucciso con 12 colpi di pistola nel giardino di casa sua, dove si trovava con la sua famiglia.

Non sono ancora chiare le dinamiche dell’attentato, ma la famiglia di Eduardo, i compagni e le compagne di lotta della CONAIE non hanno dubbi nel riconoscere in PetroEcuador EP, l’azienda nazionale deputata all’estrazione e gestione delle risorse petrolifere, e nel governo attuale, guidato dal presidente Guillermo Lasso, i responsabili di questa operazione.

Infatti, Eduardo era impegnato nella lotta contro gli interessi economici statali e multinazionali legati allo sfruttamento dell’Amazzonia ed era in prima linea nella resistenza che la sua comunità oppone al progetto di Petroecuador EP di penetrare all’interno dei territori ancestrali al fine di riattivare una vecchia base petrolifera costruita nel 1967 dalla compagnia statunitense Chevron-Texaco.

Da otto mesi, infatti, la comunità sta impedendo l’accesso ai funzionari della compagnia statale, il cui progetto prevede la costruzione di tre piattaforme, trenta pozzi e l’apertura, all’interno della foresta, di una strada lunga 12 km, che permetta il trasferimento di macchinari, veicoli e persone verso le infrastrutture. Questa resistenza ha incontrato non poche difficoltà ed è osteggiata dal governo centrale, che non esita ad intervenire con la forza in supporto delle attività di perforazione del suolo.

Si ricordi che la popolazione Cofán è una delle nazionalità minori dell’Ecuador e le aree da essa occupate sono molto piccole se comparate al resto del territorio ecuadoriano. Per questo motivo, come sosteneva Eduardo stesso, l’espansione delle frontiere estrattive significherebbe un vero e proprio ecocidio e causerebbe la distruzione di una cultura originaria che da millenni vive in questi territori, nonché la devastazione di una delle ultime aree verdi del cantone di Lago Agrio, regione ormai completamente deturpata dalle attività estrattive.

Inoltre, analizzando le parole del leader indigeno, sembra che questa operazione sia stata avviata dall’azienda statale senza consultare la comunità, violando così il diritto alla “consulta previa, libre e informada”, sancito dalla costituzione del 2008. In linea con il principio di autodeterminazione dei popoli, il ricorso alla consulta riconosce la possibilità di avviare attività estrattive all’interno dei territori appartenenti alle comunità indigene, alla sola condizione che queste vengano coinvolte nei processi decisionali ed esprimano il loro consenso in merito.

A tal proposito, in una delle ultime interviste pubblicate dalla CONAIE, Mendúa aveva denunciato pubblicamente PetroEcuador e il governo di Lasso per aver violato tale diritto e faceva appello alla comunità internazionale, affinché potesse intervenire nel conflitto interno generato tra stato e comunità e favorire un processo di risoluzione volto a garantire il diritto alle popolazioni indigene di risiedere sui loro territori ancestrali.

Che questo processo sia stato avviato, e che il governo abbia realmente a cuore la salvaguardia della biodiversità e la protezione dei cittadini e delle cittadine impegnati/e nella difesa dell’ecosistema, è dubbio. Del resto, non è la prima volta che rappresentati di istituzioni impegnate nella lotta contro l’estrattivismo sono vittime di violenze. L’ultima risale al mese scorso, quando Jayro Salazar, uno degli avvocati dell’associazione UDAPT (Unión de Afectadas y Afectados por las Operaciones Petroleras de Texaco), è stato aggredito da un uomo, che, dopo averlo accoltellato alla gamba, ha lasciato un biglietto che riportava “Deja de meterte en lo que no te importa y deja de averiguar más de lo que debes o iremos por tu familia” (“Smetti di immischiarti in ciò che non ti interessa e smetti di scoprire più di quanto dovresti, o andremo dalla tua famiglia”).

Oltre al fatto che le modalità utilizzate suggeriscono una strategia di intimidazione tipica della criminalità organizzata e del sicariato, sollevando delle domande non indifferenti su chi siano i mandanti, questo avvenimento è molto grave poiché le attività di investigazione portate avanti da Jayro riguardano il “caso mecheros” e coinvolgono lo stato ecuadoriano, in particolare il Ministerio de Energía y Recursos Naturales no Renovables.

Infatti, nel 2019, nove ragazze hanno presentato un’azione giudiziaria contro il governo dell’Ecuador, denunciando la contaminazione derivata dalle attività estrattive e, in particolare, dai cosiddetti “mecheros de la muerte”. Con questo termine si indica il sistema di gas flaring, cioè la combustione di gas di scarto associati all’estrazione di petrolio. In effetti, durante questo processo vengono estratte anche quantità considerevoli di gas naturale, il quale, invece di essere recuperato, viene bruciato e disperso nell’ambiente. Questo processo è estremamente dannoso per l’ecosistema, in quanto le sostanze tossiche emesse, oltre a contribuire alla devastazione ambientale di queste aree, rappresentano una delle principali cause dell’aumento dei casi di cancro tra la popolazione locale.

Nonostante la Corte si sia pronunciata a favore delle nove ragazze, notificando di eliminare tutti i mecheros gestiti da PetroEcuador entro e non oltre il 31 marzo 2023, la sentenza rimane tutt’ora incompiuta. Infatti, i camini non solo non sono ancora stati smantellati, ma, al contrario, continuano ad aumentare e, ad oggi, grazie a uno studio ambientale realizzato dalla UDAPT, sono stati mappati un totale di 457 sistemi di gas flaring nella sola Amazzonia ecuadoriana.

Di fronte a questo quadro, sebbene i fatti riportati e la ricerca scientifica suggeriscano la necessità di diminuire l’estrazione di combustibili fossili – gli studi recenti affermano che, al fine di mantenere l’aumento delle temperature globali sotto la soglia di 1,5 gradi, è necessario mantenere sotto terra l´81% di petrolio e l´86% di gas naturale (Facchinelli, 2022) –  è evidente che la tendenza di questo governo, e di quelli che lo hanno preceduto, compresa la parentesi socialista del governo Correa, sia in linea con l’immagine di un desarrollo “razionale” e “moderno” della regione amazzonica, che ha caratterizzato la politica e l’economia latinoamericane a partire dagli anni ’60 del secolo scorso.

Questo approccio riproduce una retorica molto simile a quella utilizzata in quegli anni, basata sull’immagine dell’Amazzonia come di un territorio vuoto e, dunque, soggetta allo sfruttamento selvaggio delle sue risorse – si pensi al linguaggio utilizzato dai militari brasiliani durante le prime fasi di colonizzazione della foresta, fondato sull’idea di “aprire l’Amazzonia”.

Tuttavia, oggi come allora, la selva amazzonica è tutt’altro che vuota. Al contrario, ospita numerose popolazioni, che da millenni coabitano armonicamente ed ecologicamente con essa. E se negli anni ’60, esse furono sterminate, o costrette a convertirsi in manodopera, dalle ondate di coloni che invasero queste aree, oggi stanno alzando la loro voce e stanno portando avanti una resistenza coordinata in supporto della difesa dell’ambiente.

In questo senso, l’omicidio di Eduardo – così come quello di molti attivisti ambientali latinoamericani impegnati nella difesa della selva e della Pachamama – se da una parte rappresenta un evento drammatico, che non può rimanere impunito, dall’altro mostra come queste voci, spesso considerate “fuori dal coro”, siano in realtà scomode e capaci di mettere realmente in discussione gli interessi economici legati allo sfruttamento indiscriminato del territorio amazzonico.

Foto Facebook | Conaie Ecuador



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