Edvard Munch, la sua eredità artistica a 80 anni dalla scomparsa

Il 23 gennaio 1944 moriva il “veggente ispirato” che tra XIX e XX secolo ha saputo tradurre gli esiti del naturalismo in realismo simbolico, prevedendo ed anticipando le esasperate tensioni e inquietudini esistenziali dell’Espressionismo sul filo del pensiero di Kierkegaard e di Ibsen.

Maria Laura Toncli

L’eredità di Edvard Munch ha generato un’eco assordante all’interno del mondo dell’arte, ispirando intere generazioni di artisti che hanno mosso i primi passi sulla scia delle sue orme, come gli espressionisti o gli artisti facenti parte della Brücke.
Nato a Løten nel dicembre del 1863 e trasferitosi ad Oslo poco dopo, è cresciuto in una famiglia segnata da lutti, profonde sofferenze e tragedie, trascinate dal pittore come un vero e proprio fardello che avrebbe poi avuto una puntuale corrispondenza all’interno della sua intera produzione artistica.
Munch ha iniziato nel 1879 una breve parentesi nel campo dell’ingegneria su suggerimento del padre, ben presto abbandonata a favore della carriera artistica. A partire dal 1881 iniziano le sue produzioni che gli permetteranno di ottenere diverse borse di studio. È del 1885 il suo primo soggiorno parigino, in cui viene a contatto con l’Impressionismo, restando particolarmente colpito da Manet, e si confronta con il contesto Postimpressionista. Influenze che gli hanno permesso di rielaborare gli spunti in una chiave del tutto personale e di sviluppare un uso del colore individuale e drammatico, antinaturalistico ma soprattutto teso a evidenziare lo stato d’animo interiore.
Tornato in patria, nello stesso anno dà vita a La bambina malata, emblema del lutto, oggi al Museo Nazionale di Oslo. Munch traspone su tela il tema della prematura perdita della sorella e dell’inesorabile sofferenza, ma soprattutto dell’impotenza provata da un essere umano di fronte alla malattia che gli strappa dalle braccia una persona cara.  L’ingiustizia subita sembra essere esorcizzata dai continui interventi del pittore, come i profondi tratti graffiati che trapassano i numerosi strati di colore, dando prova del carattere intenso e sentito della lavorazione. Emerge una pittura che riceve la propria forza dall’interno attraverso le sensazioni dell’artista impresse sulla tela. Tale processo è inverso rispetto a quello dell’Impressionismo, permeato dalla cultura positivista secondo la quale la realtà va indagata e rappresentata oggettivamente mediante un approccio quanto più scientifico. Al contrario, vi è un radicato e quasi viscerale rapporto tra la pittura di Munch e la filosofia proto-esistenzialista del norvegese Søren Kierkegaard. Tra i temi centrali della sua filosofia troviamo angoscia, disperazione, solitudine, malinconia e lacerazione. Tutti questi dolori ed inquietudini hanno punti di riferimento ineludibili nel pennello di Munch, che è un pennello angosciato, triste e delirante ma soprattutto privo di salvezza. L’elevata potenza espressiva risiede nell’essenza esistenziale che li rende eternamente attuali e quanto mai in grado di parlare un linguaggio universale, che arriva ad ognuno di noi, che non può non sentirsi parte della sofferenza umana.
Con Edvard Munch il concetto di disperazione si fa immagine e rappresenta l’inquietudine esistenziale assoluta, come accade ad esempio ne La Disperazione, del 1892, oppure nel celeberrimo L’Urlo, del 1893. Talmente aderenti da sembrare scritte appositamente per quest’opera le parole di Kierkegaard in Aut-Aut: “La mia anima è così pesante che nessun pensiero è capace di portarla, nessun colpo d’ala può sollevarla verso l’etere. Se essa si muove non riesce che a sfiorare la terra come un volo basso degli uccelli quando minaccia l’uragano”.  Il segno, sia partendo dal contorno delle figure che ne prolunghi e dilati l’alone psichico, sia a costruire i contorni di un paesaggio venendo a costruire le “linee di forza di un campo magnetico”, rappresenta per Munch non un tratto di definizione realistica, ma un mezzo per dilatare in onde successive, accavallate e dense, il crescendo continuo, incessante e tempestoso delle emozioni e delle sollecitazioni psicologiche. La strada in lontananza che si scioglie tra le nuvole, un orizzonte in cui cielo e terra si incontrano ma non vi è luce né salvezza per l’uomo che è in fondo, distante. Il cielo nero, carico di nubi, angoscia e tempeste schiaccia l’animo umano. La disperazione porta le persone ad essere trasfigurate. Il volto sembra una maschera neutra di un uomo solo, è quello di ognuno di noi colto nel momento dell’angoscia. Restiamo pietrificati dinanzi al grido dell’autore che denuncia un senso di inadeguatezza sociale.
Ed è proprio agli “spettri” della borghesia, portati in scena per la prima volta insieme a tutte le loro contraddizioni nei loro ambienti più intimi dal grande drammaturgo anch’egli norvegese Henrik Ibsen, a cui Munch fa riferimento all’interno delle sue opere, come ad esempio Sera sulla via Karl Johan del 1892. Racconta l’abituale passeggiata alla sera della società borghese del tempo, che appare come una massa informe, dagli occhi persi, priva di identità e di anima. L’artista non si sente parte della società di cui deve far parte, è di spalle, distaccato, a sottolineare l’inadeguatezza nei loro confronti e l’emarginazione: divampa crudele l’estraneità dei borghesi. Nonostante la sua salute in declino, il pioniere dell’Espressionismo ha continuato ad esplorare nuove tecniche e stili, sperimentando la litografia e le xilografie fino alla fine dei suoi giorni, il 23 gennaio del 1944 ad Oslo.
In occasione dell’anniversario della morte nell’arco di quest’anno sono state allestite numerose mostre in onore del pittore norvegese di fama mondiale, come quelle di Oslo, Milano e Parigi. La sua arte continua ad essere celebrata per il suo crudo potere emotivo, per l’influenza delle sue opere psicologicamente complesse ma soprattutto grazie al suo linguaggio universale di eterno esistenzialismo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



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